ABE: Il baule
Atti di notai nella valle del Sabato: La montagna di Prata Terra del Vaticano, Chianca e Montemiletto ex badia di Altrude? S.Eustachio di Montaperto e Castelmuzzo, Bagnara, Delicato, Cibari, Apice sotto i Tocco
Sabato Cuttrera
Libro: Libro in brossura
editore: ABE
anno edizione: 2023
pagine: 103
Montaperto comparve nelle decime del 1327, elencate per clero, ma di tante abbazie precedenti restò in vita solo Venticano, che figura come monastero. I benefici dei preti soggetti ai beni della Biblioteca Vaticana che vengono trascritti nella prima metà del 1300 furono quelli del clero di Montisaperti che pagava 7 tarì e mezzo, quello de Montefalzono che sborsava 12 tarì, quello di Montemilitum che pagava 15 tarì e quello di Montefuscolo per 3 once, e del monasterium Venticani che pagava 20 tarì. L'anno dopo, nel 1328, i tarì di Venticano scesero a 10, sempre come monasterio, mentre gli altri continuarono a pagare come clero: Monte Aperto sborsò 3 tarì; Monte Mileto, 9 tarì; Montefuscolo 1 oncia e 2 tarì. Nel 1349 nacque la nuova Arcidiocesi in Beneventana, ribattezzata nuova Urbe Beneventum, essendole stato accorpato il sedile arcivescovile appartenuto all'antica Tocco, che non è Tocco Caudio, ma una Tocco molto più vicina alla città, perché assorbì la Mensa arcivescovile di S.Martino in Tocco, fra «Preta» e «Prata», poco discosto dallo stretto di Barba di Chianche, Ceppaloni e Toccanisii, ai piedi del torrente San Martino che scende dal Campanaro di Pietrastornina e Terranova di Arpaise, e si congiunge al Sabato che viene dal Campanaro della Basilica di Prata. Fu così che l'antica Civitate Sabina dei beneventani divenne l'Urbe metropolitana del Nuovo Sannio, inglobando le diocesi molisane e foggiane. A Tocco era appartenuto il titolo antico, ma non v'è conferma che sia stata Campanaro di Grottaminarda, come credette lo Scandone, ma qualche sospetto ci rimanda fra San Michele del Monte Gargano e Canosa di Puglia, molto legate ai culti beneventani, da cui dipesero quelle chiese negli anni a venire. Di sicuro Benevento divenne la capitale religiosa, e a volte politica, di molti feudi fra Lucera e Campobasso. Da qui i resti di San Sabino da Canosa ad Avellino, a Lucera unita a Limosani, etc.. Ancora fino a due secoli fa molti paesi beneventani, come Reino e Colle Sannita, in realtà, erano nella provincia di Capitanata di Bovino. Bernardo Deucio, nunzio avignonese di Benevento, dopo il sisma del 1348, la peste e l'invasione ungherese e romagnola ad opera del fratello dell'ucciso Re Andrea, fatto fuori ad Atella dai parenti stretti della Regina Giovanna I, riorganizzò il patrimonio fondiario della Chiesa. Quindi Marittima, la Campagna e anche la Sabina beneventana, per poi mettere mano a Capua e a Napoli, sottraendo molti paesi all'arcidiocesi di Nola. Fu lui che rifondò la Rocca dei Rettori dove la vediamo, a cui appartennero le 29 rocche delle antiche corti longobarde distrutte nell'actum di Lucerinum e ricostruiti nella Valle Beneventana. Furono questi 29 paesi, retti da distretti arcipretali, a far parte del Principato Ultra Benevento, rimasti inizialmente fuori dal Regno e infeudati da S.Martino in Tocco, a cui fu unito il titolo di S.Modesto di Beneventana, e quello lontano di S.Sofia lucerina, a sua volta poi commissariata da Montevergine intorno al 1370, che però non poté mettere le mani sul feudo di San Martino, dove svettava l'antico Campanario dell'abbazia di S.Maria appartenuta al Vaticano. Perciò, nel 1378, anche quell'antico monastero, di cui Giovanni fu l'ultimo abate, divenne di nomina pontificia per sopraggiunta aggregazione a Benevento. Così, mentre l'antica Campanario veniva assorbita dal territorio del papa nel 1388, la ribellione dei verginiani, portò alla rifondazione di un nuovo monastero chiamato Santa Maria in Campanariello. Fu per uno scambio di terre fra i verginiani e Petricone Caracciolo.
Atti di notai irpini. Palazzo Paulillo, Pianoforte di Petruro, Leo, Zaza, Cavalieri di Malta a Toccanisi, Gualchiera e badia a Campanariello
Sabato Cuttrera
Libro: Libro in brossura
editore: ABE
anno edizione: 2023
pagine: 112
Il testo mette in relazione i fatti storici nazionali con quelli locali, facendo riferimento agli atti notarili rinvenuti presso l'Archivio di Stato di Avellino e Benevento. Essi danno il quadro della povertà in cui era finito l'entroterra provinciale costretto a subire le rivendicazioni di questo e di quel nobile, passato con questo o con quel sovrano. Sullo sfondo c'è sempre lo stato pontificio che perde colpi in quanto i sovrani, ora Angioini ora Aragonesi, rosicchiano in continuazione paesi alla Valle Beneventana per aggregarli al Principato Ultra, provincia del regno più prossima a Benevento. Da qui la nascita dei primi 'studi' notarili, o meglio l'ufficio notarile, inteso come mansione dei notai che iniziarono a spostarsi da Salerno nelle vicarie di Mercato Sanseverino e Montefusco e poi a stabilirsi nei paesi dopo l'arrivo di Carlo V, che portò tutte le province di mezzo soggette a Salerno. Negli anni a venire li ritroviamo stabilmente presso i comuni delle tre province distintesi nuovamente (Avellino-Benevento, Foggia e Salerno) dove operavano, trasmettendo di padre in figlio quella che divenne lo studio della professione di queste figure ormai radicati in pianta stabile in paesi strategici. È il caso dei notai napoletani della famiglia Leo che si trasferirono a Torrioni, paese a ridosso del carcere mandamentale di Montefusco, in Principato Ulteriore, futura provincia di Avellino. Notaio Donato Leo (1717-post 1752). Probabilmente originari da una antica famiglia di notai di Ostuni, ivi presenti dopo il 1583 col capostipite notaio Donato Antonio Leo, il quale redige un atto del 1608 conservato all'Archivio di Brindisi, quando i Leo compaiono da Napoli a Torrioni (Av), dando vita a una movimentata serie di atti, trasmessi di padre in figlio.
Atti di notai pugliesi. Fra Otranto e Bari, Veneti in Capitanata, la Basilicata ai francesi, S. Vito e lo sbarco, Carovigno e Serranova nel 1700, i Dentice padroni di Ostuni e Trieste: documenti editi e inediti degli archivi di stato
Sabato Cuttrera
Libro: Libro in brossura
editore: ABE
anno edizione: 2023
pagine: 150
Nel gennaio 1496 le cose non andarono al meglio per il giovanissimo Re Ferrandino II d'Aragona, di soli 22 anni, già da diversi mesi sul trono per l'abdicazione del padre Alfonso II, costretto alla fuga poco prima della morte, quando la capitale si concesse ai Francesi. Re Carlo VIII di Francia, sebbene fosse ripartito, aveva infatti lasciato Monpensier a Viceré di Napoli, ma il rampollo aragonese non si era giammai rassegnato, convinto di dover tornare e dare una risposta forte per riottenere con le armi ciò che l'avo avea conquistato. In vista della guerra, anche il Papa, fatto fortificare Castel S.Angelo, lo trasformò in un'isola, arrivando a deviare il corso del Tevere, pur di stare sicuro. Il cronista: - Per le mutatione di le muraglie, torioni et fosse vi faceva far atorno, con intentione di farvi andar il fiume dil Tevere, che non poteva reussir tal pensiere, esso pontifice per el disegno spenderia sequendo di fabbricare, chome fo divulgato, zercha 80 milia fiorini, et spesso cavalchava atorno a veder ditta opra; pur di malavoja si ritrovava, perché francesi non veniva più a tuor bolle de beneficii a Roma. Del resto, Carlo VIII, tornato in Francia e incoronato Re, Ferrandino non possedé che circa la metà dell'ex Regno aragonese, essendosi tornati con un Regno di Puglia ed un Regno di Napoli. In verità non possedeva neppure tutta la Puglia in quanto l'intera Baronia, considerata parte della Capitanata, era dei Francesi. Il cronista: - El reame de Napoli, overo di la Puja, non era tutto reaquistato da Ferdinando Secundo Re di caxa Aragona et di Napoli, et quello voleva recuperare, benché le forze sue fusseno molto piccole, perché ancora molte Terre in tutto quel Regno si teniva a petitione di detto Re di Franza, et oltra che vi era Monsignor di Monpensier Capitano primario et Viceré ivi in reame posto dal prefato Carlo. E il Viceré francese Monpensier non era rimasto certo solo in Italia, perché aveva "assai numero de francesi, et grandissima copia di anzuini con qualche barone che da francesi teniva". Per tutte queste cose era giunta l'ora per Re Ferdinando di assediare i castelli dei baroni di partito angioino che si erano dati al Re di Francia. Perciò decise di far intervenire la Serenissima Repubblica di Venezia: adonque l'aiuto de' venetiani vi fu necessario.1 Ma prima, il 17 gennaio 1496, volle incontrare un'ultima volta tutti i baroni filofrancesi, fingendo di andare in Pullia per riscuotere la Dogana de le Pecore.2 Scoperto il tradimento di alcuni, specie del Conte di Sarno, Ferdinando fu sul punto di darlo ai francesi, poi ci ripensò e, dopo averli ammuniti, cominciò con lo stipulare l'accordo con i veneziani, mentre il nemico già rispondeva togliendogli Sanseverino. Il 20 gennaio il patto fra il Re e Venezia era già fatto e l'armata della Serenissima Repubblica, guidata da Geronimo Contarini, era già nel Golfo di Napoli con 700 huomini d'arme et 3.000 fanti, e di l'armata spendendo fin a la summa de ducati 200 milia in cambio del possesso di Trane, Brandizo et Otranto.

