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ABE

Abecedario di Caserta. Cognomi e quartieri prima del 1800

Abecedario di Caserta. Cognomi e quartieri prima del 1800

Arturo Bascetta

Libro: Libro in brossura

editore: ABE

anno edizione: 2022

pagine: 288

Questo libro è una miniera a cielo aperto, con cognomi, luoghi, storia, cultura e tantissimi particolari inediti che solo dal cappello di Arturo Bascetta potevano uscire. È un viaggio nella Caserta vecchia di due e tre secoli fa, fra i quartieri di una volta, da Sommana e Pozzovetere fino a giù, alla Torre di Casertanuova: La Diocesi e il Distretto di Caserta in Terra di Lavoro - Demanio Rocca S.Nicola: Castellone S.Agata fuori le mura; Il circondario di Torre, capoluogo di fatto; Le ultime vicende feudali del Principato di Caserta; Ufficiali eletti in Regimine dell'Università riuniti nella Piazza. Il volume analizza anche, nome per nome, tutti gli abitanti, quelli registrati dalle anagrafe nel 1700, e finanche quelli che appartenevano alle famiglie, senza possedere cognome, come famegli, ragazzi, garzone e lavoratori vari, grazie alla composizione del Catasto Onciario e ai documenti consultati relativi alla divisione in parrocchie della città: Chiese ed ecclesiastici, Cappelle e altri luoghi pii casertani; Il Catasto Antico a Gabella sostituito dalla tassa focatica; Vedove e forestieri esentati dalle tasse; L'Onciario supera il Generale imposto dagli Austriaci; Catasto Onciario nel 1741 scritto da otto estimatori e deputati; Sei quartieri amministrati dall'Università di Caserta. Tutto ha inizio dalla città cattedrale, quale è ancora oggi il gioiello di Casertavecchia: Nobil viventi della Sommana: De Franciscis e Giaquinto; Casola e la Parrocchiale di San Marco Evangelista; Pozzovetere e Case Vecchie di S.Clemente col trappeto; Centorano con dottore, potecaro e società dei buoi; I mestieri di Tredici: corari, coirari e mastro cortese; Falciano residenza del vescovo fra maccaronari e bottegari; Industriosa S.Benedetto: fabbricatori, panneri e pettinatori; Toro: borgo con sbirro, chirurgo, salaiolo e fioraio; Casale di Garzano anticamente detta San Pietro; I nobili Giaquinto ed Albanese e i poveri cittadini di S.Barbara; Il massaro napoletano, la vedova e il notaio di Saturano. Il libro focalizza poi l'attenzione su altri luoghi antichi, dall'abbazia di San Pietro e San Rufo a Piedimonte, fino a Sala, Casolla e Puccianello, dove furono ricostruiti gli antichi casali distrutti fra Sala Consilina e altri paesi del fiume Calore e Vallo Diano di Teggiano. Da qui una miriade di cognomi e nomi di braccianti e pettinatori, coirari e altri cittadini in questo studio che è alla base di qualsivoglia ricerca genealogica, analizzando casale per casale tutti i luoghi dell'antica Caserta: Casolla: il Casale più popoloso con pettinatori e mandesi; Casale Mezzano dove ogni bracciante ha la casa propria; Torre: il quartiere dei ricchi spostatisi nei palazzi della valle; La classe intermedia di mercadanti e lavoratori conciari; Fioriscono i mestieri nel nuovo borgo che rinasce; La montagna mirtillata di Puccianello; I massari diversi di Briano, il vignarolo e il bracciante nudo; Casale Alifreda, l'oste, il mercadante col calesse e i Mazzarella; Ercole: maccaronari, pettenatori e un raro bardaro. La ricca Appendice inoltre è proprio un sunto estratto dal catasto onciario pubblicato da ABE, scientificamente trascritto: Il Quartiero di Città; Sommana; Casola; Centorano; Tredici; Falciano; S.Benedetto; S.Barbara; Toro; Garzano; Casolla; Mezzano XIII. Saturano; Piedemonte; Ercole; Alifreda; Torre; S.Clemente; Poccianello; Briano; Sala; Pozzovetere. Chiudono il libro le note su Chiese e ecclesiastici: Chiese parrocchiali citate in un primo elenco del Catasto; Vengono definiti ecclesiastici di tutti i luoghi pii; Elenco di chiese ed ecclesiastici riportato a tergo del Catasto. Infine c'è un repertorio delle vedove, zitelle e privilegiati della Città di Caserta, e dei ricchi nobili bonatenenti e forastieri della Città.
49,00 €

Anne de Bretagne: Anna di Bretagna. La regina che partorì il duca erede di Napoli

Anne de Bretagne: Anna di Bretagna. La regina che partorì il duca erede di Napoli

Sabato Cuttrera

Libro: Libro in brossura

editore: ABE

anno edizione: 2022

pagine: 144

Anna di Bretagna, anzi Anne de Bretagne, nacque nell'era delle conquiste, quando il Regno di Napoli di Re Ferrante e Giovanna d'Aragona vedeva la sua corte colpita dalla peste. Sono gli anni delle tresche, in cui i figli del papa, maschi e femmine, vengono utilizzati da Alessandro VI per assicurarsi un pezzo di Napoli, al fianco di un principe o di una principessa. Del resto i brutti presagi della magia popolare non erano stati così infondati con l'ascesa di Alfonso II che fu oscurata solo dalla forza, dalla tenacia, e dalla perseveranza di una donna come Anna che considerava un nemico politico per quello che era: il nulla. Anna nacque di sangue della casa reale di Francia e di Navarra che l'aiutarono a divenire erede al trono, sposando sulla carta l'Imperatore Massimiliano I e poi, in carne e ossa, Carlo VIII di Francia che la incoronò Regina. E francese fu la prima provincia d'Italia che sventolò le sue bandiere, vale a dire l'Abruzzo, nonostante Papa Borgia avesse consolidato amicizia con il Re-consuocero. Fu Anna a convincere Carlo VIII a partire, ormai che il Principe di Salerno, signore più potente del reame, avesse sposato la causa francese di impadronirsi del Regno. E il bottino fu proprio la metà del suolo napoletano, con la spartizione a tavolino concordata con la Spagna, pur di sopprimere gli Aragonesi di Napoli. Fu allora che tutta la Puglia sventolò la bandiera di Anna e Carlo VIII finché non divenne imperatore. E di Anna furono i libri più belli di Napoli trafugati a Palazzo, mentre il nemico fuggiva a Ischia e in Sicilia. Ciò permise a Carlo di entrare a Caserta e Napoli, comprando dal papa la corona del Sud in cambio di Benevento. Fu allora che Anna divenne Regina di Sicilia, quando per tutta la Francia fece sventolare bandiere e alimentare falò per le piazze. La cosa in verità durò ben poco. Anna però perse il Regno di Sicilia, ma non il titolo, come dimostra la corrispondenza con Napoli, dove fu il suo Carlo a fondare per la prima volta il Comune amministrativo. La notizia della sfilata delle insegne reali con le sigle di C (Carlo) e A (Anna) fece il giro d'Europa, con la corte francese ormai in pianta stabile a Castelcapuana, creando s.Agostino per la prima volta a sede del Consiglio comunale cittadino. La Festa in Francia, i colori, la musica: Anna era stordita da tanta paventata ricchezza. Poi la morte del marito, il lutto. Anna è vedova, ma dal suo grembo è già nato chi porta in eredità il titolo di Re di Sicilia; nato già padrone di Puglia e Calabria: Canosa e Venosa. Carlo sfilò senza la Regina, ma con la corona in testa, como ad Re de quisto Regno. Chissà quanto avrebbe voluto farlo con accanto la bella Anna di Bretagna, alla quale, in fondo, non aveva dato nulla che un titolo, senza neppure la soddisfazione di un matrimonio sfarzoso, di un figlio che potesse vivere da principe. Il suo nome era comunque ovunque, benché puntato, su tutti gli scudi: «C.», per Carlo, e «A.», per Anna, si ritrovavano impressi ovunque, dalla veste reale alle armi. Amore, soldi e conquiste: erano questi i pensieri che affollavano la mente del nuovo sovrano di Sicilia, mentre si avviava a prendere possesso del reame degli avi. Era preceduto dalla processione, mentre egli andava sopra uno cavallo liardo chiaro con le areze moze socto el palio de brocchato la barrecta che portava in testa era de velluto negro, con certe frise de oro dentro la piega de la barrecta quali frisi erano la corona, la veste de panno de oro, lo septro et lo pummo. Innanzi a lui luceva la spada regia; dietro, spiccavano due corseri copertati.
30,00 €

Atti di notai sanniti. Palazzo d'Aquino sede del generale, Rione S.Eustachio a Benevento Vetere, il vaiolo di Telese, viri, siri, poeti e vicari

Atti di notai sanniti. Palazzo d'Aquino sede del generale, Rione S.Eustachio a Benevento Vetere, il vaiolo di Telese, viri, siri, poeti e vicari

Sabato Cuttrera

Libro: Libro in brossura

editore: ABE

anno edizione: 2022

pagine: 124

Il 26 novembre 1444, sotto il pontificato di Papa Eugenio, tre civili di Civitate Beneventana, i signori domini Del Pesce, Rapinella e de Vipera, vengono citati nel primo atto notarile cartaceo dell'attuario pubblico, il chierico Nicola Russo, oggi conserato, restaurato e custodito presso l'Archivio di Stato di Benevento e inserito fra i notai anonimi vari: Nicola Russi clerici et civis beneventanj publici aptica ante notarij et testibus infrascriptores presentia Domino Goffredo de Piscibus, Thoma Rapinella et Nicolaj de Vipera civium et habitatorum beneventanorum ad infrascripta moratorjum ad hibitorum personaliter et rogatorum. Siamo sicuramente nella Benevento attuale, in quanto l'atto è sottoscritto apud Civitatem Beneventana, precisamente in S.Sofia, in quello che viene definito venerabilis monasterio Sancte Sofie et proprie in Camera Reverendi inxpo Abatis dicti monasterii. Ma i tre beneventani citati in precedenza da Russo erano solo i testimoni che vi si sono recati al seguito del nobile cittadino Roberto d'Aquino fu Giacomo, perché constituitus personaliter Robertus de Aquino nobilis huius Civitatis filius condam Domini Jacobi agens et intervenienti ad infrascripta. Roberto è il fratello del 'ministro' del regno di Napoli Francesco d'Aquino, o meglio del Magno Siniscalco del Regno di Alfonso Re di Napoli, che è anche Conte di Loreto e che restò in carica quattro anni, dal 1438 al 1442. Roberto e Francesco si ritrovavano ambedue eredi del Palazzo, quello appartenuto al padre Giacomo e alla madre Orsolina de Gioia, nel quartiere della Parrocchia di S.Eustachio, ubicato poco distante, nell'ex Civitate Beneventana, cioè nel borgo antico distrutto dal terremoto del 1348, quando nacque poi la nuova urbe arcidiocesana che integrò le diocesi molisane e pugliesi.1 Nello stesso atto notarile del clerico Russo, Roberto d'Aquino parla anche a nome del consanguineo Francesco, conte di Laureto e Satriano, in quanto dichiara possedere con domino Francisco de Aquino suo fratre Comite Laureti et Satriani at magno siniscalco serenissimi Alfonso domini regis Aragonie et Neapolis nonnulla bona stabilia et feudalia iusdem perventam ej hereditate condam Jacopi et Orsoline de Jola paternum et spetialiter domum paterne habitationis dictj condam Jacobi sitam et positam in hac Civitate in parrochia sancty eustachij justa suos. Il discorso cade sui soldi perché si rende necessaria parecchia pecunia, che Roberto non ha, in quanto necessitano 4000 ducati de monetis argentis per il restauro del Palazzo, già diviso dagli eredi in quanto l'appartamento di Roberto situato in detta domus è separato dall'altro che appartiene al ramo d'Aquino e pare abitato, o solamente difeso, da un certo Mascambroni canonico della Chiesa Madre beneventana, per intermediam personam Dominj Meulj de Mascambronibus canonici majoris ecclesie beneventane, in quanto anch'egli civium et habitatorum beneventanorum ad infrascripta moratorj. Parte così questo nuovo viaggio nel Sannio sconosciuto fra il 1450 e il 1800, con tante notizie inedite trascritte fedelmente dagli archivi di stato.
30,00 €

Sant'Angelo a scala: la patria di Paolo IV, il papa più terribile della storia. L'Incoronata fondata dal Beato Giulio Nardonensis e il corpo di San Silvestro papa

Sant'Angelo a scala: la patria di Paolo IV, il papa più terribile della storia. L'Incoronata fondata dal Beato Giulio Nardonensis e il corpo di San Silvestro papa

Oscar Ciriello, Arturo Bascetta

Libro: Libro in brossura

editore: ABE

anno edizione: 2022

pagine: 134

Questo libro nasce con l'intento di fare chiarezza su due argomenti: la nascita di papa Paolo IV e la fondazione dell'Incoronata in S. Angelo a Scala (Av), ex feudo del genitore Diomede e sua patria natale, ai piedi del Montevergine. Bascetta ricostruisce le motivazioni storiche che hanno portato alla confusione del culto mariano, dopo la diffusione di quello verginiano, che si trova a due chilometri in linea d'aria, specie dopo la distruzione operata da Sigismondo Ugo, padre del celebre Victor, che nel 1806 rase al suolo l'Incoronata incatenando i monaci che davano asilo a Fra Diavolo, alias Michele Pezza. Oscar Ciriello, dal canto suo, ha fatto un lavoro straordinario di ricostruzione in 3D del monastero distrutto, mostrando come fosse possente rispetto agli altri e avvalorando la tesi della potenza di S. Angelo a Scala, primo luogo abitato del Partenio, come dimostrano le pergamene, in quanto l'abbazia di S. Giacomo, che oggi ospita i resti di un altro pontefice, che è S. Silvestro papa, fu costruita inglobando il territorio dell'originaria abbazia di Montevergine. Insomma 134 pagine di foto, fatti, episodi e circostanze che sembrano un giallo, ruotando intorno alla figura dei due papi. Non poteva che chiudersi il volume con tante storie di brigantaggio e racconti popolari fioriti intorno a questo piccolo borgo della Montagna di Monte Vergine che i Carafa amarono al punto di rifondare l'abbazia che ancora oggi sfoggia mitra e pastorale alla maniera greca nel nome di San Silvestro e San Marco, legati indissolubilmente a Pietrastornina e Atripalda.
21,00 €

Atti di notai del Principato Ultra: Tufo, la Zita di «Grotta» e le «cerze» di S. Sofia, neve a Pietrastornina, nozze a S. Angelo e Chianche, il rettore papale di Torrioni, Buonalbergo e Apice

Atti di notai del Principato Ultra: Tufo, la Zita di «Grotta» e le «cerze» di S. Sofia, neve a Pietrastornina, nozze a S. Angelo e Chianche, il rettore papale di Torrioni, Buonalbergo e Apice

Sabato Cuttrera

Libro: Libro in brossura

editore: ABE

anno edizione: 2022

pagine: 118

Questo volume della collana Il Baule sui notai della campania fra 1500 e 1800 si arricchisce del volume riguardante gli atti notarili del Principato Ultra, soprattutto ad opera del notaio Leo di Torrioni, ma anche di altri, frutto di anni di ricerca presso gli Archivi di Stato di Napoli, Avellino, Benevento. In questo volume ci si sofferma sulla zita di Grotta e le 'cerze' di s.Sofia benevenana, poi sulla fossa della neve di Pietrastornina, e su Buonalbergo. L'autore Sabato Cuttrera riferisce di come sia stato creato in alcuni paesi della Valle del Sabato l'abito proprio delle nozze, che non era bianco, ma bensì una veste, una gonnella di saia imperiale che si tramandava di madre in figlia, tanto sul Partenio, quanto fra Montefusco, Apice e S.Angelo. Un capitolo è dedicato alle chiese di Torrioni e al rettore di Pietrastornina nominato dai papi beneventani, in qualità di abate di San Marco e poi anche di S.Silvestro di S.Angelo della Scala. Altri capitoli riguardano Don Luca Morano di Torrioni, Toccanisi e S.Angelo, la famiglia Piatti, dei banchieri di Bergamo trasferiti a Napoli, commercianti di Greco di Tufo essendo i mercanti del Sabato divenuti consoli di Napoli e poi martiri del 1799, essendo stati banchieri giacobini della Repubblica Partenopea. Altri capitoli riguardano la famiglia dei Capobianco di Benevento trasferiti a Montefusco e infine l'arresto dello stesso notaio che redige gli atti all'arrivo dei Francesi di Bonaparte.
30,00 €

Memorandum benevventano: il Risorgimento in Principato Ultra. 1859-1861

Memorandum benevventano: il Risorgimento in Principato Ultra. 1859-1861

Arturo Bascetta

Libro: Libro in brossura

editore: ABE

anno edizione: 2022

pagine: 148

Dinanzi ai nostri occhi passano piccoli e grandi fatti della stragrande maggioranza dei Comuni dell'ex Principato Ultra, documentati e accurati dalla certosina ricerca da topo di biblioteca che è la più grande virtù dell'Autore. Testimonianze storiche, in verità, spesso trascurate dalla Storia con la "S" maiuscola, le quali hanno un valore inestimabile per tutti coloro a cui sta a cuore conoscere i fatti delle proprie contrade, dei propri villaggi e paesi, dei propri eroi, dei propri briganti, delle imprese dei propri compaesani e delle loro azioni, eroiche o meschine che fossero, che hanno contribuito all'unità d'Italia. Non è una storia minore, come certi astratti e pseudo-storici vanno farfugliando, ma è di fatti storici della provincia di Avellino che si parla, congiunti ai grandi avvenimenti dell'unità d'Italia, pensieri e correnti che sono alla base dell'Europa moderna. Bascetta mette in evidenza il cavallo di Troia all'interno del mondo liberale, che spesso lo spinge verso direzioni non progressiste ma retrive. Vi sono episodi travolgenti e splendidi nella loro ferocia come quello della brigantessa Donna Matilde Rossi, che io ritengo, parafrasando Guido Gozzano, "un fiore sbocciato nel deserto". Arturo Bascetta, in particolare in quest'opera storica più che nelle sue tante altre, vive fino in fondo, come pochi altri, taluni dei problemi più ardui della storia, particolari che sono unici e irripetibili, come i tanti fatti, eventi ed episodi descritti con acume e perizia in questo suo libro a cui auguro una grande diffusione tra i giovani che, non per loro colpa, sanno pochissimo, se non proprio nulla, dei paesi dove sono nati e vivono. Lacuna che sarà certamente eliminata da questo lavoro che rappresenta un nuovo rapporto tra fatti, eventi, istituzioni, in cui però la nostalgia del passato non comporta il disperdersi della realtà, delle tradizioni molteplici nel tempo; non si fa promotrice di una nuova azione e di nuovi ideali possibili. A questo si associa la disciplina storica, che di quegli ideali e di quei principi si rende garante, senza cedimenti di sorta alle metamorfosi di revisionismo che accompagnano le forme deviate e devianti, spurie, del pensiero storico che a me piace chiamare pensiero critico. E tale è anche per Bascetta che con Omodeo è del parere che "la vera grandezza umana si afferma in discrimine rerum, nella possibilità di perdere e di trionfare, di fallire e di riuscire". E' il motivo alla base di queste pagine. L'Autore in questa sua opera, come in tante altre ricostruzioni storiche, sa bene che il "processo compiuto", tetelèsmonon, sfugge per principio alla diretta conoscenza del soggetto umano per il quale è possibile solo una "conoscenza congetturale", dòkos. Del resto il primo frammento di Ecateo, il famoso storico di Mileto, recita: "Scrivo quanto segue conformamente alla mia ricostruzione congetturale della verità". E Bascetta, come il primo celebre storico antico, può dire che non pretende di aver conosciuto direttamente la "verità", ma semplicemente di averla ricostruita, a partire dai dati da lui pazientemente e sagacemente raccolti. È, questo, un ulteriore merito dell'Autore di un succoso libro, il quale, con la sua fecondità e creatività, rifiuta la storia semplicistica che si ferma alla superficie degli avvenimenti, una storia che fa dipendere tutto da un solo fattore, che si basa su analisi troppo eclettiche e che si smarrisce nella molteplicità delle circostanze: la narrazione sistematica che non distingue tra motivi e cause. Bascetta, seguendo Marc Bloch, "di fronte all'immensa e confusa realtà", fa la propria scelta basandosi non sull'arbitrio, bensì nell'analisi scientifica del documento che gli consente la ricostruzione e la spiegazione del passato. Esamina, analizza, scruta fatti ed eventi, ciascun individuo, noto o ignoto, che svolge la sua parte nella vicenda storica, ma soprattutto con un lavoro delicato e appassionato.
49,00 €

Eboli nel 1755. 2 collana Principato Citeriore (20° Catasto Onciario del Regno di Napoli)
40,00 €

Figurine beneventane. Il Sannio in gioco. Dissertazioni sulle icone storiche di Benevento e provincia

Figurine beneventane. Il Sannio in gioco. Dissertazioni sulle icone storiche di Benevento e provincia

Rito Martignetti

Libro: Libro in brossura

editore: ABE

anno edizione: 2022

pagine: 74

Le figurine, in particolare quelle dei calciatori, hanno segnato la nostra infanzia, profumata anche da quelle che si nascondevano nelle scatole dei detersivi. Le figurine che "leggerete" nel presente volume si ispirano, però, a quelle inventate nel 1872 dal chimico tedesco Justus von Liebig e che si occupavano dei vari aspetti della vita umana, della natura, della storia, dei monumenti, delle scienze, delle arti. Con originali figurine tematiche, stampate con la tecnica litografica, il barone von Liebig riuscì a promuovere il suo estratto di carne. Con questa prima serie di figurine, abbinate ad estratti di storia locale, noi cercheremo di attirare la meritata attenzione sul nostro incantevole territorio. Insomma, Martignetti, ha messo in gioco il Sannio.
25,00 €

Elena d'Epiro di Sicilia. Elena Ducas degli Angelo-Comneno

Elena d'Epiro di Sicilia. Elena Ducas degli Angelo-Comneno

Arturo Bascetta, Sabato Cuttrera

Libro: Libro in brossura

editore: ABE

anno edizione: 2022

pagine: 110

Il 2 giugno del 1259 giunse nel Regno la fresca sposina del Re Manfredi. Era bella, di persona, e di gentili maniere, nei più verdi anni dell'età sua, «quando passò a marito». Oltre a questi pregi naturali ella portò in dote molte Terre, che nell'Epiro le furono date da Michele suo padre: fatto su cui gli scrittori hanno taciuto, ma che un rescritto ci ha fatto sapere. Con questo matrimonio Manfredi non solo estese l'ampiezza dei Regni del padre, ma con Michele il Despoto acquistò un amico vicino e potente, sia per l'estensione dei suoi stati che per essere questo Principe prode e valente di sua persona». Così l'Anonimo: - Arrivao in Apulia cu octo galere la Zita de lo seniore Re Manfridu fillia de lu Desportu de Epiru, chiamata Alena accompagnata da multi Baruni et damicelle de lu nostru Reami, e de quillo de lo soi palre, et sbarcao in lo portu de Tranu dovi l'inspectava lu seniore Re lu quali quando scisce la zita da la galera l'abbrazzao forti, et la vasao». Lo sposalizio avvenne a Trani e non a Barletta, forse per fare più colpo sul suocero, tale fu la pompa sfoggiata dal Re e dalla corte, le sete di Bari indossate dai cortigiani, e le divise sfoggiate dai cavalieri per non sfigurare con una regina come Elena che amava il lusso in cui era cresciuta. «Dopo che l'appo conducta per tutta la nostra Terra tra l'acclamazione de tutta la genti, la mennò a lu castiellu, dove ze foro grandi feste et suoni, et la sera foro facti tanti alluminere, et tanti falò in tutti li cantuni de la nostra terra, che paria che fosse die. Lu juomo appressa lu seniore Re creao multi cavalieri tra li quali foro li nostri concittadini messeri Cola Pelaganu et Fredericu Sifula che aviano accompagnata la Reina in lu viaggiu cuui le doi galeri della nostra terra. La dicta Reina è multa avvenente et de bona manera, et è più bella de le prima mogliera de lu Re; et se dize, che non have più de dizesette anni». A gloria e onori non mancarono conferme greche per lo Svevo, al quale il despota cedette le conquiste sulle coste di Durazzo e Valona, che andavano a integrare la dote principesca di Elena, con ex territori normanni, quali Corfú, Butrinto e Kanina. Ma l'euforia durò poco e quando scese Re Carlo d'Angiò, il primo pensiero fu quello di entrare in Benevento per donarla al Vaticano, essendo già stata città del Papa, e perciò fu punita dalla Chiesa e dal Re. Essa fu «messa a sacco, gli abitanti sgozzati, l'Arcivescovo confessore di Manfredi spogliato delle insegne ed incatenato, le Chiese stesse spogliate dei sacri arredi. Carlo ebbro della vittoria raccoglieva i tesori di Manfredi conservati dal vile Maiella; e dando notizia al Papa della vittoria, lo gratificava con una parte delle regie spoglie, così spartendosi la veste della vittima». A dire del cronista stessa sorte subirono «i devoti di Manfredi, o spenti con lui o preda del vincitore, o esuli e raminghi sui monti e fuori i confini del regno». Giovanni da Procida fu tra costoro e subito dopo corse anche a Roma per «trionfar con la scienza de' nemici e de' tempi», con Re Carlo che fece della vittoria una barbarie. L'infelice vedova Elena «alla trista nuova passò con i suoi quattro figlioletti da Lucera in Trani, per fuggire in Epiro, e nel dì tre marzo si rifugiò nel castello. Ma anche sugl'innocenti vegliava l'ira implacabile di Roma; e venuto questo a conoscenza di alcuni frati, che a commissione di Papa Clemente girandolavano pel regno per ribellarlo a Manfredi, tanto si adoperarono che la fecero chiudere in quel castello, e ne diedero avviso al Re Carlo». Ben due ragazzi si salveranno per dare altrove seguito alla dinastia Sveva, mentre la Regina fu costretta a ricorrere ad uno stratagemma per avere salva la pelle e rifarsi una vita...
35,00 €

Le dive dalla vita spezzata. 1850-1950. Almanacco inedito della canzone napoletana. Volume Vol. 8

Le dive dalla vita spezzata. 1850-1950. Almanacco inedito della canzone napoletana. Volume Vol. 8

Antonio Sciotti

Libro: Libro in brossura

editore: ABE

anno edizione: 2022

pagine: 242

Le canzonettiste che popolano questo libro condividono il finale drammatico e la giovane età e la scelta si è basata fondamentalmente sull'eco che le loro morti hanno prodotto a livello di cronaca, un impatto mediatico forte e che oggi definiremo virale. Le Dive dalla vita spezzata racconta l'ultima ribalta di artiste a volte bistrattate dalla stampa, ma osannate da un pubblico numeroso che assiste al triste epilogo della loro vita finita dietro un sipario che non si alzerà più. I giornali dell'epoca battevano le notizie della loro morte soprattutto nelle pagine della cronaca nera, come per l'omicidio di Renata Carpi, di Paolina Giorgi, il suicidio di Gabriella Bessard, di Ester Bijou, di Carolina Ropolo Favi, di Emma Santini. La fatalità è stata spesso complice della loro fine, ed è il caso di Emma Carelli che muore per un incidente automobilistico dopo che era sopravvissuta ad un tentato suicidio; o di Gilda Mignonette che, beffata dal destino, muore tragicamente sulla nave, in una sorta di terra di mezzo tra Napoli e New York; o di Lina Resal che, riuscita a soddisfare le sue velleità artistiche solo in seguito alla morte del marito che la soffocava, muore crudelmente e fatalmente con l'agognato successo; o di Marianna Checcherini che muore di stenti chiudendo il cerchio di un'esistenza travagliata tra successi e insuccessi, o di Liliana Castagnola, scampata ad un tentato omicidio, che muore per mano degli stessi sonniferi che le avrebbero dovuto alleviare le dolorose emicranie e allucinazioni provocate da una pallottola mai estratta dalla sua testa; o di Gigina De Crescenzo che muore tragicamente di parto a soli 19 anni, dopo aver calcato le prime scene da primadonna; o di Eva Galliani che muore per un'operazione chirurgica sbagliata dopo esser stata perseguitata nell'intimità dalla stampa e dagli impresari; o di Amelia Rondini che dopo esser stata sfregiata da un guappo che le stronca la carriera, muore di febbre spagnola. Il terremoto e la guerra mieteranno vittime celebri come Tina Vergani, Maria Fougére, Mimì Branca, Ida Durant e Lia Flirt; anche la follia contribuisce al travaglio: le sorelle Corinna e Bianchina De Crescenzo ne sono protagoniste. Così scrive il regista Stefano Amatucci: Quando Antonio Sciotti mi ha comunicato il titolo del suo nuovo libro Le Dive dalla vita spezzata la mia mente è subito andata a quei meravigliosi films noir a cavallo tra il 1940-'50 in cui il contrasto tra luci e ombre rappresentavano metaforicamente il conflitto tra bene e male. Storie, quelle che Sciotti racconta, in cui Eros e Thanatos danzavano abbracciati a passo di tango e sparivano inghiottiti dall'oscurità in fondo ad un elegante corridoio Liberty. Storie di amori malati, quelli che egoisticamente pretendiamo quando non si può averli e che si trasformano in Meduse con mille serpiente che l'abballano 'ncapa cantando sotto le luci di un palcoscenico o di una festa di piazza o di un Cafè Chantant. L'amore talvolta è come la droga che ti butti nelle vene e di cui è impossibile fare a meno perché senza di esso resterebbe solo il vuoto nelle nostre vite. E allora le nostre Dive hanno preferito un malammore invece che nessun amore. Così le loro esistenze si sono consumate tra un colpo di cipria profumata sul volto e barbiturici ingeriti con un vecchio Bourbon, tra pellicce e abiti luccicanti e missive mai spedite o mai recapitate, tra fasci di rose rosse profumate di sedicenti promesse e telefoni bianchi bagnati di lacrime, tra applausi scroscianti e colpi di rivoltelle. Alcune vite di Dive sono state spezzate da misteriose fatalità, da destini bari e crudeli come terremoti, guerre o malattie che le hanno sprofondate dall'alto delle luci della ribalta nel fondo di abissi fatti di miseria e disperazione in una continua lotta per la sopravvivenza.
48,00 €

Storia della «bottega dei quattro» di Libero Bovio. 1934-1940

Storia della «bottega dei quattro» di Libero Bovio. 1934-1940

Antonio Sciotti

Libro: Libro in brossura

editore: ABE

anno edizione: 2022

pagine: 182

L'ultima e vera canzone di Napoli, figlia dell'epoca d'oro, è sicuramente quella di Libero Bovio: una canzone abile, perfetta di costruzione, congegnata con sicuro senso drammatico, o gaio, sentimentale, comico, grottesco, di cui egli solo intuisce la formula giusta, precisa, infallibile. Bovio conosce bene l'anima del pubblico e le sue esigenze e possiede il segreto del successo: riesce a penetrare nell'anima semplice delle persone e perpetrando sensi di colpa ne fa venire fuori l'animo nobile, il desiderio di essere quello che non si è o di quello che si è perduto. Ma, durante il corso della carriera, non si è limitato a scrivere soltanto canzoni piedigrottesche. Il senso dell'organizzazione prevarica in lui, cosicché ad ogni audizione è onnipresente a tutte le prove delle nuove canzoni, sceglie accuratamente gli interpreti, gli elementi del coro, della tarantella e della mandolinata di prescrizione, dell'orchestra, approva il bozzetto delle scenografie e ingaggia gli attori che recitano il preambolo o idillio piedigrottesco, assiste alle coreografie dei danzatori. In altre parole, per ogni spettacolo, mette su un'organizzazione talmente perfetta che anche altri autori partecipanti all'audizione con le proprie canzoni, traggono benefici da tanta accuratezza. Dopo il gran successo nel 1915 con Tu, ca nun chiagne! arriva il trionfo nel 1916 con Pupatella, il primo di una serie infinita di motivi con i testi che cambiano radicalmente il modo di scrivere della canzone napoletana (Lacreme napulitane, Zappatore, 'E figlie, 'E ppentite, Carcere, L'ultima tarantella, Serenata 'e 'na femmena, Tammurriata d'autunno, ecc.). La canzone Pupatella trova successo immediato e conferma come la sua linea poetica si distacchi notevolmente da quella degli altri autori contemporanei che scimmiottano ancora i vari Di Giacomo, Bracco, Russo, Cinquegrana. Bovio non scrive l'amore in tutte le sue sfaccettature, ora drammatiche o commoventi e felici, ma scrive l'amore da cronaca nera, con le sue tragedie di sangue, sentimentali, familiari o personali. Il brano-innovatore all'epoca venne definito dalla stampa un bozzetto musicale. Ovviamente il suo modulo verista subisce l'immediata imitazione e, in meno di dieci anni, la canzone napoletana abbandona le varie Caroline affacciate al balcone per fare posto alle varie zingare e pupatelle spietate e traditrici. Da questo momento la sua fama di autore e tale che osa di più e, dal 1917 al 1923, diventa, oltre che poeta, anche direttore artistico della casa editrice La Canzonetta amministrata da Francesco Feola. Sono questi gli anni di grandi successi. Poi, dal 1924 e fino al 1933, sempre come autore e direttore artistico, gestisce la casa editrice Santa Lucia di Giuseppe De Martino. Anche in questi anni i trionfi sono tantissimi. Fino ad arrivare alla nascita della Bottega dei Quattro del 1934, contemplata in questo libro. Parallelamente all'attività canora, Bovio tiene anche un'intensa attività teatrale, trovando molto successo con alcune rappresentazioni da lui firmate, quali Mala Nova, Vicenzella, So' diece anne, Gente nosta, Malia e altre. Tiene pure due compagnie, una che agisce nella musica e l'altra nel teatro. Probabilmente è l'unico autore che fino alla fine dei suoi giorni è riuscito a comporre continui successi, senza subire declini, grazie alla sua vena poetica che mai si esaurisce col tempo. Nella prima parte del libro si legge la cronistoria di tutta le sette edizioni delle audizioni di Piedigrotta della Bottega dei Quattro, con le relative tabelle discografiche in allegato (soltanto i dischi Phonotype sono indicati col numero di matrice, anziché quello di catalogo). La seconda parte, intitolata Istantanee, sono ricordati tutti i 42 cantanti che hanno preso parte dal 1934 al 1940 alle sette audizioni. Nonostante si parli di quasi un secolo fa, è interessante scoprire che ancora due artiste partecipanti (Pia Velsi e Lidia Gaia) siano ancora in vita a tutto il 2022. L'Autore.
35,00 €

La casa di Orazio è sempre aperta. Le cene conviviali del poeta venosino amato da Franco, Fenelon e Leopardi

La casa di Orazio è sempre aperta. Le cene conviviali del poeta venosino amato da Franco, Fenelon e Leopardi

Virgilio Iandiorio

Libro

editore: ABE

anno edizione: 2022

pagine: 112

E' diventato slogan, spot pubblicitario, insegna di noti ristoranti il sapore dell'antico. Quasi una sorta di riflesso condizionato in un'epoca, la nostra, dove il legame con il passato è ormai quasi impercettibile, dove si discute di prodotti transgenici che impallidiscono al confronto con la supposta genuinità di quelli di una volta. E sulle nostre tavole ben fornite di ogni ben di Dio chi sa quali alimenti manipolati giungono e giungeranno. Quando il passato diventa irraggiungibile, quando la distanza tra noi e quelli che furono diventa incolmabile, ecco che questo, il passato, si colora di nostalgie, di ricordi e di miti. Questa sera siamo ospiti in casa di Quinto Orazio Flacco. «Quale che sia il piacere, me ne vado da solo, chiedo il prezzo della verdura e del farro; mi aggiro tra gli inganni circensi e nel foro spesso fino a sera, mi fermo dagli indovini, e poi me ne ritorno a casa al piatto ti porri e di ceci e frittelle. La cena viene servita da tre ragazzi e la tavola bianca sorregge due coppe con un boccale, accanto c'è una saliera di poco valore, un'ampolla con il piatto, suppellettile Campana». Cominciamo dalla tavola su cui veniva servito il pranzo. Quelli che se lo potevano permettere avevano tavolo di legno pregiato (di acero per esempio), tovaglia decente, tovaglioli nitidi, bicchieri di vetro e piatti tersi come specchi. Per la gente meno abbiente, tavola di pietra, ciotole, bicchieri di terracotta, rozza saliera, ampolla, piatto largo (per metterci un poco di tutto), stoviglie di produzione Campana, quelle a buon mercato. Negli altri giorni dell'anno il pasto principale della giornata doveva essere alquanto più frugale. Non mancavano mai legumi e ortaggi: ceci, fave ben unti in grasso lardo, lapazio, porri, malva, cavoli conditi con olio e aceto. I cavoli migliori erano quelli coltivati nei campi "asciutti", quelli coltivati negli orti irrigui erano insipidi. Uova sode bislunghe, che erano più gustose di quelle rotonde, si accompagnavano alle olive nere: le olive migliori erano quelle di Venafro, ma anche la produzione di altre regioni meridionali non era malvagia. Il primo piatto era costituito da zampetto di maiale affumicato, da salsicce, ma anche da vile trippa. Si potevano avere anche pollastri e capretti, lessati o arrostiti.
15,00 €

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