ABE
Charles de Valois: Carlo VIII re di Napoli
Sabato Cuttrera
Libro: Libro in brossura
editore: ABE
anno edizione: 2023
pagine: 144
Sulla carta tutti volevano aiutare Ferrante II d'Aragona a riconquistare il suo reame, ma nessuno immaginò che la spartizione segreta con gli Spagnoli fosse già avvenuta. Lo avrebbero fatto con la sollevazione della stessa Napoli, a cui Carlo di Valois si apprestava a concedere privilegi e esenzioni da 200.000 ducati, sperperando le casse del Regno senza prudenza e senza oculatezza. I Francesi, «parte per incapacità, parte per avarizia, confusono tutte le cose». Nella fretta, insomma, non si riuscì a creare il collante con la nobiltà, neppure con i tanti premi feudali, per via delle difficoltà a entrare in contatto con la corte. Le camere per le udienze del Re furono un'utopia anche per i grandi, perché non veniva «fatta distinzione da uomo a uomo, non riconosciuti se non a caso i meriti delle persone, non confermati gli animi di coloro che naturalmente erano alieni dalla casa d'Aragona» Per non parlare delle «interposte difficoltà e lunghezze alla restituzione degli stati e de' beni della fazione angioina e degli altri baroni che erano stati scacciati da Ferdinando Vecchio». L'odio contro gli Aragonesi, inoltre, andava via via spegnendosi con la sopraggiunta compassione per il giovane Ferrandino, il quale, mentre Carlo VIII meditava di rimandare l'acquisto della sua metà del Regno, preparò la riscossa. Partito da Ischia per la Sicilia Ferrandino si unì quindi allo zio e alle truppe spagnole di Consalvo, ingrossando le fila coi Calabresi che mai lo avevano tradito mantenendo viva la fortezza di Reggio. Anche l'armata veneziana tornava sulle coste pugliesi guidata dal Capitano Antonio Grimanno. Tutto ebbe dell'incredibile, compreso l'ardore con il quale il Re di Francia e la sua Corte fecero un inatteso dietrofront. Con la vana promessa di ritornare Carlo si fece rendere l'omaggio feudale dai Signori e, messa la Corona del Regno sul capo per mano di Giovanni Ioviano Pontano in nome del popolo napoletano, il 22 maggio 1495, si nominò Re di Napoli e ripartì.
Carlo V, l'amore e i notai di Napoli. Atti e donne poco conosciute dell'Imperatore
Arturo Bascetta
Libro: Libro in brossura
editore: ABE
anno edizione: 2023
pagine: 180
Carlo pose a custodia della madre Giovanna il marchese di Denia, don Bernardino l'aguzzino, abile nell'uso della corda come strumento di tortura. Non era migliore del suo predecessore Ferrer, che dichiarava di non avere mai sottoposto la Regina alla cuerda, se non per ordine del padre Ferdinando, appendendola per i polsi, dopo averle legato i pesi ai piedi. Il marchese di Denia scriveva a Carlo dicendogli che prima dei sentimenti filiali dovevano venire gli interessi politici: a volte suggeriva di applicare alla Regina la tortura perché questa sarebbe stata utile alla sua salvezza e certamente avrebbe reso un servizio a Dio e spesso gli ricordava che egli agiva nel suo esclusivo interesse, arrivando a sostituire i frati che, messi vicino alla Regina nel tentativo di convertirla, ne divenivano, invece, amici e difensori, come accadde per frate Juan di Avila. Carlo di Gand, temè fino alla fine che le idee di Giovanna, ormai detta la Loca, una volta libera, potessero fare colpo sul popolo e infiammare il serpeggiante sentimento anti fiammingo mettendo in pericolo il suo potere, l'unica cosa in cui veramente credeva, ardito e ambizioso com'era. Per mantenerlo, più che la madre, preferirà richiamare gli ebrei cacciati dal Regno di Napoli, e dedicarsi alla caccia e agli amori, sebbene i francescani, come Fra' Francesco di l'Agnelina, si scontrasse col Vicerè sui 'zudei', affinché portassero il barrette zalo, come a Venezia. In fondo, anche la nonna paterna di Giovanna, a cui molto assomigliava, Giovanna Enríquez, era ebrea. Chissà se pure l'ava era stata così gelosa di un marito come Filippo il Bello, il quale se l'era spassata allegramente con le belle fiamminghe di corte. E così, tale padre tale figlio, proseguì la tradizione di donnaiolo anche Carlo, ma mai quanto il padre, giungendo al punto di sfigurare i visi di donzelle e schiave more, al solo scopo sessuale. Del resto, con la crisi in atto, anche i conti dovevano tornare. Ecco perché il novello imperatore si circondò di consiglieri e notai riordinando le province del Regno di Napoli e accontentando i baroni, che in cambio, lo ospitavano a corte per la gioia delle nobili donzelle napoletane.
Abecedario di Prata e Pratella nella Valle del fiume Lete: storia, genealogia e toponomastica
Arturo Bascetta
Libro: Libro in brossura
editore: ABE
anno edizione: 2023
pagine: 260
Finalmente, con gli Angioini, abbiamo le prime certezze su Prata dei Paligni seguita da Prata di Alife. Sulla prima Prata dell'Abruzzo, sappiamo che è piccolissima, come se fosse appena nata, in quanto non possiede abitati. Paga infatti solo 20 tarì ed è nominata insieme a Civitella per un'oncia, a Rampino con 1, San Vito con 1, Celano, Sulmona ed altre. Già solo questo potrebbe dimostrare che la Prata aquilana e tutte le altre cittadelle abruzzesi sono il clone di quelle campane, e che la Prata in Terra di Lavoro, in ogni caso, è già consolidata. Sono quindi le cittadelle della Terra di Lavoro ad aver dato nome a quelle dell'ex Molise e non viceversa, sebbene di difficile affermazione in quanto le due province sono fuse in una sola. Prata [Sannita] esiste eccome, come confermato negli anni immediatamente successivi, rientrando in quella che si intende essere una magistratura di Terra di Lavoro e Comitato del Molise, retta dal magistrato Bonifacio de Giliberto. Viene nominata insieme ad altri luoghi della zona in quanto abitata da 18 famiglie, seguita da Alifie, centro militare dove risiede il giudice, con 29 nuclei, Caiazzo con 21, Villa Curtinum con 40, Limata con 17 ed altre. C'è da aggiungere che, nello stesso documento che assegna a Prata una tassa da 4 once e 15 tarì, essendo abitata da 18 fuochi, Thenum ha 117 nuclei, Gallecium 58, Aylanum 6, Pentema 21, Sextum 4, Mastrale 4 seguita da Marzanello, Presenzano ed altri. Da questo atto è chiara la consistenza abitativa di Teano con 117 nuclei e della stessa Pentema con 21, mentre scarseggiano presenze in Ailano con sole 6 famiglie. Questo per dire la difficoltà che lo studioso incontra nel voler attribuire un minore o maggiore spessore storico ai luoghi. Di certo, in questi anni, Prata è la sede della Baronia Prata di Filippo Villa Cublana, riconosciuta anche ai suoi eredi i cui nuclei familiari cominciano ad aumentare. L'intera Baronia ne conta una ottantina: 20 in Prata, 30 in Capriata, 10 in Tino e 20 in Pratella. Quando Rre Ruggiero conquisterà l'Alifano nascerà infatti la nuova Baronia della Prata, con l'insediamento stabile delle prime 18 famiglie documentate, qui consolidate, fra gli antichi luoghi fra S. Arcangelo e Cupolo, dei cui toponimi si ha ancora memoria nel Catasto Onciario del 1754, oggetto di questo studio, accanto a tutte le vicende dell'alto medioevo che flagellarono l'area fra Teano e Alife.
Almanacco della canzone napoletana. Volume Vol. 12
Antonio Sciotti
Libro: Libro in brossura
editore: ABE
anno edizione: 2023
pagine: 200
Nel 1890, quando ancora devono sorgere il Salone Margherita, l'Eldorado e il Circo delle Varietà, ossia quei luoghi in cui la canzone napoletana diventa internazionale, nasce il primo concorso di canzoni esclusivamente napoletane, apripista dell'epoca d'oro della canzone partenopea e che anticipa il glorioso periodo delle audizioni di Piedigrotta. La manifestazione, come afferma un articolo di recensione del quotidiano Il Roma, è alla seconda edizione. Lo stesso giornale specifica che avendo avuto un notevole successo nel 1889, Mimì (Diego) Aguglia, il direttore del concorso e proprietario dello Stabilimento Balneare del Chiatamone, ne ha organizzato subito una seconda edizione di proporzioni maggiori. É la prima volta, quindi, che una gara canora di canzoni popolari si sdogana in maniera definitiva dai carri della festa di Piedigrotta, anche se viene scelto, per il suo svolgimento, lo stesso periodo, ossia il mese di settembre. Nel 1889, però, il concorso è stato una semplice carrellata di canzoni napoletane, mentre questa volta si tiene quella che storicamente è inquadrata come prima gara canora di canzoni partenopee. Nell'articolo del bando di concorso viene specificato che è prevista una gara di canzoni popolari e che quella che viene selezionata come la migliore vince un premio di 200 lire in oro, una bella somma di denaro che spinge autori di una certa notorietà a presentare una propria composizione. È importante notare che il concorso a premi è indirizzato esclusivamente a canzoni dialettali, stimolando, in questo modo, un settore che, anche se abbastanza fertile, è stato per anni soffocato o, comunque, tenuto a bada. Sempre nel bando sono specificati i termini di presentazione, che vanno dal 1° luglio al 7 settembre del 1890. L'esecuzione della canzone vincitrice avviene con l'accompagnamento dell'orchestrina stabile dello Stabilimento Balneare del Chiatamone diretta dal maestro Pascale e viene premiata il giorno 14 settembre. Il premio di 200 lire viene assegnato alla miglior canzone, sia che questa sia stata scritta e musicata dallo stesso autore, sia che ci siano più autori. Nella seconda ipotesi, viene specificato che la divisione del premio avviene esclusivamente per accordi personali tra gli autori, senza alcun intervento della commissione che ne rimane totalmente estranea. Viene annunciato, inoltre, che la commissione giudicatrice è formata da critici d'arte e da un rappresentante di tutti i principali giornali di Napoli. I membri della commissione esaminatrice eleggono un presidente ed un segretario che provvedono a redigere un proprio regolamento interno con criteri e regole da approvare all'unanimità. Il ruolo della commissione è di assistere, tra il 7 e il 14 settembre, all'esecuzione di tutte le canzoni in gara e, a maggioranza di voto, stabilire un verdetto finale da comunicare alla direzione generale. Infine, la gara canora è libera e aperta sia a professionisti che dilettanti; questi dovranno depositare presso la direzione generale tutte le parti d'orchestra almeno otto giorni prima della sua esecuzione. Il termine di otto giorni è stabilito per dare la possibilità alla commissione esaminatrice di riunirsi per l'ascolto e per fare eseguire almeno una prova, prima dell'esecuzione della canzone, ai professori d'orchestra. Nel bando non viene segnalato se ci sia o meno un costo di partecipazione, anche se è precisato che le spese per le parti d'orchestra, da consegnare alla direzione, sono a carico dei concorrenti. Una ulteriore spesa a carico dei concorrenti è sostenuta per la scelta del cantante nel caso sia diverso da quello ingaggiato dalla direzione generale. Il bando di concorso della più bella canzone popolare viene pubblicato sul quotidiano Corriere di Napoli. Questo libro è uno spettacolo: non è la realtà che si fa storia; è la storia vissuta in tempo reale.
Gli armeni di Forenza: nei feudi dei templari la sostituzione del culto di S. Maria dei Lombardi nel Marchesato di Gravina
Arturo Bascetta
Libro: Libro in brossura
editore: ABE
anno edizione: 2023
pagine: 136
Barletta inglobandola al Principato, sloggiò i giovanniti dal Casale del Castello diruto di Alipergo verso Alberona, e ripristinò il vicetrono di Pavia a Civitate, nella basilica di S. Giovanni de Lama, che faceva coppia con la diruta S. Maria, fra i ruderi del consolato romano di Teate apulo. Così rinacque la Langobardia Minor nel luogo naturale di Agia Sofia, con l'appoggio dei Bulgari, sottomettendo i mariani che adoravano i martiri della croce di S. Paolo e liberando la capitale del pagani-troiani dai gerosolomitani e dal papa che, falsamente, aveva tentato di rifondare la Langobardia Major del 1092 nella Basilica garganica di S.Pietro, presso il Catepanato dei Troiani di S. Giovanni Rotondo inglobato da Civitate S. Severo. Ecco perché, detronizzato del titolo imperiale, a Federico II parve cosa buona e giusta riprendersi il trono ecano dei pagani che aveva fatto grande l'Italia longobarda di Pavia, partendo dalla Basilica del Principato di Loreto, nato nella borgata di S. Giovanni in Lamis (e non della Lama, dove il pontefice aveva inglobato il Catepanato di Bizanzio fondando Civitate S.Maria detta S. Maria Maior, nei luoghi che si dissero fondati da San Pietro. Quella del Loreto, invece, era la madonna nera dei greci, venerata dal paululo Andrea di Patrasso, capo dei cenciosi cristiani della croce di S. Paolo, nata nei luoghi toccati dai seguaci di S. Andrea, nel nome di S. Paolo. Essa non fu nella basilica di Civitate S. Severo dei napoletani, ma presso l'Andria, che da lui prese nome, e dove ebbe sede il Principato Italia della Sicilia Ultra, cioè presso la vicaria Yriano di Canosa, ex Hea di S.Marco in Eca. Nell'antiregno dell'altra Urbe S. Maria nata a San Giovanni della Lama, quello presso S. Severo di Foggia, invece, era in territorio di San Marco in Lamis di S. Giovanni Rotondo, che aveva assorbito il Castello del Catepanato troiano di Bisanzio, fra S. Scolastica di Lesina e la Riva Longa di Vieste. Ecco perché risulta intricato affermare dove sia stata effettivamente ubicata la capitale di Federico II, cioè in quale delle S. Giovanni, in Lama o de Lama, punto che andrebbe posto su Canosa, ovvero nel luogo del Casteldelmonte che da essa si staccò e fu inglobato da Andria. Fatto è che la Canosa sequestrata a Boemondo fu sede del Principato di Costantinopoli sottomesso a Gerusalemme, cioè alla Longobardia del Regno di Pavia.
Abecedario diScafati e San Pietro: toponomastica e genealogia nella Valle Reale di Pompei e del Sarno
Arturo Bascetta
Libro: Libro in brossura
editore: ABE
anno edizione: 2023
pagine: 200
Il territorio di Scafati comprese buona parte di Pompei. La stessa Valle Reale del Bosco Reale del Monte Reale fu la Valle di Pompei, poi circoscritta a San Pietro. Sul ritrovamento di Pompei hanno scritto tutti, ma quella che segue è la forse la descrizione antica più bella. «La espressione Salve trovasi talvolta scritta sulla soglia delle porte principali. Iscrizioni a caratteri neri, o rossi sono segnate sulle mura esteriori; esse esprimono delle forinole, o affissi, e dei complimenti al proprietario, o al conduttore, e qualche volta agli stessi edili, duumviri in governo. Bene spesso se ne valevano come di talismani per preservarsi dagli incendii, per esprimere idee capricciose... Questo libro di storia vera contiene migliaia di informazioni su luoghi antichi e scomparsi, sui primi abitatori, sui nuovi migranti post sisma del 1348 con migliaia di nomi e cognomi e perfino di frazioni fra San Pietro e Scafati. È inoltre un brillante contenitore di fatti realmente accaduti che aprono la mente a nuove prospettive e a vecchi errori storici per la riscoperta degli antichi territori del fiume Dragonteo, divenuto secco, che raggiungeva Porto Torre, quando l'Annunziata era scalo di Nola. Non a caso si ritrovano Bettole, botteghe e botteghelle emersi dalla terra, con il tratto dell'acquedotto che seguiva il Sarno, in realtà detto Malfi, alla sua foce Bottaro, passando fra «Porto Scafardi di Malfi» e «Ponte Scaphati». È Il fiume Dragonteo come termine della Diocesi di Nola, come analizzato da Bascetta sulle pergamene di M. Vergine ai tempi di Papa Innocenzo III padrone del Regno nella minoità di Federico II.
Rotondi e Campora del Taburno: il casale de Rotundis e la Madonna Stella. Con nomi e luoghi, da Casa Gallo a Pelagalli, Peroni, Tre Zalossi e Maietta
Arturo Bascetta
Libro: Libro in brossura
editore: ABE
anno edizione: 2023
pagine: 102
Era il 20 settembre del 1878 quando questo regolamento veniva approvato dalla giunta comunale guidata dal sindaco Luciano Vaccariello e dagli assessori Mattia Maietta e Federico Lanni, con un Maietta a segretario. Fra gli altri regolamenti (Rotondi detiene sicuramente un primato di tal genere), vi è anche quello più comune di polizia rurale, con la "solita" inibizione all'accensione dei fuochi a meno di cento metri dalle case, col taglio delle siepi per il libero passaggio delle strade, la "piantazione" regolare dei nuovi alberi di alto fusto.Oltre ai vari divieti, vi è l'inibizione "ai possessori di bestiame, di lasciarlo vagando e senza custodia nei fondi non chiusi da muro e da fitta siepe, se non sia sotto la vigilanza di un proporzionato numero di custodi…": era il 18 novembre del 1893, ai tempi del sindaco Giuseppe Cioffi e degli assessori Luigi Mendozza ed Andrea Marotta, con Angelo Maietta a segretario. Ma diamolo uno sguardo più completo verso l'amministrazione comunale, in quel 22 novembre del 1893, rammentando anche i nomi dei consiglieri Giuseppe Mercaldo, Filippo Maietta, Filippo Cioffi, Gennaro Mercaldo, Domenico Maietta, Antonio Vele, Giuseppe Boccalone, Raffaele De Capua, Giuseppe Cosentini, Giuseppe Meridozza, Vincenzo Lanni e Francesco Boccalone. Tutti erano lì, pensate un po', a modificare il terzo articolo di Polizia Rurale sulle nuove piantagioni. Ma le novità non finiscono qui, e la giunta del 10 ottobre 1870, approvava anche un regolamento di Polizia Rurale Amministrativo, con a sindaco Alessio Vaccariello. Un'ultima scartoffia, carina assai, riguarda il "Regolamento e provvedimenti per la distruzione delle cavallette", a seguito della grande invasione del marzo 1894 (o 95), che spingeva il sindaco, il giorno 23, ad emanare un urgente avviso, dopo aver ricevuto regolare missiva da parte del prefetto Frate il 6 marzo precedente. "In alcuni Comuni di questa Provincia", scriveva il prefetto, "una gran quantità di bruchi è comparsa nei campi danneggiando, con pericolo di invadere anche i comuni limitrofi tuttora innocui". Il funzionario invitava così il sindaco di Rotondi "ad adottare le misure prescritte dal Regolamento per l'esterminio dei bruchi (pagina 482, Bollettino di Prefettura anno 1892)". Rotondi aveva accettato il regolamento il 15 febbraio 1893, con Andrea Marotta assessore facente funzione da sindaco. Abbiamo ritrovato anche il "Regolamento Vaccinico" del 1895, oggetto di un consiglio comunale del 1894, con a sindaco facente funzioni Luigi Mendozza. Manca, alla lista, quello sulle capre. Siamo però sicuri che, da qualche parte, sbucherà fuori.
Pietrastornina in età moderna (prima parte): Emigranti, portieri e nutrici dei nobili di Napoli. Il paese del direttore de L'Unità di New York e dei Massa di Faenza riggiolari di Santa Chiara
Arturo Bascetta
Libro: Libro in brossura
editore: ABE
anno edizione: 2023
pagine: 174
A pagina 7 dell'Inventario antico redatto dall'Abate Massa della Chiesa di S.Maria de Juso di Pietrastornina viene ricordato che l'Università comune aveva già redatto un Catasto ad opera di Pietro Antonio Fusci all'anno circa 1630 in 1650, di cui non si hanno altre notizie, se non un estratto notarile relativo ai beni acquistati da Antonio de Fusco dal Notar Giovanni Ricci fra la Via Pubblica da Sotto e Via Publica da Sopra, forse presso L'Arco, in Loco Rosola. In esso compaiono altri luoghi antichi come Monticello e la Selva di Calze donata alla Cappella del SS.Rosario e perciò chiamata Selva del Rosario. Altrove, a pagina 10, è detto che la vendita era descritta al foglio 70, nel Catasto dell'Università fu formato (come si crede) dal fu Pietro Antonio Fusco. Seguono: Campo d'Antona, Cerrito, Lo jardino, Carpenito, e quello di Giovanni battista de Alesandro in Loco Vecelleto seu Carbona ò Vesceglito concesso anticamente à Don Pietro Sasso e poi ad Achille Riccio. Gli Onciari si presentano come dei grossi volumi divisi in sezioni, fra atti preliminari e rivele. Nel 1749, a Catasto compilato, Pietrastornina ha cambiato volto. Si è adeguata al rinnovamento avuto con l'aumento delle libere proprietà che hanno permesso il nascere del ceto civile in tutto il Regno di Napoli. Niente più pagamenti a destra e a manca per i capifamiglia, ma solo tre tasse statali che si imposero più di ogni altra, da versare nelle casse del Regno: quelle sopra le teste dei suoi cittadini ed habitanti, loro beni stabili, animali ed industrie. In effetti si trattava del solo testatico, aumentato dell'imposta sui beni posseduti e dell'imposta sul reddito prodotto dai figli maschi lavoratori. L'Università è mandata in tassa per tot fuochi. Questo sistema aveva evitato la forte evasione, specie di quei forestieri che dichiaravano di non abitare né in un posto e né nell'altro, e degli ecclesiastici bonatenenti, mai tassati fino ad allora, pur incamerando i censi (provenienti da terre e case affidate in enfiteusi), benefici e beni delle parrocchie. Pesi fiscali, questi, che nell'Onciario vengono scalati dalle tasse, sebbene ad agevolarsene, oltre i minorenni, esentati di diritto, furono i non-lavoratori: i troppo-poveri e i troppo-benestanti; i primi dovettero dichiararsi mendicanti; i ricchi, vivendo del proprio (se ne guardarono bene dall'investire il capitale, come nello spirito della legge), finirono per accumulare solo ducati e per esercitare come professione l'essere "possidente". Questo libro è dedicato ai Massa, a Gino Bardi direttore dell'Unità di New York e Alfredo Bascetta, ai Ciardiello, e a tutti gli emigranti, i portieri e le nutrici della meglio gioventù di Napoli.
Almanacco della canzone napoletana. Volume Vol. 11
Antonio Sciotti
Libro
editore: ABE
anno edizione: 2023
pagine: 180
Il napoletano Antonio De Martino (Napoli, 5 ottobre 1876 - New York, 20 ottobre 1956), nel 1902, emigra con tutta la famiglia a New York, dove inaugura la Italian Book Company (Società Libraria Italiana), ossia un enorme emporio sito a Brooklyn, nel quale si possono acquistare spartiti musicali, libri di musica e di storia, strumenti musicali, dischi, grammofoni ed altro. Il punto di forza del negozio è quello di possedere quantità ingenti di spartiti di musica napoletana, assai richiesti dagli emigranti. Così, in accordo con gli editori partenopei, De Martino acquista a Napoli e vende in America tutte le nuove produzioni musicali, diventando un prezioso anello di congiunzione per l'esportazione della musica napoletana all'estero. Infatti, con straordinaria volontà e tanta tenacia, crea intorno a sé tutto un movimento intellettuale ed artistico, dando un notevole impulso alla promozione della canzone partenopea oltre oceano. Questo libro è una miniera di date, fatti, spartiti, episodi e vita vissuta che solo la penna di Antonio Sciotti, ricercatore scrupoloso della canzone napoletana, poteva concepire.
Atti di notai pugliesi. Fra Otranto e Bari, Veneti in Capitanata, la Basilicata ai francesi, S. Vito e lo sbarco, Carovigno e Serranova nel 1700, i Dentice padroni di Ostuni e Trieste: documenti editi e inediti degli archivi di stato
Sabato Cuttrera
Libro: Libro in brossura
editore: ABE
anno edizione: 2023
pagine: 150
Nel gennaio 1496 le cose non andarono al meglio per il giovanissimo Re Ferrandino II d'Aragona, di soli 22 anni, già da diversi mesi sul trono per l'abdicazione del padre Alfonso II, costretto alla fuga poco prima della morte, quando la capitale si concesse ai Francesi. Re Carlo VIII di Francia, sebbene fosse ripartito, aveva infatti lasciato Monpensier a Viceré di Napoli, ma il rampollo aragonese non si era giammai rassegnato, convinto di dover tornare e dare una risposta forte per riottenere con le armi ciò che l'avo avea conquistato. In vista della guerra, anche il Papa, fatto fortificare Castel S.Angelo, lo trasformò in un'isola, arrivando a deviare il corso del Tevere, pur di stare sicuro. Il cronista: - Per le mutatione di le muraglie, torioni et fosse vi faceva far atorno, con intentione di farvi andar il fiume dil Tevere, che non poteva reussir tal pensiere, esso pontifice per el disegno spenderia sequendo di fabbricare, chome fo divulgato, zercha 80 milia fiorini, et spesso cavalchava atorno a veder ditta opra; pur di malavoja si ritrovava, perché francesi non veniva più a tuor bolle de beneficii a Roma. Del resto, Carlo VIII, tornato in Francia e incoronato Re, Ferrandino non possedé che circa la metà dell'ex Regno aragonese, essendosi tornati con un Regno di Puglia ed un Regno di Napoli. In verità non possedeva neppure tutta la Puglia in quanto l'intera Baronia, considerata parte della Capitanata, era dei Francesi. Il cronista: - El reame de Napoli, overo di la Puja, non era tutto reaquistato da Ferdinando Secundo Re di caxa Aragona et di Napoli, et quello voleva recuperare, benché le forze sue fusseno molto piccole, perché ancora molte Terre in tutto quel Regno si teniva a petitione di detto Re di Franza, et oltra che vi era Monsignor di Monpensier Capitano primario et Viceré ivi in reame posto dal prefato Carlo. E il Viceré francese Monpensier non era rimasto certo solo in Italia, perché aveva "assai numero de francesi, et grandissima copia di anzuini con qualche barone che da francesi teniva". Per tutte queste cose era giunta l'ora per Re Ferdinando di assediare i castelli dei baroni di partito angioino che si erano dati al Re di Francia. Perciò decise di far intervenire la Serenissima Repubblica di Venezia: adonque l'aiuto de' venetiani vi fu necessario.1 Ma prima, il 17 gennaio 1496, volle incontrare un'ultima volta tutti i baroni filofrancesi, fingendo di andare in Pullia per riscuotere la Dogana de le Pecore.2 Scoperto il tradimento di alcuni, specie del Conte di Sarno, Ferdinando fu sul punto di darlo ai francesi, poi ci ripensò e, dopo averli ammuniti, cominciò con lo stipulare l'accordo con i veneziani, mentre il nemico già rispondeva togliendogli Sanseverino. Il 20 gennaio il patto fra il Re e Venezia era già fatto e l'armata della Serenissima Repubblica, guidata da Geronimo Contarini, era già nel Golfo di Napoli con 700 huomini d'arme et 3.000 fanti, e di l'armata spendendo fin a la summa de ducati 200 milia in cambio del possesso di Trane, Brandizo et Otranto.
Una regina per Buda. La principessa di Napoli e il re d'Ungheria: Beatrice d'Aragona e Mattia Corvino
Sabato Cuttrera
Libro: Libro in brossura
editore: ABE
anno edizione: 2023
pagine: 184
Il Re di Napoli aveva già concesso la mano della figlia al Duca di Ferrara Ercole I d'Este. I patti matrimoniali furono firmati il 1 novembre e nel luglio dell'anno seguente la bellissima Eleonora, nominata Duchessa, fece il suo ingresso in pompa magna a Ferrara. Il matrimonio fu celebrato nel 1473 e vide fra gli invitati Andrea Bentivoglio, il quale si fece accompagnare dal poeta SABATINO DEGLI ARIENTI, con il quale si presentò a Ferrara. Alle nozze di Ercole I d'Este e di Eleonora d'Aragona furono perciò ben presenti. ARIENTI ebbe anche l'onore di essere prescelto per l'orazione a nome della delegazione bolognese. Insomma dovette fare gli elogi al Duca di Ferrara per quel matrimonio di rango così elevato, non mancando di donare agli sposi tri vasi de fin cristallo, folciti de auro et de argento.
Don Giovanni da Procida nel 1282. L'anima nera dei Vespri Siciliani che insediò gli aragonesi a Ischia alla corte di Beatrice di Svevia
Arturo Bascetta, Sebastiano Cultrera
Libro
editore: ABE
anno edizione: 2023
pagine: 168
Confrontando gli ultimi documenti rinvenuti si riscontra che Giovanni era ancora vivente il 20 dicembre 1290. Lo stesso Giovanni, «il quale nel precedente Diploma era portato vivo nel di 20 dicembre 1298, era già morto nel di 23 gennaio 1299, laonde la sua morte dove avvenire o negli ultimi giorni di dicembre 1298 o nei primi giorni di gennaio del 1299». Ulteriori notizie e documenti furono rinvenuti sulla «espropriazione dei beni di Giovanni e sulla loro restituzione al figlio, specie in merito a certi diritti doganali e su un fondaco. Resta inteso che non risponde al vero il fatto che «la restituzione dei beni di Giovanni fu fatta in premio di un tradimento. Noi abbiam riportati i documenti che smentiscono questa ingiuriosa imputazione. Ne mancavano due altri che si sapeva esser conservati nella Biblioteca secreta Vaticana, e però non solo inediti, ma sconosciuti». Dice De Rienzo che «parrebbe da ciò che la famiglia de Procida sia un ramo dei Cossa o Salvacossa, antica e potente in Ischia, ed arrivata a gran potere nei tempi degli Angioini. Ma noi non possiamo affermarlo sulle labili basi di questa Cronachetta, molto più che facilmente si può spiegare l'errore: imperocchè sappiamo per documenti, anche da me riportati, che Marino Cossa o Salvacossa d'Ischia comprò Procida da Atinulfo di Procida nel dì 21 Marzo del 1340. Ora uno scrittore poco avveduto scrivendo quella cronaca anche sotto il Regno di Giovanna I, vedendo l'isola di Procida in potere della famiglia Salvacossa, poteva ben credere che Giovanni fusse appartenuto a quella famiglia». Nel «pregevole manoscritto, sebbene del secolo XVII», circolato col titolo di Nutamentu ex fasciculis Regiae, vi si trovano molte notizie. Altri 14 documenti riguardano la inquisitio facta in Procida, come da «indictionis super bonis Domini Johannis de Procida proditoris, qui dominium dictae Terrae habebat, ubi jura distincta dictae Terrae, et etiam alia bona quae dictus Johannes tenebat in Aversa, Villa Casalucis et Tullani», nonché in Terra Amalfi e «in Monte Corbino, que simul cum aliis bonis suis sitis in Salerno», quest'ultima revocata dall'arcivescovo salernitano. La riporta il Camera, facendo riferimento a un istrumento notarile dell'agosto 1303, «regnante dom. nostro Karolo secundo, nel quale parlandosi de beni di un tal Filippo Caniati siti in Montecorvino, nel lungo detto Laurito, si assegoano per confini ab occidente fines rerum quoniam domini Johannis de Proceda, a meridie finis rerum predie i quondam domini Johannis el aliorum». Singolare è il diploma rilasciato da Re Manfredi a Don Giovanni per la costruzione del Porto a cura della amministrazione comunale di Salerno nel 1259, quando non lui ma Gualtiero de Ocra era cancelliere del Regno di Gerusalemme e Sicilia nel Castello imperiale di Lucera. Insomma questo maestro di corte, quale fu Giovani da Procida, appare più il segretario del Palazzo di Capua, la terza carica, che un medico, capitale dove si trovava pochi giorni prima della morte del sovrano nel 1266. Seguirono negli anni altri autori che dissertarono sulle citazioni dei cronisti riferite alle pillole dei famosi quattro medici salernitani che si rifanno al medico Riccardo, i quali avrebbero seguito un protocollo, parlando ora di una cosa, ora delle malattie del fegato, citando la dottrina di Giovanni Plateario, studiata dagli specialisti, essendo «fuori ogni dubbio che le undici opere manoscritte che trovansi pelle biblioteche attribuite ad un medico Riccardo sono tutte scritte secondo le conosciute dottrine salernitane, e gli autori che vi si trovano citati son tutti salernitani, eccetto gli antichi, e raramente qualche arabo». Da qui l'interesse sulla presunta professione di medico di Don Giovanni, i quali «se non lo dimostrano Salernitano, almeno fan credere che abbia appreso medicina da maestri salernitani».

