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ABE

La rocca delle streghe. Racconti e novelle dei vecchi beneventani: filastrocche e nenie dell'antica Valle Beneventana e dei Maccabei, lì dove nascono le streghe

Arturo Bascetta

Libro: Libro in brossura

editore: ABE

anno edizione: 2023

pagine: 188

Usi e costumi del popolo e storie vere, cioè di episodi, sconosciuti ai più che rallegrano anche gli animi dei grandi. Il calendario dà un senso reale, di movimento, di vita, di continuità a cose che, se elencate soltanto (proverbio, detto, canto, racconto), avrebbero avuto un tanto di irreale e di effimero, perdendo, per la statica freddezza, l'originale valore che invece viene rafforzato e suggellato dalle storie: parole come "bardascia", che oggi ritroviamo in voga tanto a Pietrastornina, ex casale sofiano, quanto in un quartiere di Spoleto, e come "quatrana", che non hanno un equivalente etimologico italiano se non nella parola "ragazza". Ma "bardascia" ha una storia diversa, deriva dal francese "bardache", dallo spagnolo "bardaja", e prima ancora dall'arabo "bardag" e significa "schiava", mentra la 'quatrana' si rifà alla neonata che gattona, ormai sostituita dal classico 'guagliona' anche a S.Martino Valle Caudina e Pannarano. Purtroppo, però, casi come questo sono più unici che rari. Nonostante ciò, siamo riusciti a riunire abbastanza materiale orale da farne una pubblicazione che si rifà più alla tradizione sabatina, quella che trae origine dall'area dei Maccabei, racchiusa fra i casali di Montefusco e del Partenio, per tornare in città da Ponte Sabato. Al centro della nostra attenzione è comunque l'uomo, più che Benevento, o se volete le donne, quelle con le loro illusioni nate per alleviare le sofferenze di ogni giorno, per dare colore a una vita spesso monotona e grigia. In epoche diverse, si sono avuti vari insediamenti umani: opici, sabelli, sanniti, romani, beneventani; ognuno dei quali, con una propria cultura, una propria religione, arricchendoci di usi e costumi non sempre comuni. Chi ci ha tramandato questa storia, fatta di riti, superstizioni, oltre che di avvenimenti, sono i vecchi. Ecco il vero capitolo, sconosciuto a molti, ancor vivo grazie alla memoria storica degli anziani della Valle Beneventana, ai paesi del 'Noce' che non c'è, alla... Rocca delle streghe. Riti magici, filastrocche, cattiverie e libri di magia nera, ma anche fatti accertati, che si rifanno a papi, re e briganti. Noi abbiamo strappato alla storia - e poi ricucito a parte - tanti piccoli pezzi, anche laddove, per la caratteristica versione dialettale, risultava impossibile trascriverli, eliminando accenti e apostrofi, presentando i racconti nella massima autenticità, riportandone il "colore" e il "calore" di una frase, seppur legata indissolubilmente all'esposizione orale, all'espressione di un volto, dove gli errori di esposizione delle parole fanno parte del gioco. È questa la risultante di un capitolo che solo momentaneamente abbiamo chiuso e che in un futuro non molto lontano ci ripromettiamo di riunire, in un solo grande volume allargato ai paesi del Calore, con l'ausilio di un infinito aiuto degli anziani che mai si stancheranno di raccontarci del passato. Ecco allora il nostro sforzo, questo, sperando di aver almeno in parte esaudito il desiderio dei giovani, di sapere delle cose degli avi; e quello dei vecchi, di voler lasciare un segno in nome della tradizione. Essa parte dalla Rocca, che è poi il castello dell'Urbe Benevento, quello nato dopo il sisma del 1348, per amministrare i feudi sofiani che andavano da Tocco Caudio a Tocco di Montemiletto, dalla Serra di Prata alla Serra di San Bartolomeo in Galdo. È l'originaria provincia ducale di Santa Maria della Valle Beneventana fatta rifondare da Bernardo Deucio, nunzio inviato dal pontefice di Avignone per ridisegnare le arcidiocesi: Napoli da una costola di Nola, Sorrento da Salerno, Benevento dall'ex Principato di Puglia. Forse fu la Rocca a sprigionare il mito delle janare, più che il noce. Sicuramente divenne il fortilizio del potere dello stato pontificio, quello che i capitani generali del Regno di Napoli, pur avendo sede a Palazzo d'Aquino, non vorranno mai conquistare. Un libro di vera «mavanaria» beneventana.
49,00 €

Grazie a te di niente. Una senilità senza condizioni

Antonio Sasso

Libro: Libro in brossura

editore: ABE

anno edizione: 2023

pagine: 118

"Grazie a te di niente", di Antonio Sasso, è un'opera scritta di getto dallo stile ruvido ma funzionale, che nasce dalla necessità di diffondere un messaggio con vorticosa forza. Questo metodo concede al lettore la possibilità di aprire una finestra nelle nostre menti. È il punto di vista di chi ha vissuto con sacrifico e passione la propria vita e ora ha la possibilità di creare in noi una profonda riflessione. È un libro dalle molteplici complessità che si sofferma sulla dialettica tra generazioni; dialettica che non deve solo essere scontro, ma opportunità di crescita. È il mezzo con cui le divergenze generazionali possono assottigliarsi, e le storie dei personaggi, in questo senso, ci permettono di empatizzare con un vissuto non nostro, ma impossibile da ignorare. Altro tema centrale è la scoperta del proprio io alle porte della senilità: l'analisi tra alti e bassi di un età che non deve essere vista come vuota, priva di emozioni, ma traboccante di sentimenti e nuove esperienze. È l'era in cui ci si sente liberi dalle costrizioni di una società contemporanea che ci vuole sempre più vincolati ad uno schema produttivo, senza lasciar spazio agli affetti e alle cose semplici. La senilità è metafora del ritorno alla natura ed al benessere che solo le cose sincere possono regalarci.
16,00 €

Carapelle in capitanata profilo storico sul comune della Puglia piana

Virgilio Iandiorio

Libro: Libro in brossura

editore: ABE

anno edizione: 2023

pagine: 100

"Mi sono accinto a raccontare di Carapelle come può fare un archeologo quando inizia uno scavo in un sito dove si presume che ci siano stati degli insediamenti. Si cercano nelle cose ritrovate , gli indizi utili per raccontare delle vicende storiche. Gli indizi, però, non sempre sono numerosi e non sempre molto chiari. Mi sono riproposto di far raccontare a loro, agli indizi, le loro vicende, con le loro parole, non attribuire ad essi le parole che noi vorremmo che dicessero, o i fatti che noi vorremmo sentire raccontare. Non siamo mica in uno studio televisivo, quelli delle inchieste e dei commenti sui fatti di cronaca, dove ognuno se la canta e se la suona come gli pare. Perciò ho cominciato col riportare storie realmente accadute e riferite in atti degni di fede, il racconto di uno storico del XV secolo (Giovanni Pontano) la relazione di un avvocato del XVII secolo (Eliseo Danza) con riferimento ai luoghi della Puglia Piana, dove è ubicata la città di Carapelle che porta lo stesso nome del fiume che scorre vicino. L'attenzione al popolamento delle aree della Puglia Piana, come veniva anche chiamata la Capitanata, ci riporta a momenti della storia antica e soprattutto a quella medievale. Quanta gente abitava questi luoghi? Come vivevano? Domande a cui si può rispondere con la storia di millenni, in cui si sono visti incrementi demografici e depauperamento. Ed è la nostra storia. Venendo a tempi a noi più vicini, arriviamo alle opere di bonifica del territorio (Storia delle bonifiche di Raffaele Ciasca), e all'insediamento nelle aree così recuperate con nuovi abitanti e nuovi abitati. La formazione recente di autonomia comunale segna la nascita di Carapelle. Ma è superfluo parlare di quello che tutti possono vedere con i propri occhi. Anzi potrebbero essere proprio gli abitanti di Carapelle a raccontarci la loro storia di questi anni, di più di mezzo secolo di storia. Perché è la loro. V.I."
26,00 €

Salerno città del papa. L'urbe nello stato della chiesa governata da Lucrezia Borgia e Alfonso d'Aragona sposi

Arturo Bascetta

Libro: Libro in brossura

editore: ABE

anno edizione: 2023

pagine: 228

"Osservarlo ed ascoltarlo, già la prima volta, fu un tutt'uno e conseguenza del fatto rivelatorio. Un fluire incandescente di pensieri, sillabe, frasi e parole il manifestarsi del logos; come immaginavo avvenisse sotto i portici dell'Accademia di Atene, tra allievi frenetici e solenni cattedratici maestri. Come avveniva per le frequentazioni nel foro, da parte d'indomabili giureconsulti o di stupefacenti curiosi, arrivando ad rostra, estasiati davanti ad epigoni di un Cicerone o di un Ortensio e anche di Antonio Oratore. Fiammeggiare di perifrasi e splendore di metafore, con metonimie d'anguille viscide, similitudini lunghe come di treni, carichi di alabastri. Il divenire dei metri sui piedi della poesia, mutata in musica da miti viventi di arpe d'avorio o tube celestiali: scrivere per ogni artista della penna d'oca o di computer è un disco verde verso infiniti azzurri, spalancati da occhi viperini. La dolcezza di una chitarra, in mano a Garcia Lorca, un calendario sfogliato da Leopardi. Per Arturo Bascetta è dare ascolto alla voce di dentro, alla tarantola che gli rode le visceri. Un ineludibile comandamento dello spirito. Non so dove gli derivi, ma certamente Arturo ha la scorza dello storico. Presumo ambiziosamente la vocazione l'abbia colto, in qualche stellata pausa serale del suo soggiorno nei campi Flegrei, dove Virgilio è di casa, ma anche Omero è un fantasma di sogni ellenici. A sentire Croce, però, lo storico locale non ha bisogno d'ispirazione, nè di modelli. E'. Come Iddio e come la Musa Clio. Arturo dell'amore per i suoi paesi di montagne innevate o aspre rocce, di monconi e moncherini d'alberi, di capre lanose e di lupi accesi nel buio profondo delle notti ululanti, ne ha fatto una religione. Incanta con le sue argomentazioni, Arturo. Non solo bravo giornalista, testardo nel servire la sua devozione di pennaiolo che butta sudore e stenti per realizzarsi, ma anche storico e scrittore brillante. Non era nato a fare lo storico, vi dirà. Invece, sa di spacciare bugie. Egli è uno storico, da mandare in brodo di giuggiole anche il più asettico lettore, il meno influenzabile editore. Storico locale, urliamolo con Croce. Cioè vero storico. Gli altri ci guarderanno e ci commiseranno? Non lo credo. Perché il grande Frodoto incominciò con i logoi, che recitava, tutto compito e partecipe, ad Atene, finì con il diventare il massimo degli storici, insieme a Tucidide. Quest'ultimo più scrittore o narratore, meno storico/geografo/militare come l'autore delle lunghe battaglie di popoli di Ellade e di Asia, e dell'invasione persiana. Io, qualcosa, vorrei dirla per contrastare Arturo; «che ce lo troviamo dappertutto?» Per quanto riguarda però l'età moderna, ad andare a spulciare registri e documenti, Arturo Bascetta è capace di strabiliare, è veramente un folletto imprendibile."
55,00 €

Alfonso II d'Aragona. Il re lascivo. Storie di donne e di bastardi del tiranno impudico di Napoli

Arturo Bascetta

Libro: Libro rilegato

editore: ABE

anno edizione: 2023

pagine: 176

I capitoli amorosi sui sovrani aragonesi, tratti dalla cinquecentina di silvio corona, che a quanto pare vede per la prima volta la luce in una collana dedicata, sono il cuore della stesura, pubblicata a capitoli in forma fedele all'originale, che arricchiscono questo volume. Il piacere di ritrovare materiale inedito a distanza di 1500 anni è incommensurabile per chi fa questo lavoro, mirando a editare testi sempre più oggettivi. Pertanto, sebbene ancora presi dall'euforia per il manoscritto ritrovato, pubblichiamo anche gli amori di Re Alfonso II, aggiornati alla trascrizione dalla cronaca rinvenuta, che arricchiscono la biografia del terribile erede di Re Ferrante. La trascrizione del manoscritto originario di silvio corona differisce di poco, soprattutto nel linguaggio del copista, da quello successivo a firma di silvio e ascanio corona, probabilmente letto e posseduto da minieri ricci, allorquando fece l'ultimo inventario della sua biblioteca. La copia settecentesca rinvenuta appare meno fedele perché susseguente, ma paree coincidere nei contenuti, almeno quelli relativi agli amori della corona, con quella un tempo posseduta dallo storico. Questa trascrizione b, però, sembra essere più insistente a riguardo degli amori lascivi, quasi a sottolinearne la gravità dei peccati commessi, appartenenti al secolo precedente, e lasciando un'ombra negativa sui sovrani aragonesi in piena Inquisizione.
60,00 €

Il generale di Napoli: Don Giovanni d'Austria, il figlio di Carlo V Imperatore a Granada, Lepanto e Bruxelles nel manoscritto inedito di Corona

Arturo Bascetta

Libro: Libro in brossura

editore: ABE

anno edizione: 2023

pagine: 118

Prima non c'era e adesso c'è. Il manoscritto di Silvio Corona di fine Cinquecento vede la luce a stampa tipografica, sebbene diviso in capitoli per l'elevato numero di episodi amorosi e non riferiti ai suoi protagonisti. Stavolta Bascetta ha riletto e trascritto in volgare il capitolo, mai dato alle stampe, dedicato a Don Giovanni d'Austria. La nascita da madre vergine, fatta risposare dall'amato Imperatore Carlo V all'avvocato di provincia, è un buon inizio per la trama sottile portata avanti da Corona, e poi dal figlio Ascanio, nell'altra copia letta e perduta della biblioteca di Minieri Riccio, che differisce in diversi episodi dall'originale trascritto da Bascetta. E' la storia del piccolo Jeromin, canzonato dal figlio del fratellastro Re delle Spagne, Filippo II, perito in prigione per volere dello stesso genitore che seguì le volontà testamentali di Carlo V: Don Giovanni non si tocca. Un motto che valse per chiunque e che presto lo vide alla guida degli eserciti imperiali, sopratutto quelli dei popoli italici e degli amati napoletani. E così, il garzone del balio camerario, cresciuto nell'ombra e come in una favola, si trasforma da servitore a servito e diviene signore del finto padre. Bellissimo, ricchissimo e potentissimo, Don Giovanni ci mise poco, stando all'affascinante cronaca del Corona, a scalare tutte le tappe degli uomini d'arme, a danno della carriera da Cardinale, che pure avrebbe perseguito, e a cui rinunciò per non diventare di sicuro papa. Gli amori perduti di belle milanesi e focose napoletane, proprio in questa cronica, che è il trionfo del Rinascimento, vengono però offuscati da due guerre che volgono al termine. La conquista di Granada con la cacciata dei Mori, dopo 600 anni, è un punto di arrivo inimmaginabile per un giovane di 21 anni. Ma è soprattutto è la deportazione dei vinti a Castiglia, ovvero la consegna dell'Andalusia ai coloni di Galizia e Asturia per il ripopolamento di quei territori, strappati ai Maomettani e da ricristianizzare, a fargli guadagnare le eccessive simpatie del Papa. Proprio per l'operazione compiuta egli merita il vessillo del Vaticano per un'ultima Crociata contro gli infedeli, che bruciano credenti e miscredenti nelle mandre dei loro stessi maiali. Glielo consegna in S.Chiara uno dei più invidiosi diplomatici, il nunzio apostolico Granvelle, che presto odierà a morte, appena sarà indicato proprio a Viceré di Napoli. Intanto c'è la missione delicata da portare a termine per cacciare i Turchi, alleati dei barbari africani, infedeli che non intendono abbandonare il Salento, ovvero l'ex Calabria Ultra di una volta. Ma Don Giovanni, ora Capitano generale di terra, ora Ammiraglio di mare, è ormai il cavaliere più potente d'Europa. Tanto è vero che mentre i Veneziani s'accordano a Leuca per evitare la battaglia di Otranto, lui, alla guida della flotta, composta per la quasi totalità da Napoletani, fionda su Lepanto e ottiene la vittoria più famosa del tempo contro gli Ottomani. Un temerario viaggio, da Messina a Marsala e da Marsala sulle coste africane, gli fa riconquistare l'antica Lilibeo dei Romani, dove nasce il Porto d'Austria a lui dedicato. La vita scorre e l'eroe di Corona corre a visitare la sorella Margherita, sposa a L'Aquila. E' tempo di godere dei festeggiamenti a lui riservati, da Parma a Vigevano, anche se cominciano le prime perdite proprio in Calabria. L'omicidio mancato del Viceré, e qualche occhiatina di troppo alla moglie del sindaco di Napoli, gli procurano l'odio che lo porta a esiliarsi in Procida prima di ripartire per la conquista di Tunisi e dell'Albania. La voglia di riscatto e la sua potenza sono tali da rinunciare alla corona albanese. Depone anche le armi dell'amore per la baronessa, per la bella Diana di Sorrento e per Donna Zenobia. Rinuncia perfino all'affetto per la figliola Giovanna, frutto degli intrighi, affidata alle monache di S.Chiara.
35,00 €

Delitto a Spaccanapoli di Carlo Gesualdo: l'assassinio di Maria d'Avalos e Fabrizio Carafa

Sabato Cuttrera, Arturo Bascetta

Libro: Libro in brossura

editore: ABE

anno edizione: 2023

pagine: 136

La collana sugli omicidi del secolo si arricchisce con la ricostruzione del doppio omicidio di Spaccanapoli, un altro giallo che turbò l'Italia dell'epoca, per chiuso velocemente per ammissione dei colpevoli assolti dal Viceré. Ma l'epoca in cui assistiamo al prolificare dei delitti d'onore è pregna di amanti uccisi dall'acqua tofana, per via dei costumi leggiadri che imperversano non solo a Spaccanapoli e Piombino, luoghi dei primari omicidi, ma in tutti i posti che si rinvengono fra copie e originali di manoscritti diversi, da quelli dei Corona alle sentenze, ma anche negli studi di tanti storici. Certo è che la via alla «Informazione» ufficiale sulla «misera morte» degli amanti D'Avalos-Carafa viene spianata da una miriade di indizi sulla bellissima Principessina di Venosa, corteggiata perfino da Giulio Gesualdo, zio del marito prossimo assassino, padrone di una miriade di feudi, da Gesualdo a Calitri, poi ereditati dal musico-assassino dopo la sua morte. Carlo infatti non possedeva che poco, essendo il genitore ancora padrone del Principato di Venosa. E fu proprio lo zio spione, amante solitario della bella moglie del nipotino, a spianare la via della vendetta, confinando al consanguineo il posto di Chiaia dove gli amanti copulavano. Carlo appare smarrito, benché spesso a riposo nel suo stesso palazzo, dove il corpo della moglie veniva di nascosto posseduto dal Duca d'Andria. Almeno fino a quando ebbe predisposta l'imboscata, in accordo con altri cavalieri e parenti, pronto a profanare la reputazione della nobile famiglia legata al Vaticano, e non solo per la figura dello zio del Cardinale Alfonso, finito anch'egli additato per istigazione alla tragedia. La casata, l'amore focoso, il Palazzo d'Andria e le serenate di Fabrizio sotto casa mentre Carlo dorme, fanno delle cronache e degli atti ufficiali riportati in questo testo una ricerca degna di tal nome che annulla l'amicizia fra le famiglie e punta a spiegare la storica vendetta del giovane che trascorreva le sue serate col prete musicista e la sua corte di armigeri, erari e servitori, pronti a uccidere per il padrone. Le serrature bloccate, la scusa di andare a caccia, l'amante a letto e in camicia da donna, e le grida sulle corna in Casa Gesualdo: gli elementi del giallo napoletano ci sono tutti per offrire al lettore l'ora della fine: le pugnalate del mandante sui corpi senza vita. La «Informazione» tratta dalla Vicaria, il processo scritto sulla scena del crimine, i testimoni, i tre esecutori materiali, e l'assoluzione finale di tutti, col placet del Viceré, riassumono questa storia nel dolore di una madre, costretta a spegnere la sua gioia davanti alle atrocità commesse dal nipote assassino della fanciulla più bella di Napoli.
29,00 €

Ferdinando d'Aragona: Le amanti del re (edizione cartonata su Re, Regno e Regine di Napoli)

Arturo Bascetta

Libro: Libro rilegato

editore: ABE

anno edizione: 2023

pagine: 160

Da diversi anni, alcuni studiosi franco-anglofoni, puntano la ricerca storica sul filone di bastardy e bâtardises, focalizzando l'attenzione sui matrimoni di interesse più in vista del Quattrocento. Il tema ruota intorno alla procreazione degli eredi, avuti da donne diverse, e non sempre nascosti alla Chiesa, al solo fine di reggere il potere. Siamo ai primordi del concetto di famiglia allargata, sviluppatosi a Corte propagatosi fra i nobili alla moda, quasi fosse il progresso dello struscio, un doveroso seguito alla poesia dei menestrelli rinascimentali. In realtà, almeno per i reali, fu solo il tentativo, molto riuscito in Francia, di istituire una Casa reale, il luogo ideale dove poter attingere dame e cavalieri generati a batteria e utilizzati come pedine per occupare le massime cariche statali: politiche, militari e religiose. Ferrante I non solo mise al mondo i sette figli legittimi, ma ne ebbe almeno otto bastardi e tre spuri, fra cui due in trono. Amanti e concubine erano tutte più o meno riconosciute, o conosciute a Corte, in quanto assidue frequentatrici, ora tutrici dei figli scolaretti, ora animatrici rispettate in presenza e ai convenevoli. Alcune di esse sono citate da più di un cronista. Diana Guardati divenne madre di Ferrante il Bastardo e di tre femmine. Intorno alla sua figura aleggia il fantasma di Vico, ma è attestata la sua presenza a Sorrento. Riempì la corte di figli, nipoti e pronipoti. Il Re non fu fedele, ma ebbe due matrimoni da favola, con Isabella dei Chiaromonte, grazie alla quale recuperò il reame ormai perduto, e con l'Infante di Spagna, Giovanna di Trastámara, allorquando la Corona stette per perdere il regno che aveva recuperato, offuscato dalle amanti e dalla sete di vendetta. Questa prima parte della vita di Ferrante viene accompagnata da episodi popolari legati alla nascita della prima pietra del pesce, alla perdita di Benevento in ducato del Papa, agli incontri con S.Francesco da Paola che ridà vita ai pesci arrostiti. E' la vita di corte in una Reggia che si fa sempre più bella, pregna di vitalità e di giochi d'acqua, di libri proibiti e di amori traditi. Nell'Appendice Documentaria il lettore troverà l'elenco dei libri, in parte perduti, posseduti da Minieri Riccio; e il capitolo sugli amori di Re Ferrante tratto da una copia ms. di uno di quei libri che si ritenevano «scomparsi» e che, a quanto pare, viene dato alle stampe per la prima volta.
60,00 €

Atti di notai nella valle del Sabato: La montagna di Prata Terra del Vaticano, Chianca e Montemiletto ex badia di Altrude? S.Eustachio di Montaperto e Castelmuzzo, Bagnara, Delicato, Cibari, Apice sotto i Tocco

Sabato Cuttrera

Libro: Libro in brossura

editore: ABE

anno edizione: 2023

pagine: 103

Montaperto comparve nelle decime del 1327, elencate per clero, ma di tante abbazie precedenti restò in vita solo Venticano, che figura come monastero. I benefici dei preti soggetti ai beni della Biblioteca Vaticana che vengono trascritti nella prima metà del 1300 furono quelli del clero di Montisaperti che pagava 7 tarì e mezzo, quello de Montefalzono che sborsava 12 tarì, quello di Montemilitum che pagava 15 tarì e quello di Montefuscolo per 3 once, e del monasterium Venticani che pagava 20 tarì. L'anno dopo, nel 1328, i tarì di Venticano scesero a 10, sempre come monasterio, mentre gli altri continuarono a pagare come clero: Monte Aperto sborsò 3 tarì; Monte Mileto, 9 tarì; Montefuscolo 1 oncia e 2 tarì. Nel 1349 nacque la nuova Arcidiocesi in Beneventana, ribattezzata nuova Urbe Beneventum, essendole stato accorpato il sedile arcivescovile appartenuto all'antica Tocco, che non è Tocco Caudio, ma una Tocco molto più vicina alla città, perché assorbì la Mensa arcivescovile di S.Martino in Tocco, fra «Preta» e «Prata», poco discosto dallo stretto di Barba di Chianche, Ceppaloni e Toccanisii, ai piedi del torrente San Martino che scende dal Campanaro di Pietrastornina e Terranova di Arpaise, e si congiunge al Sabato che viene dal Campanaro della Basilica di Prata. Fu così che l'antica Civitate Sabina dei beneventani divenne l'Urbe metropolitana del Nuovo Sannio, inglobando le diocesi molisane e foggiane. A Tocco era appartenuto il titolo antico, ma non v'è conferma che sia stata Campanaro di Grottaminarda, come credette lo Scandone, ma qualche sospetto ci rimanda fra San Michele del Monte Gargano e Canosa di Puglia, molto legate ai culti beneventani, da cui dipesero quelle chiese negli anni a venire. Di sicuro Benevento divenne la capitale religiosa, e a volte politica, di molti feudi fra Lucera e Campobasso. Da qui i resti di San Sabino da Canosa ad Avellino, a Lucera unita a Limosani, etc.. Ancora fino a due secoli fa molti paesi beneventani, come Reino e Colle Sannita, in realtà, erano nella provincia di Capitanata di Bovino. Bernardo Deucio, nunzio avignonese di Benevento, dopo il sisma del 1348, la peste e l'invasione ungherese e romagnola ad opera del fratello dell'ucciso Re Andrea, fatto fuori ad Atella dai parenti stretti della Regina Giovanna I, riorganizzò il patrimonio fondiario della Chiesa. Quindi Marittima, la Campagna e anche la Sabina beneventana, per poi mettere mano a Capua e a Napoli, sottraendo molti paesi all'arcidiocesi di Nola. Fu lui che rifondò la Rocca dei Rettori dove la vediamo, a cui appartennero le 29 rocche delle antiche corti longobarde distrutte nell'actum di Lucerinum e ricostruiti nella Valle Beneventana. Furono questi 29 paesi, retti da distretti arcipretali, a far parte del Principato Ultra Benevento, rimasti inizialmente fuori dal Regno e infeudati da S.Martino in Tocco, a cui fu unito il titolo di S.Modesto di Beneventana, e quello lontano di S.Sofia lucerina, a sua volta poi commissariata da Montevergine intorno al 1370, che però non poté mettere le mani sul feudo di San Martino, dove svettava l'antico Campanario dell'abbazia di S.Maria appartenuta al Vaticano. Perciò, nel 1378, anche quell'antico monastero, di cui Giovanni fu l'ultimo abate, divenne di nomina pontificia per sopraggiunta aggregazione a Benevento. Così, mentre l'antica Campanario veniva assorbita dal territorio del papa nel 1388, la ribellione dei verginiani, portò alla rifondazione di un nuovo monastero chiamato Santa Maria in Campanariello. Fu per uno scambio di terre fra i verginiani e Petricone Caracciolo.
30,00 €

Isabella d'Inghilterra: Isabella l'imperatrice segregata a Foggia da Federico II di Svevia

Arturo Bascetta, Sabato Cuttrera

Libro: Libro in brossura

editore: ABE

anno edizione: 2023

pagine: 174

Isabella, figlia di Isabella e di Re Giovanni, dopo la morte del padre e l'abbandono materno, visse l'adolescenza col fratello Re Enrico III che la promise in sposa allo Spupor Mundi. Le nozze furono da favola e Federico non le fece mancare un lauto pranzo, accettando la mano della sorella del Re d'Inghilterra, essendosi dimostrato il migliore offerente. Toccò al sarto della futura Regina renderla ancora più bella, sebbene ella comprasse al mercato e spesso fosse trattenuta dal germano al soggiorno forzato nella Torre di Londra. La tradizione inglese dei regali di Natale però ce la racconta gioiosa per il viaggio verso lo sposo e la festa teatrale tenutasi a Colonia, dove finalmente Isabella scioglie i veli e mostra il suo volto fra le braccia del Re. Le nozze in pompa magna e il lauto pranzo, la magia dei doni a corte per scalzare la fede sono gli elementi che già annunciano al mondo il temperamento del giovane imperatore che si allontana dalla Chiesa. Ma Federico si allontana presto anche da questa moglie, deciso a costituire un harem, simile a quello che ha visto a Cipro o a Costantinopoli, capitale del mondo antico che sceglierà dopo la cacciata da Gerusalemme. Nel mentre le accuse di eresia per lo sfrenato amore verso le altre donne e la morte del figlio Giordano, costituiscono il primo dolore per l'Imperatrice inglese di Gerusalemme che segue il marito e onora la traslazione di s.Elisabetta, sperando che la riconquista e la rinascita del Regno di Langobardia a Pavia possa concludersi presto. Ma nulla in realtà sarà come ella sognava, anzi, Isabella viene esiliata in Sicilia, a Civitate Adrium, e si rivede giusto a Natale, in quel di Parma, per il battesimo che viene rinviato: ora c'è Foggia da sciegliere come sede del nuovo Principato. L'imperatrice passa così dalla Sicilia di Capua e dalla Sicilia i Palermo alla Apulia, col ritiro definitivo fra Andria e Foggia, assistendo alla atroce morte dei preti detenuti a Napoli voluta dal marito, mentre il fratello Principe Riccardo in Sicilia e non riesce neppure a vederla perché segregata a Foggia, dove spense la sua vita. L'omaggio dei regnicoli al figlio Enrico, le lettere federiciane sull'eccidio dei Crociati, l'assassinio del principino ucciso dal fratellastro Corrado completano questo nuovo lavoro pubblicato da ABE sulle Regine del Regno di Puglia e di Sicilia che spesso riunirono i popoli divisi dalle ambizioni imperiali dei sovrani.
35,00 €

Bona Sforza: la regina di Polonia. Il diario di viaggio della sovrana di Cracovia

Virgilio Iandiorio

Libro: Libro rilegato

editore: ABE

anno edizione: 2023

pagine: 132

Questa storia riguarda il matrimonio di una discendente degli Aragonesi, Bona Sforza, la pronipote di Ferdinando I, andata sposa al re di Polonia, nella prima metà del XVI secolo, cantata dal poeta Colantonio Carmignano; ma anche oggetto di "pettegolezzo" come nelle note di Ascanio Silvio Corona. Possiamo definire culture periferiche quelle storie d'amore che andarono sulla bocca dei contemporanei di quegli eventi. Nell'accezione della lingua greca antica: periphéreia indica la circonferenza, la linea circolare e il verbo periphéro significa portare intorno, far girare, ma anche diffondere, far conoscere. Ed è quello che fecero quanti raccontarono quelle storie. L'atteggiamento della società nei confronti delle donne è il riflesso di questa, con le sue tradizioni, la sua mentalità, i suoi pregiudizi. Di volta in volta le donne diventano protagoniste o oggetto, fanno la storia o la subiscono. E gli uomini sono a volte seducenti romantici, a volte possessivi e maniacali. Nella vita di una donna si succedono eventi come l'amore, il matrimonio, le crisi familiari e domestiche, i figli, le separazioni, le volontà ultime. Non solo eventi nella sfera del privato, ma anche rapporti con l'esterno: la donna e la religione, la donna e l'arte, la cultura e l'istruzione, per tanto tempo anche negata, la donna e la realtà sociale, il lavoro e la politica. Spesso risulta difficile sottrarre l'immagine della donna dallo stereotipo e dall'astrattezza e calarla nella realtà viva. La signora, la serva, la contadina, la balia, la maestra, la prostituta, l'operaia non sono tipi, ma persone che vanno sottratte all'anonimato della quotidianità. La documentazione esistente presso gli Archivi di Stato italiani sottolinea la presenza femminile in una vastissima quantità di documenti, la cui lettura, di estremo interesse, risulta complessa e, se fatta da angolature non corrette, può risolversi frammentaria e incompleta Il tema dell'eros, che sembra essere sempre lo stesso nel tempo e nello spazio, si presenta invece ogni volta in modi diversi. Amore, sessualità, famiglia, matrimoni… sono gli aspetti della vita privata dei nostri progenitori che venivano trasmessi ad un pubblico il più esteso possibile. Anche con il racconto erotico si va alle radici della nostra cultura; significa estendere il discorso ad altri aspetti di essa, dai rapporti familiari alle pratiche sociali, dal costume alla relazione tra i sessi. I racconti più antichi finiscono con il diventare dei miti. E i miti, come si sa, raccontano storie fantastiche nelle quali agiscono gli esseri mortali e le forze della natura. A questi racconti trasmessi oralmente e sedimentati nella memoria collettiva era affidata una funzione culturale importante. La ripetizione di questi, come di altri racconti, contribuiva a creare e a consolidare una identità, trasmettendone le credenze, i riti, le istituzioni sociali e religiose, il patrimonio culturale.
44,00 €

Jeanne II d'Anjou. Giovanna d'Angiò di Durazzo. Volume Vol. 1

Arturo Bascetta

Libro: Libro rilegato

editore: ABE

anno edizione: 2023

pagine: 164

In questa storia ci sono tutti gli ingredienti della favola antica. Il principe azzurro sul cavallo uccide i concorrenti, uno per uno, in nome della sua amata e dell'amore eterno. La Giovanna del vero raccontato, però, non appare affatto pudica agli occhi dei cronisti, che la giudicano dedita ai libidinosi abraciamenti, benché perdonabili quando si è sovrana, giovane e bella. Ella ebbe il primo vero amore a 17 anni e lo perse, poi toccò al secondo conte, morto ucciso; per terzo scelse il camerlengo, che fece brutta fine. Per quarto, finalmente, arrivò il principe azzurro, impersonificato da Attendolo Sforza, ma fu arrestato dai concorrenti. Stavolta toccò alla bella Regina della favola liberare il suo amato, benché finisse nelle braccia di un'altra sposa non voluta. Una mossa sbagliata dei magni che indusse la sovrana alle nozze con un francese, mai voluto, e quindi da far fuori al più presto, visto che l'arguto marito stavolta la rinchiuse al primo sospetto. Ma lei scappò dalla prigionia, e questo è il bello della storia, ancora una volta liberata dal suo amato condottiero, purtroppo scoperto e messo sotto chiave da nuovi e vecchi pretendenti. Fatti d'amore e di sangue contornano questa lunga favola vera, divisa in più parti per facilitare il lettore a immergersi negli intrighi della stirpe ungherese e di quella provenzale, sempre più napoletana, padrona del reame solo sulla carta. In realtà il Regno di Napoli appare ridotto a un ammasso di castelli disfatti da guerre antiche e di staterelli al comando dei baroni. La Regina, del resto, non era padrona del feudo della Chiesa, che la volle povera e innamorata, dedita all'amore per i suoi cortigiani, anche se finiti impiccati. Nessun papa aveva dimenticato di quando il fratello Ladislao si era autoproclamato Re di Roma, arrivando a conquistare Perugia, finendo avvelenato per un bacio dell'amore, consumato fra le braccia e fra le gambe di una delle sue amanti. Le amicizie particolari, gli amori sfrenati, le stravaganze di questa casa reale degli Angiò del ramo di Durazzo sono la prassi in quei tempi. S'amava e si moriva stroncati dal veleno servito in un calice di vino o cosparso sulle labbra dell'amore. Tutto registrato dai cronisti, tutto affrescato da pittori famosi che raccontano la vita delle regine di Napoli del primo Rinascimento su tele nere e muri di bianche cappelle palatine. Anche Giovanna vi compare, scollacciata e adorna di gioielli, attorniata da tante dame, e raramente da cavalieri, quei pochi rimasti in vita… È vero. Re e Regina si odiavano, si sono combattuti a suon di sequestri, ma ciò che conta alla corte angioina è dare le ultime feste nel chiuso del Palazzo e concedere le prime capitolazioni al popolo per restare incollati al trono. E a Giovanna bastò avere un camerlengo sempre fedele, al quale promettere un sogno e la corona, ma senza abituarsi troppo all'idea di non poter essere presto sostituito col prossimo della lista. Che piaccia o no ai lettori moderni, nel Quattrocento ci si amava così.
55,00 €

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