Einaudi: Supercoralli
Raccontami tutto
Elizabeth Strout
Libro: Libro rilegato
editore: Einaudi
anno edizione: 2025
pagine: 288
A Crosby è tempo di tornare a incontrarsi e a raccontarsi storie, storie dal passato, storie in filigrana, storie mai rivelate, storie buffe e struggenti, storie dell’amore che avrebbe potuto essere e non è stato, perfino inquietanti storie gialle. A raccontarle, finalmente unite sullo stesso palcoscenico, le due inimitabili capostipiti dell’universo narrativo di Elizabeth Strout, Lucy Barton e Olive Kitteridge. La rispettiva iniziale diffidenza delle due donne tanto diverse è superata in nome della loro comune passione: quella per l’inesauribile mistero di tutte le «vite ignorate», che solo in apparenza passano su questo pianeta senza lasciare traccia. A New York Lucy Barton non ha più fatto ritorno. La casetta sul mare che il suo ex marito William aveva affittato per loro durante la pandemia di Covid-19 è diventata la loro dimora permanente. Antichi affetti e nuove frequentazioni hanno permesso a Lucy Barton di non impazzire. Quella col vecchio amico di famiglia Bob Burgess, prima di tutto. Le loro passeggiate quotidiane, confidandosi piccoli segreti e affidandosi innocue debolezze, sono diventate un appuntamento corroborante e irrinunciabile. È stato Bob a parlarle della vecchia signora che vive nella residenza per anziani del paese. Ha più di novant’anni, è un po’ scorbutica e si chiama Olive Kitteridge. Lucy la va a trovare e, nonostante la diffidenza iniziale, Olive le racconta la storia di sua madre. Quel racconto ne chiama altri, di Olive a Lucy, di Lucy a Olive, dando il via a una consuetudine del narrare che si rinnova a ogni incontro, come in una versione moderna e deliziosamente spigolosa delle “Mille e una notte”. Frattanto Bob viene richiamato al suo antico mestiere di avvocato da un caso di cronaca avvenuto in città: il ritrovamento del corpo di una signora anziana scomparsa mesi prima. Il principale indiziato è un uomo del posto, Matthew Beach, suo figlio, e, su richiesta della sorella di Matt, Diana, Bob accetta di prenderne le difese. Mentre le indagini procedono, è a Lucy che Bob affida il suo dolore quando viene a sapere della tragedia che ha colpito l’amato fratello Jim, è a Bob che Lucy affida il proprio quando le figlie Chrissy e Becka per la prima volta non la invitano per Natale. Tornando indietro con la memoria, il lettore avveduto scopre strada facendo che, anche in questo caso, c’era una storia dentro la storia. E poi c’è lo sconosciuto brevemente amato in treno; c’è il professor Muddy e il suo lutto inconsolabile; c’è la prima moglie di Bob, Pam, con la sua dipendenza; c’è la gioventù sfiorita di Addie Beal e quella mai sopita della vecchia zia Pauline. Un carosello di storie che, pagina dopo pagina, si affastellano una sull’altra, alimentate dal desiderio di dar conto delle tante «vite ignorate» che scorrono apparentemente senza lasciare traccia, e di sondare così il mistero che tutti quanti siamo.
I titoli di coda di una vita insieme
Diego De Silva
Libro: Libro rilegato
editore: Einaudi
anno edizione: 2024
pagine: 248
«Io vorrei isolare il momento in cui ho visto la crepa e ho preso atto della fine, ma non lo trovo, perché non c’è. L’amore è discreto nel morire, non si lamenta e non fa scenate, non c’informa quando si ammala. Siamo noi a risponderne, e tutto quello che gli capita è colpa nostra». Fosco e Alice si sono amati tanto. E tra poco, senza sapere bene perché, si diranno addio. Per questo, nel vortice di parole più o meno giuste o più o meno sbagliate, abbracci notturni, porte sbattute, avvocati nuovi di zecca e antiche recriminazioni, decidono di raccontare la loro storia a modo loro. Con ostinazione, dolore e persino ironia: tutto quello che nei documenti legali non potrà mai trovare spazio. Diego De Silva lascia riposare il suo personaggio più amato, l’«avvocato d’insuccesso» Vincenzo Malinconico, per consegnarci un grande romanzo sulla fine dell’amore. «L’amore non è una storia, ma due». Per questo Fosco e Alice hanno affidato ai loro rispettivi avvocati le parole che non sanno dirsi, lasciandosi. Alice aspira a una conclusione drammatica, come se un grande amore si misurasse dalle ferite, dal male che è possibile farsi. Vuole enfasi, conflitto, palcoscenico. Fosco è più morbido, quasi passivo, incline ad accettare qualsiasi condizione. E alla fine, come in tutte le separazioni, le loro posizioni si tradurranno in documenti mortificanti, che nulla dicono perché nulla sanno di una vita insieme. Che riassumono il dolore, e anche la gioia, in parole povere. Per riscrivere con una dignità diversa i titoli di coda della loro storia, decidono allora di ritirarsi in una casa amata, tra i fantasmi dal passato e di ciò che è stato tradito, che siano gli anni felici dell’infanzia, quel tempo bello in cui s’impara il mondo, gli amici di sempre o il loro stesso legame. Trovarsi lì, in quella casa, significa anche cercare un fuoco comune: il loro fuoco. Significa attraversare in due i rimpianti fino a esaurire la sofferenza, estrarre dalle macerie del tempo ciò che rimane vivo e trovare la forza di andare addosso alle cose, persino quando fanno paura. Senza rinunciare all’ironia che lo contraddistingue, come modo di illuminare ciò che conta, Diego De Silva riesce a raccontare con forza, attraverso le voci di Fosco e Alice, le speranze, le delusioni, le felicità sepolte, il complicato groviglio di sentimenti che accompagnano da sempre la fine di un amore.
Racconti parigini
Libro: Copertina rigida
editore: Einaudi
anno edizione: 2018
pagine: 274
Gli ampi boulevard, le luci infinite, gli spettacoli piú arditi, le avanguardie piú innovatrici, e poi la disinvoltura dei costumi, la ricchezza e il disordine della vita artistica, lo stile dispensato in ogni minimo dettaglio... Nessuno scrittore dell'Otto e Novecento ha saputo resistere al richiamo di Parigi, e tutti hanno lasciato traccia del loro incantamento in racconti e romanzi entrati di forza nell'immaginario globale, al punto che oggi è impossibile visitarla per la prima volta senza avere l'impressione di conoscerla da sempre. Corrado Augias, parigino di adozione e fine conoscitore della storia anche artistica della città, ha raccolto venti fra i racconti più belli su Parigi: da Balzac a Zola, da Gertrude Stein a Vila-Matas, da Irène Némirovsky a Benjamin, una carrellata di storie, visioni e descrizioni che ne celebrano la grandezza e ne illuminano i misteri nascosti. Perché la città delle luci non è priva di ombre, dai grandi romanzi popolari tessuti su storie sinistre ai gialli affidati all'intuito del commissario Maigret. Parigi è città di pietra e di fantasia. Quello che si compone è un mosaico di voci e immagini, ma è anche una sorprendente guida di viaggio. Non c'è rue o arrondissement che non abbia generato un suo riflesso letterario, e attraverso le pagine dei grandi scrittori si può meglio comprendere la vera natura di Parigi, luogo dell'immaginazione prima ancora che reale, «di tutte le città del mondo, la più vistosa e la più invisibile».
Il tempo dei semplici
Luigi Nacci
Libro
editore: Einaudi
anno edizione: 2026
pagine: 200
In questo romanzo di confine un figlio racconta i suoi genitori - la loro fragilità, la loro forza, la loro irriducibile tener
Il buon male
Samanta Schweblin
Libro
editore: Einaudi
anno edizione: 2026
pagine: 160
Samanta Schweblin cattura l'istante esatto in cui l'impensabile irrompe in una vita, quando il dolore e l'inquietudine si trad
Il lago della creazione
Rachel Kushner
Libro
editore: Einaudi
anno edizione: 2026
pagine: 408
«Sadie Smith», la protagonista di questo libro, non si chiama veramente Sadie Smith
Di ora in ora
Giorgio Falco
Libro
editore: Einaudi
anno edizione: 2026
pagine: 192
Esistono regole per diventare un artista? È possibile allenare il proprio talento come fosse un muscolo? Per capirlo, e per ri
Falso contatto
Wolf Haas
Libro: Libro rilegato
editore: Einaudi
anno edizione: 2026
pagine: 208
Franz Escher, un appassionato di puzzle viennese, sta aspettando l’elettricista. Per ingannare l’attesa apre un libro e incomincia a leggere. Elio Russo, un criminale pentito, sta aspettando di uscire dal carcere e assumere una nuova identità. Temendo che qualcuno lo ammazzi sul più bello, nell’attesa apre un libro e incomincia a leggere… In un gioco letterario avvincente, due romanzi gialli si incastrano l’uno dentro l’altro come tessere di un puzzle. Quale sarà il quadro finale? Aprite il libro e incominciate a leggere. Franz Escher è un oratore funebre viennese dalle tendenze solitarie. La sua grande passione nella vita sono i puzzle, soprattutto quelli che riproducono dipinti famosi, di cui possiede una vasta collezione. Vorrebbe che anche la vita funzionasse così, come un puzzle, un congegno controllabile dai contorni ben definiti. Quando un gesto distratto lo porta ad affrontare conseguenze più grandi di lui, l’effetto è esilarante. Per cavarsela dovrà perfino riallacciare i rapporti con la dottoressa Nellie Wieselburger, una collega un po’ invadente e dal collo bellissimo con cui ha un conto in sospeso. Elio Russo è un pentito sul punto di uscire di prigione e cominciare una nuova vita in Germania sotto il nome di Marko Steiner. Un uomo di grande astuzia e abilità, anche linguistica, capace di reinventarsi in tutte le situazioni che la vita gli pone davanti e di trarsi d’impaccio con la facilità con cui si dice «abracadabra». Per proteggere il suo segreto sceglie la solitudine, fino a quando non incontra Gabi, una donna con un viso d’altri tempi che gli ricorda un amore passato, e i segreti si moltiplicano. Per un falso contatto, un libro (o forse due) e la curiosità travolgente di Alla, la figlia quattordicenne di Marko Steiner, le storie di questi due uomini così diversi fra loro si rincorrono da una pagina all’altra in un meccanismo serratissimo e molto, molto divertente, che Wolf Haas conduce con un virtuosismo da maestro. Chi legge prova lo stesso tipo di meraviglia che suscita la famosa opera dell’incisore olandese Escher, non a caso omonimo del protagonista, in cui una mano disegna l’altra. Ma oltre allo stupore il romanzo procura tutto il gusto della suspense, in una narrazione ricca di colpi di scena, omicidi, inseguimenti e scambi di persona. “Falso contatto” è un capolavoro di ingegnosità e intrattenimento, un giallo a cui abbandonarsi con un piacere quasi fanciullesco, un puzzle letterario che crea dipendenza.
Buddha sulla riva
Durian Sukegawa
Libro: Libro rilegato
editore: Einaudi
anno edizione: 2026
pagine: 248
Lungo le sponde del fiume Tamagawa, alla periferia di Tokyo, dopo anni di carcere e sofferenza, Bota ha trovato un rifugio sicuro insieme ad altri senzatetto come lui. Non lontano da quelle rive, la giovane Eri lotta per liberarsi dalle mani violente del patrigno e da una collezione di amicizie e amori sbagliati. Eri e Bota forse non si conoscono, eppure sono uniti da un legame indissolubile. Le loro vite scorrono parallele, sfiorandosi appena. Ma proprio da quell’invisibile, speciale contatto nasce una nuova speranza. Dall’autore di “Le ricette della signora Tokue”, un ritratto delicato e poetico del Giappone degli ultimi, e un invito a riconoscere l’importanza di chi ci sta vicino, anche solo con il cuore. Casa, lavoro, una moglie e una figlia, una vita perfetta: Bota ha perso tutto per un solo, gravissimo errore. Dopo il carcere, si ritrova per strada, uno dei tanti invisibili relegati ai margini di una Tokyo immensa e indifferente. È stanco Bota, di tirare avanti tra gli stenti, dei rimorsi, e vuole sparire prima che sia il dolore a cancellarlo. Con un obiettivo chiaro raggiunge una zona periferica attraversata dal fiume Tamagawa e tenta di congedarsi dal mondo, ma viene miracolosamente tratto in salvo da un gruppo di senzatetto come lui. Quelle persone accolgono Bota nella loro piccola comunità sulle rive del fiume, gli insegnano ad arrangiarsi raccogliendo e rivendendo lattine vuote, a riconciliarsi con il passato, a non arrendersi. In quel microcosmo di esistenze dimenticate, Bota trova nuove ragioni per restare. Non lontano da quelle sponde, Eri, sedici anni di sogni calpestati, combatte per sottrarsi a un destino che sembra già scritto. Suo padre, di cui non sa neanche il nome, è morto – così le ha detto sua madre – e per tutta la vita Eri ha dovuto fare i conti con le molestie e le umiliazioni di un patrigno dispotico. Costretta ad andarsene di casa dopo aver avuto problemi con la legge, Eri cerca di non affondare, assecondando i desideri di uomini avidi e fidandosi di chi la inganna lasciandole intravedere un bagliore di affetto. Saranno una rivelazione e un evento inatteso a indicarle la strada verso il vero cambiamento. Eri e Bota forse non si conoscono, eppure sulle rive di quel fiume si ancorano l’uno all’altra inconsapevolmente. Perché Eri e Bota sono uniti da un legame indissolubile, così potente da custodire in sé le infinite, luminose possibilità del futuro.
Non scrivere di me
Veronica Raimo
Libro: Libro rilegato
editore: Einaudi
anno edizione: 2026
pagine: 160
Dennis May è morto. Per il mondo è una notizia tra le tante, per S. è il finale sbagliato della propria storia. Dennis è stato l’oggetto della sua devozione e l’artefice della sua umiliazione, la possibilità di immaginare un’altra vita e l’infinito autoinganno. Se oggi S. fa la cameriera e disprezza quasi tutto è a lui che lo deve. O forse è solo un alibi. Con una voce magnetica, tenera e spiazzante, Veronica Raimo racconta lo scandalo del desiderio che si annida nel trauma, il ridicolo che si accompagna alla tragedia, il dubbio che a definire la nostra storia – più ancora di quanto è accaduto – sia quello che, nell’ottundimento della rabbia o dell’amore, continuiamo ad aspettare. «È il senso costante di reversibilità a causare dolore, l’idea che possiamo ancora cambiare le cose». L’ultima volta che ha visto Dennis May dal vivo – Dennis May “vivo” – S. aveva addosso dei jeans scuri e una maglia color smeraldo. Ora quei vestiti sono sepolti in cantina, pezzo forte di una collezione degli orrori insieme a un Nokia con i messaggi di Dennis e una locandina autografata di “Lark”, il film che lo aveva trasformato in un attore e regista di culto. Dentro quell’innamoramento collettivo S. ha camuffato la propria devozione, proteggendola con la tenacia di un cane da guardia perché nulla potesse scalfirla: né le stroncature ai film di Dennis, né i suoi silenzi e le sue fughe, né le dichiarazioni imbarazzanti alla stampa. L’ha protetta persino quando, nella stanza di un albergo a Roma, Dennis l’ha violentata per poi sparire dalla sua vita. E l’ha protetta quando ha temuto che ad altre donne, in altre stanze, potesse essere accaduta la stessa cosa. Oggi S. ha trentacinque anni, fa la cameriera in un bar, e non ha mai smesso di aspettare che Dennis tornasse per offrirle un’altra possibile versione della loro storia. Ha abbandonato il sogno di scrivere, ma legge il mondo con un’intelligenza corrosiva e un’ironia brutale che forse rivela l’esatta collocazione della ferita. Il suo è un curriculum fatto di inciampi, autosabotaggi, legami interrotti. Come l’amore incerto con Gionata, che ancora rimpiange, o la relazione burrascosa con Lorenzo, che si è innamorato di lei per quello che poteva diventare ma solo a patto che non lo realizzasse davvero, o l’amicizia con Agnese, che dice sì a tutto ma non fa mai domande, neppure quelle che a dirle ad alta voce cambierebbero molte cose. Ma adesso che Dennis May è morto, adesso che non c’è più niente da aspettare, può darsi che sia il tempo di smettere di fare la guardia, e tornare con qualcuno in quella stanza, per trovare le parole. Si dirà, di questo libro, che è un romanzo sull’ossessione amorosa e sulle narrazioni tossiche che condizionano le nostre vite, un romanzo sul fallimento e sul suo potere di seduzione, sulla scrittura e sulla vergogna, sull’ambiguità con cui la vittima abita il suo ruolo, sulla nostra idea di giustizia, su un certo modo fragile e rabbioso di essere uomini, sulla sorellanza. Si dirà tutto questo e sarà vero ma non ancora a fuoco: ci sono tanti modi di intercettare le grandi questioni del nostro presente, quello di Veronica Raimo è la letteratura.
Partenze
Julian Barnes
Libro: Libro rilegato
editore: Einaudi
anno edizione: 2026
pagine: 184
“Partenze” è la storia di due amori, quello fra il giovane Stephen e la giovane Jean e quello fra il vecchio Stephen e la vecchia Jean. È la storia dell’anziano jack russell Jimmy, deliziosamente ignaro della propria caninità. Ed è la storia di uno scrittore di nome Julian, alle prese con gli scherzi della memoria, le fallacie del corpo, e quella speciale partenza a cui non segue alcun arrivo. I AM: Io Sono, naturalmente. Ma anche l’acronimo di Involuntary Autobiographical Memory, quella memoria autobiografica involontaria che, a partire da uno stimolo sensoriale (per intendersi, il sapore della madeleine intinta nel tè, nel caso di Proust), rievoca un preciso evento del passato. Illuminante corrispondenza o mero gioco linguistico? Se è vero che «la memoria coincide con l’identità e viceversa», sembrerebbe valere la prima ipotesi. D’altra parte, un ricordo non mediato dalla volontà, e dunque dalle molte narrazioni e autonarrazioni che se ne fanno, è davvero tale? E, in definitiva, vale la pena di essere ricordato? Prendiamo il caso di Stephen e Jean – alto, allampanato, gentile studente di filosofia lui, attraente, caustica, benestante studentessa di letteratura russa lei. Julian li conosce all’Università di Oxford negli anni Sessanta, quell’epoca di libertà sessuale tanto decantata ma raramente sperimentata, e, un po’ terzo incomodo un po’ mezzano, li fa incontrare e innamorare. Poi la vita fa il suo corso e quarant’anni dopo Julian non resiste alla tentazione di rifarsi Cupido, «scrivendo» un nuovo capitolo della loro unione. Nel raccontare le loro storie d’amore, la prima come la seconda, lo scrittore-demiurgo fa affidamento sulla memoria e gli appunti personali. È lecito domandarsi quale grado di verità tali supporti garantiscano alla narrazione. Anche quando deve fare i conti con la propria caducità, quando una diagnosi infausta stravolge le categorie grammaticali trasformando i suoi tempi verbali da futuro in passato, è il Julian scrittore a prendere il sopravvento. «È stato tutto molto interessante» è il suo commento, a proposito di bagni di realtà brutali, pratiche mediche invasive, e dell’invidiabile condizione del cane di Jean e Stephen, Jimmy, a differenza di lui ignaro della propria mortalità (nonché del fatto stesso di essere cane). “Partenze” è un’opera di fantasia, ma questo non significa che non sia vera; è un libro giocoso, arguto e irriverente, ma questo non significa che non stringa il cuore a ogni pagina. «Possiamo e dovremmo fidarci degli scrittori quando ci raccontano meravigliose bugie sui loro romanzi». Julian Barnes lo scrive a proposito di Marcel Proust. O forse no.
Memoria di casa
Gustavo Zagrebelsky
Libro: Libro rilegato
editore: Einaudi
anno edizione: 2025
pagine: 256
«Accade che le tre fasi della vita, giovinezza, maturità, vecchiaia, siano in realtà due: quella in cui, consapevolmente, ci si allontana dalla matrice, e quella in cui, consapevolmente o inconsapevolmente, vi si ritorna». In una villa nella campagna piemontese che assomiglia a una dacia russa, ed è insieme casa delle illusioni e delle disillusioni, una famiglia si riunisce per rievocare il tempo e le persone che non ci sono più. Soprattutto Jean e Lisín, che si incontrano e si innamorano nella Sanremo degli anni Venti. Lui, fascinoso e tormentato, rimarrà sempre un “émigré” alle prese con i suoi «giorni neri». Lei, testarda e saggia, di salde radici valdesi, cercherà per tutta la vita di sciogliere i nodi. Ma «fare memoria» non è semplicemente ricordare. È dare vita a chi l’ha perduta, rallegrarsi, affliggersi, chiedere scusa quando è il caso. È cercare di capire, senza giudicare. Quando i fratelli Zagrebelsky vengono convocati dalle proprie figlie nella casa di famiglia, lo scopo è quello di ripercorrere il tempo perduto, scambiarsi aneddoti, rinsaldare un sentimento comune. I soggiorni al mare col nonno vestito di lino, i viaggi in macchina e la guida non proprio ortodossa, il cono gelato e le mani appiccicose, le notti nel letto con la nonna per vincere la paura del buio. Ma per chi si avvicina alla vecchiaia quei ricordi sono dettagli di un quadro più ampio, che forse oggi è possibile ricostruire facendosi finalmente le domande scansate nella giovinezza. È il terzo fratello, Gustavo, l’unico a portare un nome legato al ramo materno della famiglia, ad assumersi la responsabilità di raccontare, partendo non solo da un tempo lontano, ma anche da terre e vicende lontanissime. Perché Jean e Lisín – suo padre e sua madre – hanno alle spalle le storie di due minoranze per molti versi opposte: da un lato gli esuli russi, per i quali l’uguaglianza era stata la rovina, dall’altro i valdesi, per cui l’uguaglianza era stata la conquista. Sorpresi dallo scoppio della Prima guerra mondiale durante una vacanza a Nizza, gli Zagrebelsky (tra cui il padre appena cinquenne dell’autore) non torneranno mai più a casa, e in un appartamento di due stanzette a Sanremo, con vista sugli orti e sul gasometro, coltiveranno la nostalgia per il paese delle origini e il rimpianto per i privilegi perduti. È lì che nel 1926 Jean incontra Lisín, dolce e rocciosa insieme, figlia di un valdese tanto dedito al lavoro che persino sulla sua tomba compare il titolo di ingegnere. Come acque diverse riunite nello stesso fiume, i caratteri di Jean e Lisín scorrono paralleli, a due livelli diversi. Lui sempre convinto che le tempeste arrivino a sorpresa e che occorra tenersi pronti a parare i colpi. Lei invece sicura che la vita sia un gomitolo da districare, sempre capace di guardare oltre, perché ogni cosa «poi passa». Se nella vita non è stato difficile, per figli e nipoti, scegliere da che parte stare, questa «ricapitolazione critica» diventa l’occasione per comprendere più a fondo, e con più affetto, la figura di un padre forse non «sradicato» ma di certo «spaesato», che nonostante il passaporto italiano rimarrà nell’intimo per sempre apolide, anche dentro la sua famiglia.

