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ABE

Summonte viaggio nelle storie: il borgo della torre angioina. Volume Vol. 1

Summonte viaggio nelle storie: il borgo della torre angioina. Volume Vol. 1

Pasquale Giuditta

Libro: Libro rilegato

editore: ABE

anno edizione: 2025

pagine: 140

Occorre andarci a Summonte per rendersi conto del perché gli Angioini decisero di costruire, proprio lì, la più bella torre di tutto il Principato di Benevento... Doveva essere unica quella torre, come unica è la posizione di Summonte: luogo di fascino che domina un territorio di grande bellezza. Vabbè, il massimo sarebbe arrivarci come è accaduto al sottoscritto, cioè essere accolto dal sindaco che ti accompagna a visitarla Summonte. Stimo i sindaci, poiché riconosco in loro la sublime arte della Polis… l'arte del governo. Niente propaganda, i sindaci non possono perdere tempo in ideologie e vanità; loro stanno in trincea, debbono confrontarsi quotidianamente con i bisogni e i desideri dei cittadini. Devono sgobbare i sindaci. Se poi trovi un sindaco che dimostra una buona dose di cultura generale, ha svolto ruoli politici nazionali di rilievo, è stato dirigente del Ministero delle Politiche Agricole, occupandosi di promozione dell'agroalimentare italiano anche in ambiti internazionali… se poi quel sindaco possiede pure un bel carattere gioviale, insomma è simpatico… se poi riscontri che è davvero innamorato della propria terra… ebbene, debbo confessarvi che la mia visita a Summonte ebbe del sublime. Anche per il cibo: si mangia parecchio bene da quelle parti. Pasquale Giuditta è stato il Sindaco di Summonte, oltre ad aver fatto il Deputato e tutto il resto di cui ho detto qualche riga fa. Mi ha colpito fin dal primo incontro, e poi ci siamo rivisti e risentiti diverse volte. Si è creato un feeling naturale tra noi… e stima reciproca. Ora ha deciso di raccontarci, oltre che del proprio territorio, un po' di faccende sue. Ha fatto bene. Chi si è speso per il bene comune deve diffondere la sua storia e la propria visione. Abbiamo sempre più bisogno di contaminazioni positive… e Pasquale dovete prenderlo come un ottimo contaminatore. Dunque, lasciamoci contaminare e leggiamo curiosi questo libro. Ben scritto, oltretutto. Oscar Farinetti Scrittore italiano e imprenditore Fondatore della catena EATALY
26,00

Galeazzo Sforza, il Dittatore di Milano. Breve vita del duca che pretese il saluto romano dai lombardi

Galeazzo Sforza, il Dittatore di Milano. Breve vita del duca che pretese il saluto romano dai lombardi

Arturo Bascetta

Libro: Libro rilegato

editore: ABE

anno edizione: 2025

pagine: 216

Questo libro è il frutto della continua ricerca portata avanti dagli autori della ABE sui cronisti che raccontano i fatti da contemporanei. Dopo diverse biografie fiorentine non poteva mancare il seguito alla Casata degli Sforza, originata da un colpo di mano ai danni dei Visconti che trasferirono il patrimonio di famiglia al capostipite Francesco, sposo di Bianca, ultima erede di Milano. Il prologo sulla nonna perugina, Lucia Tarzana da Torgiano; sul padre, Cavaliere alla corte dei Visconti; sulla madre Bianca, l'erede di Milano; sulla sorella Ippolita, sposina del Duca di Calabria, che di ferocia fu maestro; spunta finalmente il nome di Galeazzo, duchino crudele. Con tali premesse, alla morte del padre, Galeazzo si liberò gradualmente della madre, in quegli anni in cui la cometa di Halley, fra sisma e peste, non preannunciava nulla di buono. L'ultimo viaggio a Napoli fu fatale al genitore e provocò l'esilio di Bianca a Cremona, subito dopo il matrimonio con Bona di Savoia, sorella del beato Amedeo e orfanella di quel Ducato. Da qui lo scontro velato con la madre, a colpi di veleni, nell'aria e nella minestra, che videro più volte preoccupata la sorella Ippolita, tornata da Napoli più volte, fino per assisterla in punto di morte. La vecchia Duchessa muore quasi nelle sue braccia: ma fu vero veleno? Fatto è che senza l'ultima dei Visconti i nemici crebbero in casa e anche fuori: la sorella fu quasi espulsa da Napoli con tutta la sua corte milanese al seguito; e i Veneziani si spinsero fino a Bologna, stuzzicati da Zio e Sforza fratello, passati col nemico, in uno scenario di guerre-lampo, dentro e oltre Italia, che portarono alla Battaglia di Negroponte vinta dai Turchi. Nascono, e nel mentre crescono, Giangaleazzo ed Ermes, con Elisabetta presto sposa di Ercole d'Este. Sono eventi che rafforzano il Duca, illuso dai Francesi e pronto a scippare Firenze a Napoli, con la storica sfilata delle carrette milanesi in viaggio verso il Palazzo che fu di Cosimo dei Medici, dove i duchi ebbero ospitalità e meraviglie, percorrendo la Toscana in lungo e in largo. Il Duca, del resto, fu costretto a sfidare lo Zio, passato nelle fila del Marchese, e perciò a ostentare sfarzo a tutti, per poi tornarsene a casa per la via di Lucca, Genova, Castelletto e Pavia. Fu l'occasione per stilare una serie di intrecci sulle Terre faentine, date ai papalini di Sisto, preparando la dote per le nozze della figlia Eleonora con Ercole d'Este, quella dello storico pranzo allietato da musici e teatranti, ma anche lo sposalizio del figlio Giangaleazzo con Isabella di Napoli. L'addio per il cognato Amedeo di Savoia e il sisma, ritornato fra Adda e Ticino, sono il presagio all'orgoglio di chi vorrebbe diventare Re di un reame proprio, quello che trasformò subito il Duca in Duce, con l'avallo dell'Imperatore e tanto di saluto romano. Il gioco fu però scoperto da frà Pietro da Roma. Da qui l'incubo del veleno, che il Cardinale avrebbe ordinato ai Veneziani, da somministrare al padre padrone di Milano, dopo gli strani matrimoni combinati messi su dalla Duchessa per i figli. Al di là della discussa immunità concessa al segretario Colletta, le nozze di Biancamaria e il rapimento della cognata Duchessa di Savoia, altra verve giunge in casa Sforza, fino alla congiura vera e propria, ordinata dagli ex parenti e che si concluse con il tragico fatto di sangue consumatosi in S.Stefano. Qui il Dux venne assassinato dai Visconti e Giangaleazzo, eletto successore a 8 anni, fu costretto a sposare la cuginetta, orfanella napoletana, dopo la morte di Donna Ippolita, Regina senza corona che lasciò vedovo il crudele Alfonso II. Ma il potere degli Aragonesi di Napoli fu tutto in discesa rispetto ai venti che soffiavano dalla Spagna quando l'erede Giangaleazzo sposò fiero «Isabelletta», ignaro di finire nella trappola dei parenti, divenendo presto prigioniero del Moro in quel di Pavia...
44,00

La provincia ducale di Civitate Conza: il ducato feudale della Diocesi Conzana suffraganea dell'Arcidiocesi di Urbe Salerno

La provincia ducale di Civitate Conza: il ducato feudale della Diocesi Conzana suffraganea dell'Arcidiocesi di Urbe Salerno

Arturo Bascetta

Libro: Libro rilegato

editore: ABE

anno edizione: 2025

pagine: 132

In queste pagine così ricche di eventi, l'autore non si smentisce. Egli legge, trascrive e commenta i toponimi originari tratti dalle pergamene di oltre dieci monasteri, accompagnando il lettore nel ragionamento dello studioso incallito. Ed ecco ripresentarsi, una dietro l'altra, le vicende degli eredi del Guiscardo che persero la Puglia e ritornarono nel Cilento, fra i ruderi del diruto Porto sul fiume Malfia dell'antica Hea, dove stabilirono la colonia di Mariani di S. Paolo a Rano di Palinuro, al seguito di s. Andrea di Patrasso, "papa povero" dei martiri greci. Borsa puntava alla capitale bizantina della Torre di Minori, ove condurre quel popolo senza casa nella città che voleva rifondare, Atrani, nel Ducato Heapula, disturbando i progetti della famiglia imperiale dei Magni di Costantinopoli, padroni della Costiera della Scala santa. L'arrivo dei Mariani e la convivenza con culti in opposizione al Papa portò presto allo scontro, allontanando il Pontifex Giovanni, giunto da Bisanzio, in direzione di Sala Consilina, da dove presero a risalire i monti, rifondando Conza e la sua diocesi, sottomessa al Principato. Con "Conza" Arturo Bascetta, da topo di biblioteca qual è, ci consente di accedere a importanti documenti del nostro passato dei quali si sentiva la mancanza. E, nel contempo, le sue ricerche sono una vera e propria miniera di notizie indirizzate alla conoscenza e alla comprensione dei nodi più complessi della vicenda umana e politica della verde Irpinia. I Duchi guiscardiani, padre Rogero e figlio Viscardo, furono pronti a riorganizzare tutto in forma autonoma, liberandosi presto anche del viceré della Langobardia Minor, Ruggero I Altavilla, dopo il fallimento del Regno d'Italia del ribelle Re Corrado di Pavia. A Borsa, sloggiato il Doge, non restò che spostarsi di qualche metro, da Maiori a s. Lorenzo, e rifondare la nuova Amalfi su suolo cattolico per fare un favore al Papa, ottenendo in cambio il Principato di Aversa che tenne in associazione al figlio. Nasceva l'era della «Post Recuperazione» di cui parlano le pergamene per riannettere ad una sola urbe cattolica, Nova Amalfi, sia le chiese greche che quelle bizantine. Fu così che Borsa si riprese dagli Altavilla e dai Sanseverino tutti i feudi strappati al Papa in nome dell'Imperatore, facendo tornare dalla sua parte sia il nuovo Principato neaheapolitano di Sala col Ducato vecchio sul fiume Malfia del Cilento, sia quello di «Nova» di rito evangelico che egli stesso aveva fondato in Atrani, corrodendo l'orto Santo appartenuto ai Magni. Ma questo accadrà solo quando Borsa sarà assassinato perché s'era messo in testa di fare il vicario di Dio, in un regno che sarà solo del figlio dell'uomo che lui aveva ucciso: Ruggero II Altavilla. Questo succoso libretto analizza meticolosamente le condizioni della vita feudale, quando padrone del feudo era un solo signore che darà origine alla lunga dinastia dei Gesualdo e della loro Contea. I vari Conti e nobili che si susseguirono in questa parte del Principato di Salerno, poi assoggettata ad Avellino, daranno vita a un vivace territorio di cui sono stati riassunti luoghi, mestieri e abitanti, nonché chiese, preti e benefici, della università comunale. Sono le vicende storiche della grande Diocesi conzana dei Salernitani che diede vita all'attuale Conza della Campania. Arturo Bascetta, con questa sua opera, dà legittimazione e validità storica alla realtà di allora. Una ricerca, quella del Nostro, che ci fornisce una conoscenza, diretta e più vera, di momenti della storia irpina, non sempre esplorati con sistematicità e metodologie aggiornate e accurate.
39,00

Abecedari di Brindisi Carovigno. Terra d'Otranto: toponomastica e genealogia tratta dai Catasti Onciari e dall'abecedario di storia fin da Tancredi di Lecce

Abecedari di Brindisi Carovigno. Terra d'Otranto: toponomastica e genealogia tratta dai Catasti Onciari e dall'abecedario di storia fin da Tancredi di Lecce

Sabato Cuttrera, Arturo Bascetta

Libro: Libro rilegato

editore: ABE

anno edizione: 2025

pagine: 180

Centinaia e centinaia di cognomi, di famiglie, di luoghi e, si può dire, di fatti, sono contenuti in questo testo dedicato alla ex provincia di Terra d'Otranto, e in particolare al Comune di Carovigno, oggi in provincia di Brindisi. Il testo parte da Re Ruggero, il conquistatore di tutto, tranne che di Lecce, che resta con Benevento. Poi arriva Re Guglielmo II e scippa le Terre pagane e bizantine di questa Calabria salentina e nasce una Diocesi anche a Ostuni, proprio quando Re Malo e Re Buono decidono di fare guerra ai Loritello di Puglia. La storia dei Guglielmo Altavilla si complica, quando diventano quattro, ma Lecce ha un solo nemico: Re Guglielmo II Buono che si schiera contro Re Tancredi, quando Accardo ha già fondato S.Giovanni. E' però Tancredi fu Duca Rogero III (fu Re Ruggero II) che da Conte di Lecce ebbe la meglio e divenne Re nel 1190, allorquando sposa Sibilla sorella di Riccardo d'Acerra dei D'Aquino-Medania, subendo la ribellione di Aprutino e Bertoldo, schieratisi dalla parte di Enrico Imperatore, marito di Costanza d'Altavilla, pomo della discordia, fatta prigioniera a Salerno. Ma l'ex Conte di Lecce conquista Terre e fiducia: Tancredi vince così Enrico a Napoli, il Ruggieri sposa Irene, Albiria va al Brienne, l'Imperatrice Costanza viene liberata dalla prigionia, quando Ruggiero di Avellino va a Salerno e Margaritone punta sui Pisani a Castellammare. La morte di Re Tancredi, che lascia Guglielmo III senza corona e la Regina Sibilla vedova, richiama l'attenzione dei Templari che riportano l'Imperatore nel Regno. L'invasione di Enrico VI è ormai imminente quando anche gli imperiali sono alle porte e prendono Napoli, Salerno e la Sicilia, mentre i reali fuggono nel castello di Caltabellotta, subendo il tranello dell'accordo in cambio di Lecce. Costanza, reggente dell'Imperatore, rinnega Lecce a Regina vedova Sibilla spodestata. Lecce passa al Biccari, Taranto sta con Margaritone, ma viene castrato e Re Guglielmo il piccolo castrato, dopo aver subito la prigionia in Germania. L'Imperatore muore, lo stato è invaso dal papa, che regge le sorti dell'erede Svevo, Federico II, e fa tornare i Tancredini a Lecce, sebbene sia stato tutto sequestrato e la provincia papalina: da Lecce a Carovigno è Giustiziario Idronti, assegnato al magistro di Ostuni, per poi essere riassorbita da Napoli, con la rinascita della Contea a Lecce, poi scelta da Re Roberto d'Angiò, quando è Mesagne che accorpa Carovigno e Lecce torna ai d'Enghien. Sotto gli Angioni spuntano gli Statuti a Carovigno, feudo di Orsini dato ai de Foix e avviene l'assoggettamento alle Terre di Bari, con i Loffreda fondatori di S.Maria Belvedere donata al vescovo di Ostuni. Stavolta è Carovigno che ripopola Brindisi, ma la confisca di Ferrante porta l'Idronti con le Terre di Bari ai Loffredo, nonostante l'invasione dei Turchi che nel 1561 sono fatti prigionieri dai Carovignesi Brindisini. Da qui lo sbarco di Veneziani e Genovesi nel Principato e Marchesato venduti a S.Vito e a seguire la sfilza dei feudatari che diede vita al feudo principale di Carovigno con migliaia di nomi di nuovi coloni e contadini, tutti elencati in questo fantastico viaggio nella Terra d'Otrano.
44,00

Guappi di cartone dal teatro alla tv, storia della sceneggiata: 1840-1980

Guappi di cartone dal teatro alla tv, storia della sceneggiata: 1840-1980

Antonio Sciotti

Libro: Libro rilegato

editore: ABE

anno edizione: 2025

pagine: 200

Dalle origini ottocentesche, si passa all'evoluzione e alla maturità di struttura della sceneggiata degli anni '20 e '30 e alla stabilità degli anni '50. Poi, dopo un periodo d'indifferenza e di declino, si registra il prepotente ritorno negli anni '70. Infatti, con la crisi del teatro d'arte, la sceneggiata diventa l'unica forma teatrale napoletana ben rappresentata. Ne è esempio proprio l'anno 1970, dove il cinema domina nelle sale di quelli che oggi sono i teatri Bellini, Augusteo, Diana, Sannazaro, Acacia, Cilea. Per gli amanti del teatro classico, la scelta degli spettatori si riduce ai soli sopravvissuti teatri San Ferdinando e Politeama. Come contropartita, funzionano alla grande i botteghini dei teatri Duemila, La Perla, Italia, Ausonia, Splendore e Bracco, dove è rappresentata la sceneggiata. A questi, l'alternativa per il pubblico si riduce alle piccole sale dove si ascolta la musica e il cabaret, come i teatri Orione, Esse, La Porta Infame, Cantuccio, Margherita. Partendo proprio dal 1970, la sceneggiata domina e varca pure i confini regionali e nazionali e anche quelli internazionali, approdando oltre oceano dove alcune compagnie quali quelle di Mario Merola e Mario Da Vinci diventano assai popolari, almeno nelle colonie italiane sparse nel mondo. Questo nuovo boom è legato soprattutto alla popolarità dei protagonisti e al loro indiscusso talento, più che al successo della canzone. In questo caso, la definizione di sceneggiata viene distorta, perché ora non è più la canzone di successo che lancia la sceneggiata, bensì è la stessa sceneggiata che fa conoscere la canzone dalla quale è tratta la trama. Infatti, molte canzoni degli anni '70 possiedono una popolarità che è limitata al vicolo e vengono conosciute da una platea nazionale proprio in virtù degli incassi della sceneggiata. Spesso la televisione ospita i beniamini, i quali non propongono la canzone il cui successo è limitato e circoscritto, bensì un quadretto recitato con altri artisti della compagnia tratto proprio dalla sceneggiata che termina con la canzone identità. Ecco che Mario Da Vinci, per interpretare Montevergine (Mamma Schiavona) nella popolare trasmissione Domenica in, è accompagnato da suo figlio Sal e da un nutrito gruppo di attori della sua compagnia che inscenano il disperato pellegrinaggio alla Madonna. Il declino della sceneggiata, che avviene nella prima metà degli anni '80, non è attribuibile alla critica e alla stampa che hanno sempre alzato un muro e una forma di ostracismo assai discutibile verso questa forma d'arte, ma agli stessi beniamini che passano ad altri palcoscenici, in particolare al cinema come nei casi di Nino D'Angelo, Carmelo Zappulla e Sal Da Vinci, e anche ad un cambiamento del repertorio musicale con canzoni che cantano l'amore e che non possono più offrire alcuna trama da sceneggiare.
44,00

Atti di notai sui Torrioni del Sannio: i paesi della Montagna del Sant'Angelo di Benevento (da S.Angelo a Capolo e Mancusi a Petruro e Chianche e paesi del Beneventano e dell'Irpinia Avellinese)

Atti di notai sui Torrioni del Sannio: i paesi della Montagna del Sant'Angelo di Benevento (da S.Angelo a Capolo e Mancusi a Petruro e Chianche e paesi del Beneventano e dell'Irpinia Avellinese)

Sabato Cuttrera

Libro: Libro rilegato

editore: ABE

anno edizione: 2025

pagine: 188

Questo nuovo filone di studi storiografici riguarda i cognomi e le chiese della ex Montagna di Benevento, ossia degli ex Casali del Ducato della Civitate Beneventana, a cominciare dalle parrocchie dei Torrioni di S.Angelo e di San Michele Arcangelo, quelli con la nomina del cui rettore sottoposta all'approvazione ora del Papa di Roma, ora del Re di Napoli. Tutto nasce dalla ricerca fatta a più livelli, presso l'Archivio di Stato di Napoli, per conoscere i nomi dei Torrionesi e la vita che menavano nel 1700, e presso l'Archivio di Stato di Avellino e Benevento, per dare un seguito a quelle famiglie oggetto di studio. Ciò è stato possibile grazie al confronto diretto con le fonti, cioè con quei nomi contenuti nei diversi catasti originali redatti a cavallo dei due secoli, e con un successivo passaggio di confronto con uno studio sulle famiglie. A essi si sono aggiunti altri documenti, frutto di una lettura attenta e scrupolosa, cominciata sui notai, i quali annotavano matrimoni, testamenti, vendite e permute riguardanti i torrionesi e gli abitanti dei paesi limitrofi, da S.Angelo a Cupolo a Toccanisi (Bn). Nuove e utili notizie che porteranno ad uno studio sempre più approfondito sui Torrioni della Montagna del S. Angelo di Benevento. Il primo di quei feudi fu quello appartenuto al Signor Camillo Caracciolo, poi divenuto comune di Torrioni (Av).
44,00

Maria d'Ungheria: Maria degli Arpád-Házi, donna regina e le chiese napoletane del Trecento. Volume Vol. 2

Maria d'Ungheria: Maria degli Arpád-Házi, donna regina e le chiese napoletane del Trecento. Volume Vol. 2

Sabato Cuttrera

Libro: Libro rilegato

editore: ABE

anno edizione: 2025

pagine: 132

In questa seconda parte dedicata alla Regina Maria d'Ungheria si affronta fin da subito la fine di un sogno, quello reale, e l'inizio della decadenza, quella inaspettata. È la casualità delle cose che manda a monte il progetto degli Angioini sui troni d'Europa, l'evoluzione rinascimentale, per tornare alla radice religiosa, ma dei fraticelli del Trecento. È così che la Regina diventa vedova di Carlo II, e da subito sirocchia, cedendo il posto alla nuora, Sancia di Maiorca, sposa dell'erede Re Roberto, sempre più indebolito dalle infiltrazioni dei Catalani in tutto il reame. Preoccupazioni e piaghe si moltiplicano e la morte del bellissimo figlio Piero, perito nella storica Battaglia di Montecatini, segna l'inizio della fine di un sogno prestigioso. È il dolore che prende il sopravvento sulla politica di espansione, quello che trascina la stessa famiglia reale nel vortice aragonese e alla fine getta le armi per un riavvicinamento dei congiunti, vicini e lontani, e dell'Isola di Sicilia, a cui spetta il trono palermitano di Sicilia Citra. Cronisti e storici afferrano al volo il personaggio e la Regina, da sciamana, diventa quasi monaca: ora costruisce chiese latine, fonda conventi di monache, favorisce ordini religiosi diversi. E i diari lasciano il posto alla forma letteraria, affinché a brillare sia la tragedia, il canto greco degli anni giovanili, il lamento per la morte del bellissimo Piero che diventa costruzione, studio, poesia. La Regina è nuda, piange e si dispera, poi di scatto si riprende e costruisce chiese, favorisce i francescani e le donne monache. Lascia per se stessa soltanto un angolo nella chiesa di Donna Regina, dove innalzare il suo sepolcro, unico trofeo dell'invincibile battaglia contro la morte. Il suo testamento, come quello del fu marito a favore di Re Roberto, è l'albero della vita: dona tutto a tutti ancora in vita, dalle principesse ai servi: anelli e collane di perle, terre ricche e paludi sconosciute diventano il suo orgoglio testamentale. L'incontro con i parenti-nemici siciliani, l'invocazione alla pace, la restituzione del Patrimonio di S.Pietro al Papa fanno da cornice a una scuola religiosa che si impone sulla scena e frena il pre-Rinascimento, schierando dalla sua parte una miriade di chiese che dettano legge al popolo. Il bisogno del potere, che la portò a essere genitrice di 14 figli, si tramuta nell'amore di genitrice di tanti figli, nati chi alla corte di Nocera a S.Giovanni, chi a Rocca Baio di Partenope. È una storia di santi e di principi, di dame e cavalieri: la vera eredità quando il lutto prende il sopravvento. È il viaggio infinito della lunga vita reale di «Donna Regina»: Maria è la mamma di tutti i Napoletani, dei Pugliesi e degli Ungheresi che la generarono, ma anche dei Siciliani. Il Vespro, la setta dei Flagellanti che penetra a Palazzo, le reliquie del figlio che diventa Santo a Marsiglia, l'educazione di corte impartita ai nipoti e ai principi di mezza Italia si sgretolano, nelle ultime pagine di questa pimpante biografia regale. Obiettivo finale della Regina di Napoli è lasciare ai vivi chiese-scuola per insegnare ai paggi che esiste un mondo diverso da quello del lusso: la preghiera. Da qui la necessità di assicurare un futuro ai Templari, a S.Maria Egiziaca, alla Maddalena, alla Casa dell'Annunziata AGP, e a San Martino. Ecco l'ultima ambizione di una sovrana. Arturo Bascetta
44,00

Isabella d'Aragona e Giovan Galeazzo Sforza: donna Sabella e l'eredità del duca Giovanni

Isabella d'Aragona e Giovan Galeazzo Sforza: donna Sabella e l'eredità del duca Giovanni

Arturo Bascetta

Libro: Libro rilegato

editore: ABE

anno edizione: 2025

pagine: 176

Il 1° febbraio 1489 la giovane e bella napoletana fu accolta nel castello milanese e si celebrò il matrimonio. I festeggiamenti pomposi erano questa volta uno scherno: ed Isabella si trovò infelice dove avrebbe avuto il diritto d'essere rispettata ed amata. Il Moro quando cominciò a sospettare che Isabella fosse incinta, raddoppiò la guardia intorno al Duca, quasi prigione nel castello di Pavia. Isabella era donna coraggiosa e saggia, ma suo marito Gian Galeazzo, se era d'indole mite ed egregia, se era animato da buoni sentimenti, tuttavia mancava d'ingegno, e d'abilità nell'esercizio degli affari. In ciò sta la spiegazione della possibilità del tradimento del suo tutore, ed in ciò consiste pure la scusa ch'egli adduceva a quelli che gli avessero domandato conto di quanto faceva. Lui era il passato e l'avvenire, ma non seppe sfruttare i suoi tempi, né capire dove andasse il mondo. Se avesse avuto un raggio soltanto del genio del suo omonimo Visconti, la storia avvenire di Milano ed insieme forse quella di tutta Italia sarebbe stata diversa. Isabella scrisse a suo padre ed all'avo implorando soccorso: ma la sua lettera non ebbe altra conseguenza che di dividere sempre più la famiglia aragonese dal Moro. Ferdinando mandò a Milano Antonio e Ferdinando da Gennaro, ma essi non ottennero da Lodovico se non questa risposta sdegnosa: - Dello stato io tenni sempre le cure, e a Gian Galeazzo riservai solamente gli onori. La prevista nascita del figlio di Gian Galeazzo fece pentire il Moro d'avergli concesso una sposa così amena, insperata e degna solo di un vero principe come lui, al quale, non restava che scegliere una donna altrettanto elegante e bella e di stringere i rapporti con Ferrara. Isabella, «per bellezza di corpo, et d'animo degna di prospera fortuna, dopo' le nozze infelici con Giovan Galeazzo, figliuolo di Galeazzo ucciso dai congiurari cascó in tanta calamità, che fu poi, mentre visse, essempio di malavventurata Principessa. Imperoche con vano nome di Duchessa fu compagna delle miserie, et delle angustie, nelle quali sotto specie di tutela era tenuto il marito per iniquitá del Zio; né qui si fermó l'impeto della suá trista sorte, peroche in un tempo istesso vide privarsi del marito per forza di veleno, et il padre spogliato del Regno dall'arme francesi», per cumulo de gli infortuni suoi si vide cader di mano ogni speranza, che il picciolo figliuol suo potesse aver adito allo stato paterno, poi che, oltra che quasi nel medesimo giorno che morì il marito, fu usurpato il titolo con le insegne di Duca, da Lodovico; dopo alcun tempo, il detto suo figliuolo erede della disavventura di lei fu condotto in Francia dove in monastero chiusa, finì la sua vita.
44,00

Montella in Ducato del principato Citra. Nella diocesi di Conza suffraganea di Salerno. Il feudo nato a Cassani Castellione di Giffoni

Montella in Ducato del principato Citra. Nella diocesi di Conza suffraganea di Salerno. Il feudo nato a Cassani Castellione di Giffoni

Arturo Bascetta

Libro: Libro in brossura

editore: ABE

anno edizione: 2025

pagine: 164

Con "Montella" Arturo Bascetta, da topo di biblioteca qual è, ci consente di accedere a importanti documenti del nostro passato dei quali si sentiva la mancanza. E, nel contempo, le sue ricerche sono una vera e propria miniera di notizie indirizzate alla conoscenza e alla comprensione dei nodi più complessi della vicenda umana e politica della nostra verde Irpinia. Questo succoso libretto analizza meticolosamente le condizioni della vita feudale, quando padrone del feudo era un solo signore. Se non l'unica proprietà del territorio di una o più università, era la più estesa. Pochi, infatti, erano i beni ecclesiastici. Poche le piccole proprietà libere. Il contratto (la "fede"), legava, con giuramento solenne, al Signore i contadini che ricevevano la terra in enfiteusi. L'enfiteusi, che si poteva anche comprare, era un diritto reale del contadino sul fondo del Signore. Secondo tale diritto il titolare (l'enfiteuta) godeva del dominio sul fondo ed era obbligato a pagare nel giorno di Natale al feudatario un canone in denaro spesso sotto forma di derrate. L'enfiteuta era inoltre obbligato a migliorare, disboscare, rendere fertile il feudo. In più doveva piantare alberi dei quali non diventava mai proprietario e provvedere ad ogni genere di migliorie, necessarie e opportune per l'aumento della produzione. Come compenso l'enfiteuta percepiva la terza parte del valore dell'appezzamento di terreno. L'appendice sul "Catasto Onciario" di Cassano delle informazioni che riguardano Montella ci fornisce notizie anche inedite su costumi, attività e vita di istituzioni, persone e società del tempo. In estrema sintesi si tratta di uno strumento concreto di conoscenza della vita realmente vissuta della gente Irpina del 1700. Bascetta, con certosina capacità investigativa, ci descrive anche le varie e furbastre manovre escogitate da Baroni, Conti, Marchesi, Vescovi e Arcivescovi, per pagare meno tasse o, per usare il linguaggio moderno, per frodare il fisco. Un antico vizio italiano portato in auge nella nostra età contemporanea da moderni furboni e duro a morire. Lor Signori ricorrevano a vari sotterfugi. Il principale dei quali consisteva nel dividere un feudo in due o nell'accorpare due o tre feudi in uno, a seconda delle convenienze del momento. La frode fiscale veniva perpetrata a danno del Re a cui il feudatario doveva versare le tasse in proporzione ai suoi averi. Eppure le condizioni del feudatario erano floride in quanto riceveva cospicue entrate, non solo dagli enfiteutici, ma anche dai cittadini della sua Università, i quali pagavano tasse come maestri artigiani, per capre, pecore, bovini ed equini. L'Università poi acquistava derrate dal feudatario che rivendeva ai cittadini. Arturo Bascetta, con questa sua opera, dà legittimazione e validità storica alla realtà di allora. Una ricerca, quella del Nostro, che ci fornisce una conoscenza, diretta e più vera, di momenti della storia irpina, non sempre esplorati con sistematicità e metodologie aggiornate e accurate. AC
39,00

Mugnano Vintage. Case e chiese di Mugnano e Cardinale badia del Monte Vergine nella Valle Mugnanense fra Baiano, Avella e Nola

Mugnano Vintage. Case e chiese di Mugnano e Cardinale badia del Monte Vergine nella Valle Mugnanense fra Baiano, Avella e Nola

Sabato Cuttrera

Libro: Libro rilegato

editore: ABE

anno edizione: 2025

pagine: 132

Anche questa pubblicazione di Cuttrera del poliedrico editore Bascetta si inquadra nel programma di ricerca del nostro essere comunità a diffondere notizie certe non solo tra i contemporanei, ma a conservarne tracce indelebili per le nuove generazioni. Fino ad oggi questo lavoro ha riscosso vasti ed unanimi consensi di pubblico e di critica. La cultura esige responsabilità, tolleranza e buonsenso civile a conforto del ruolo istituzionale che ognuno ricopre nel tessuto sociale, non trascurando poi che in una piccola comunità ognuno occupa sempre un campo di riferimento in cui gli altri lo riconoscono. Gli storici, gli scrittori della storia, rivestono una presenza molto delicata: la saggezza. È una qualità che matura in loro per la conoscenza millenaria della vita dei popoli, delle cose che contano e che la storia ha filtrato nello scorrere del tempo. I ricercatori di qualunque livello e spessore non devono solo togliere polvere dagli archivi per raccontare cronache di episodi lontani, hanno l'obbligo di partecipare alla costruzione di una società migliore: per ogni paese è indispensabile l'esistenza di veri uomini saggi. Il rinvenimento del Catasto Onciario del Casale di Mugnano in provincia di Terra di Lavoro ordinato nel 1741 da Re Carlo III di Borbone e completato nel 1754 è l'occasione più importante per qualunque analisi sociale e storica che in futuro si vorrà fare nella nostra terra. Finalmente c'è una raccolta di dati certi che abbiamo rincorso da sempre e che solo la nostra determinazione ha portato alla luce. Dopo la prima edizione del Catasto nasce questo nuovo lavoro edito da Bascetta il quale rilegge ancora con maggiore precisione i dati che, nella pubblicazione precedente, si presentavano spesso illeggibili a causa dei dati catastali forniti su riproduzione. Stavolta Cuttrera va a monte del problema rileggendo in forma diretta quanto trascritto dal proprio gruppo di lavoro che ha rispolverato il testo originale del Catasto Onciario di Mugnano conservato presso l'Archivio di Stato di Napoli. Con questo nuovo testo riusciamo ad avere uno spaccato sociale formato di massari, vaccari, custodi, pastori, negozianti, speziali, soldati, chierici, studenti, tavernari. I più numerosi erano i vaticali, i pettinatori e i braccianti, sartori, sportellari, carbonari, fabbricatori: quanti miti di nobiltà antiche cadono sotto la spada del ricercatore.
44,00

Vacanze a Montefalcone: quattro napoletani nel Sannio (testo cinematografico)

Vacanze a Montefalcone: quattro napoletani nel Sannio (testo cinematografico)

Stefano Palazzi

Libro: Libro in brossura

editore: ABE

anno edizione: 2025

pagine: 116

Anche questo secondo libricino del giovane Stefano Palazzi, arricchisce il cuore per la gioia, le emozioni e altre coserelle che ti restano dentro dopo aver letto, tutto d'un fiato, il testo cinematografico scritto dal nostro Autore da giovanissimo. Come abbiamo avuto già modo di dire, Stefano, è alle prime armi, ma la stoffa si intuisce fin da subito e la speranza è che continui su questa scia, magari ampliando i tempi della commedia, con nuove e avvincenti avventure, come per un fumetto, più che un romanzo, verso cui appare trasportato di meno. Insomma il suo avvenire potrebbe essere, stile a parte tutto da caratterizzare, proprio nel racconto, lungo o corto. Intanto ha buttato giù il canovaccio che vede protagonisti immaginari Alberto, Anna, Paolo e Lucia di Napoli, originari di Montefalcone, rinomato centro dell'Alto Sannio, dove si recano a trascorrere le festività natalizie. Li accoglierà il villino di Alberto e Anna, che la fantasia dell'autore pone nel bel mezzo del paese, tirando fuori dal suo magico cilindro le figure di Paolo e Lucia che hanno una casa proprio accanto a quella dei loro amici. Lo stesso autore, nella sintetica introduzione, aggiunge che anche i genitori di Alberto hanno una villa, ma fuori paese, dove tutti i giovani protagonisti decidono di trascorrere la notte del 24 dicembre, spostandosi in quei giorni qua e là nei mercatini natalizi allestiti nei comuni vicini, fino a Benevento. Siamo sicuri che l'Autore continuerà a stupirci con i suoi scritti, nel prossimo futuro, se non a breve, trovando la giusta strada che merita la sua penna di scrittore in erba, pronto a convincere i suoi lettori di poter concretizzare nuovi sogni. L'idea di seguire un percorso formativo, ora nella narrativa, ora nella commedia o nel mondo del cinema che sia, rappresenta tutta la vitalità del giovanil furore che dopo le prime 'prove', proprio come accade al cinema, si accingerà a trovare la meritata strada. Non sappiamo se sarà la via definitiva perché chi scrive è in continua ascesa e spesso, come il pittore, o come il regista di un film infinito, non conosce cosa accadrà dopo tante scene, e quindi nemmeno il finale. Quel che è certo che Stefano Palazzi ce la metterà tutta per rendere la sua e la nostra vita più ricca di emozioni.
16,00

L'invasore di Parigi: il bottino di Carlo VIII Re di Napoli (Charles de Valois)

L'invasore di Parigi: il bottino di Carlo VIII Re di Napoli (Charles de Valois)

Sabato Cuttrera

Libro: Libro rilegato

editore: ABE

anno edizione: 2025

pagine: 186

La frantumazione politica del Regno di Sicilia Ultra e Citra gettò Napoli nell'abbandono. Ovunque regnava il caos. Palazzi abbandonati, case diroccate e cloache a cielo aperto erano il brutto biglietto da visita di una metropoli soggiogata, derubata e affranta dalle guerre. L'ex capitale era allo sconquasso e, perduto il trono aragonese nel 1501, subì la falsa amicizia spagnola del prorex Cordova, che scippò mezzo reame alla «regina triste» in nome di Ferdinando il Cattolico, come già deciso da quest'ultimo sulla carta, essendo in combutta con Re Luigi XII il Cristiano, al quale andò l'altra metà, avallata dai baroni avversi. Toccarono quindi agli Spagnoli del «la Calavria, Basilicata, Terra di Otranto e tutta la Puglia». Furono dei Francesi del «Re Luigi, il Ducato di Benevento, di Abruzzo, Campagna, e la Città di Napoli», sempre più vuota e abbandonata al suo destino e senza più un solo popolo, diviso fra rossi e bianchi. La conseguenza fu che al cambiare della casacca si moltiplicarono i luoghi di confine delle antiche province, a causa dello spostamento forzoso voluto da abati feudali e signori di diverso partito. E il risultato fu che si rifondarono ancora una volta paesi di qua e di là, costringendo alla migrazione le piccole popolazioni di servi della terra da un capo all'altro della linea immaginaria se non era gradita ora a questo e ora a quel feudatario. Con un Viceré a Levante e uno avverso a Ponente, «essendo così divisi, ne nacque anco la divisione de' cuori de li poveri baroni e città del Regno: imperciò che i vassalli de lo spagnuolo si chiamavano Spagnuoli, e seguivano la lor insegna rossa; e i vassalli del francese si chiamavano Francesi, e seguivano la lor insegna bianca: e era forzato spesse volte lo infelice figliuolo esser francese, essendo il suo miserabil padre legittimo spagnuolo», e viceversa. La cosa non poté certo reggere e, «venendo a rotta l'una nazion con l'altra, bisognò anco, che gagliardamente si oprassero rovinar l'un l'altro». E non solamente, a quel tempo, «fu consumato il Regno da la guerra, ma anche da continua pestilenza, e da incomportabile carestia. Per le quali calamità restò quasi voto di gente e di danari; gli edificii rovinati, i campi disfatti, la giustizia inferma, e la religione quasi che morta: e in questa pessima disposizione era anche la Città di Napoli pervenuta», rimasta divisa in due fazioni. Lo scontro infatti non terminerà con l'invasione lampo del Re di Francia. L'Anonimo, Guerra e gli altri cronisti delle Historie di Napoli «dicol che dopo la venuta di Carlo Ottavo Re di Francia nel Regno, il quale à guisa de fulgure venne in Italia, acquistò il Regno, e partissi, fu mandato da Luigi Re di Francia spano monsignor d'Obegni ad invaderlo, il quale fe' gran progressi, et acquisti nelle provincie di quello».
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