ABE
Guardia Sanframondi, racconti di pietre: i monumenti (2 parte su archeologia, reperti e storia nel Sannio di Benevento)
Angela Iacobucci
Libro: Libro rilegato
editore: ABE
anno edizione: 2024
pagine: 128
Nel I volume: "Guardia Sanframondi", abbiamo raccontato la storia di questo antichissimo Borgo Medievale a partire dalle sue origini e di come queste affondino le radici nella Preistoria, grazie alla preziosa documentazione costituita dalla ricca raccolta di reperti rinvenuti e catalogati dal prof. Abele De Blasio, medico, psichiatra, antropometra, criminologo, titolare della cattedra di Antropologia all'Università di Napoli. Specializzato in Chimica Farmaceutica nonché appassionato di Scienze Naturali e di Paleontologia, Abele De Blasio dedicò, tra la fine del sec. XIX e la prima metà del sec. XX, numerose ricerche al territorio di Guardia, durante le quali rinvenne, grazie alle sue brillanti intuizioni: amigdale, fusaiole, macinelli di quarzite, tombe con resti umani, corredate di manufatti di creta, risalenti all'età del Bronzo, resti di animali domestici e persino palafitte. Tutti questi reperti furono raccolti in una vasta area compresa tra la Grotta S. Angelo, sulle pendici occidentali del Monte di Guardia fino alle terre situate a valle, presso il fiume Calore, passando per Castelvenere. Vi abbiamo narrato di come catalogò tutti i reperti con l'accuratezza e il rigore dello studioso, che pubblicò in oltre duecento pubblicazioni scientifiche, che hanno costituito la documentazione in base alla quale possiamo affermare che gli insediamenti umani quei luoghi in risalgono al Neolitico e soprattutto che la presenza umana in questi territori è stata uniformemente e costantemente distribuita a partire dal Neolitico fino ai nostri giorni, senza soluzione di continuità. Tra queste spicca, l'accurata descrizione, in una pubblicazione riccamente documentata, di due amigdale di Chelles, risalenti al Pleistocene, ritrovate nelle località di Starze e di Limata, presso il fiume Calore, che consentì l'esposizione delle due amigdale nel Museo Antropologico di Parigi, che ancora si onora di custodirle. L'enorme lavoro fatto in solitudine dal ricercatore certosino suscita lo stesso stupore del racconto di un sognatore visionario, se non fosse che testimonianze in pietra, reperti ossei preistorici, manufatti archeologici musealizzati e riconoscimenti accademici ci obbligano a una ossequiosa considerazione del lavoro geniale e pragmatico dello studioso. Abbiamo continuato la narrazione, mettendo in evidenza le difficoltà di reperire le testimonianze della presenza dei Sanniti sul territorio, sebbene la descrizione, che T. Livio fa della collocazione della "Fulfulae" sannita in "Ab Urbe condita", corrisponda esattamente alla posizione geografica di Guardia Sanframondi, le cui tracce, però, accuratamente cancellate dalla furia conquistatrice dei Romani, sembravano perdute. In questo secondo volume racconteremo le opere architettoniche e artistiche ancora presenti sul territorio perché rappresentano le testimonianze vive dello splendore economico e culturale del tempo a cui appartengono, perché danno solidità al racconto storico del primo volume, ma soprattutto perché la Bellezza in esse contenuta e il potere taumaturgico ineffabile che effondono meritano di essere godute. Quindi in una ipotetica passeggiata nel borgo, evidenzieremo, via via che le incontreremo, le poche testimonianze sannite, ma narreremo soprattutto quei monumenti e quelle opere d'arte che, sopravvissute alle guerre, ai terremoti e alle pestilenze, sono ancora testimoni tangibili della storia e della ricchezza di questo borgo, ma soprattutto diremo di come queste siano state recuperate, grazie all'amore per le radici e ad un notevole impegno economico.
Album Sannio, le figurine antiche. Volume Vol. 2
Rito Martignetti
Libro: Libro rilegato
editore: ABE
anno edizione: 2024
pagine: 68
Prima dell'avvento del Cristianesimo, la divinità più amata del Mediterraneo era Iside, la Grande Madre, che con il marito Osiride ed il figlio Horus formava la suprema Triade egizia, ricordata fin dai Testi delle Piramidi (2400 a.C.). La dea-maga dai mille nomi (mirionima) era, tra l'altro, "Signora di Benevento", come attestato nei geroglifici dell'obelisco di Piazza Papiniano, appartenente al Tempio isiaco fatto costruire dal devoto Domiziano nell'88-89 d.C. in un luogo non ancora identificato. Per l'egittologo Hans Wolfgang Müller, la città di Benevento "è il più importante centro di sculture originali in Occidente e non condivide questa caratteristica con nessun'altra città fuori dall'Egitto". Scrive Paolo Cortesi: "Quando il cristianesimo venne istituzionalizzato, iniziò la distruzione sistematica dei templi pagani". Ancora più esplicito, è lo storico Elio Galasso, che scrive nel Catalogo Electa di una grande Mostra su Iside del 1997 a Milano: "Giunti nel 571 a Benevento, i Longobardi distrussero ogni traccia di quella divinità, per accreditarsi come neofiti cattolici e signori del ducato di Benevento… La sua condizione di sorella e sposa di Osiride evocava ancestrali ripulse dell'incesto, trasferite ai sabba intorno al noce, marcati di sessualità oscena. Nel pantheon egizio Iside 'grande di incantesimi', ricomposto il corpo di Osiride fatto a pezzi da Seth, gli aveva restituito il soffio della vita muovendo le ali: da lei la strega ereditò poteri magici e capacità di volo; e la luna, astro di Iside e della fertilità ciclica della natura, rischiarò i convegni diabolici nelle credenze popolari". Questo libro è una chicca di 30 episodi, esposti, anzi sfogliati, anzi collezionati, proprio come in un album di storia, con tanto di figurine.
Storia del teatro d'arte napoletano (1880-1910): enciclopedia dei nomi di compagnie, artisti, registi, e ruoli dei personaggi delle rappresentazioni trattate
Antonio Sciotti
Libro: Libro rilegato
editore: ABE
anno edizione: 2024
pagine: 320
Fino alla seconda metà dell'Ottocento, il teatro dialettale napoletano è rappresentato esclusivamente dal repertorio di Pulcinella ed è totalmente assente il teatro popolare partenopeo, ovvero quello che porta in scena gli usi e costumi e gli episodi di vita reale napoletana. Fino a che Antonio Petito domina al teatro San Carlino, Pulcinella continua a regnare nei teatrini di Napoli, ma dopo la morte di Petito, si inizia ad avvertire la reale esigenza di avere un teatro libero dalla nota maschera partenopea, dai lazzi, dalle improvvisazioni e dalle continue battute (spesso noiose e ripetitive), e che rappresentasse la tragedia napoletana, il dramma popolare, storie veraci e sanguigne nelle quali il pubblico possa immedesimarsi e di riflesso commuoversi alle azioni sceniche ricche di verismo, crudezza e di verità. Una prima svolta avviene nel 1879, quando Eduardo Scarpetta, in seguito alla morte del noto Pulcinella Antonio Petito e dell'impresario del teatro San Carlino Giuseppe Maria Luzj, tenta di formare un nuovo teatro napoletano che si sovrapponga al dominio della maschera di Pulcinella e che sostituisca quello della storica maschera. L'attuazione di questo tentativo avviene egregiamente con la proposta della macchietta di Don Felice Sciosciammocca che trova grandissimo successo e che, in seguito, tenendo fisse alcune sue caratteristiche, diventa a sua volta una nuova maschera. Il teatro scritto da Eduardo Scarpetta sul personaggio di Felice Sciosciammocca, anche se è una grossa e trionfale novità, non diventa, però, rappresentativo del teatro dialettale napoletano, in quanto non porta gli usi e costumi napoletani o la vita popolare in generale in scena, bensì la vita borghese francese tratta dalle commedie parigine e tradotta in dialetto per le scene partenopee. Il successo è subito copiato da imitazioni mal riuscite. Così, dopo il grande trionfo conseguito da Eduardo Scarpetta (che per anni sbanca i botteghini dei maggiori palcoscenici della Penisola), si formano numerose altre compagnie che imitano la strategia e che, abbandonando farse e zarzuele, portano in scena adattamenti in napoletano di commedie comiche francesi. In definitiva, gli adattamenti e le riduzioni delle pochade francesi diventano l'ufficiale alternativa alla commedia di Pulcinella, ovvero alla cosiddetta recitazione a braccio. Ciò non appaga molti attori dialettali, ma soprattutto non soddisfa commediografi, giornalisti e critici che, invece, percepiscono il naturale bisogno del teatro d'arte napoletano, ovvero della commedia napoletana, di una rappresentazione che riproduca la vita del popolo napoletano e che diventi lo specchio del costume locale. Si avverte fortemente la necessità di una scuola della verità scenica, fedele ai testi, alla misura dell'espressione, alla naturalezza del dialogo, all'integrazione del personaggio. Il noto critico e commediografo Giuseppe Pagliara inizia a scrivere numerosi articoli sui periodici nei quali specifica la necessità del teatro d'arte napoletano e, soprattutto, dopo l'invasione nei teatri napoletani delle commedie francesi, di liberare il teatro dialettale partenopeo dalle sovrastrutture parodistiche e dalle incrostazioni convenzionali per avviarlo ad una più umana e sincera concezione e rappresentazione della vita, come vanno facendo Toselli e Moro Lin per la commedia piemontese e veneziana. Pagliara specifica pure che il genere del dramma, rispetto alla commedia grottesca, rappresenterebbe ottimamente il teatro d'arte napoletano perché esso rispecchia al meglio i costumi e le abitudini locali. Anche Roberto Bracco, restio a scrivere le sue commedie in dialetto, scende in campo per dire che è necessario un cambiamento nonostante Pulcinella, ancor vivo, festevole, burlone, povero di quattrini e ricco di espedienti favolosamente comici, continui a riempire le sale e a commuovere e far ridere a crepapelle il pubblico.
Insolite storie su Maleventum e Beneventum con cose mai viste, mai lette e poco conosciute: Diomede fondatore, i Liguri, le Streghe e altri pezzi
Rito Martignetti
Libro: Libro rilegato
editore: ABE
anno edizione: 2024
pagine: 132
Ci sono storie a volte mai lette, mai conosciute, e tantomeno pensate. Sono quelle che l'autore scova chissà dove, in testi antichi, rari, perduti. Poi c'è la parte più consistente del libro composta da brevi profili biografici, una sorta di medaglioni essenziali nei risalti, ma esenti da enfasi campanilistica. Sono ben dodici, dedicati a importanti personaggi di età antica, medievale e moderna che o vantano origini beneventane o hanno avuto significativi rapporti con la città. Costituiscono il contributo più vivace e ricco di curiosità storiche dell'intero testo e rappresentano un modo forse più divertente di raccontare i grandi avvenimenti del passato lasciandoli intravedere sullo sfondo delle vicende della vita dei protagonisti e attraverso i giudizi che di loro i biografi ci hanno lasciato. Si segnalano sia per efficacia di rappresentazione, sia per la varietà e singolarità delle notizie riportate, i ritratti di Silvia Pisacane (XXXIII), di Angelo Catone (XXII), della famiglia Capobianco (XXIV) e di Salvatore Albino (XXVII) che hanno non solo il merito di ricordare figure meno note, ma anche di tratteggiare scenari di più ampia valenza e di aprire spiragli su realtà poco frequentate dalla storiografia. Di non secondario interesse appaiono, poi, i due temi di storia longobarda che consentono all'autore di soffermarsi sul culto di S. Mercurio (XIII) e sugli exultet, rotoli di pergamena decorati con miniature che attraverso raffigurazioni mostrate in sequenza comunicavano ai fedeli, illetterati o meno, le diverse fasi della liturgia della Chiesa beneventana. Motivo della scelta sta nell'intenzione di rimarcare la carenza nella nostra città di allestimenti museali riguardanti proprio alcuni aspetti peculiari dell'Alto Medioevo beneventano. Se si eccettuano le iniziative del Museo Diocesano e della Biblioteca Capitolare, non si trova alcuna sala del Museo del Sannio o del palazzo Paolo V nella quale sia possibile ammirare, pur non in originale, testimonianze dalla produzione culturale della Longobardia meridionale. Con la pubblicazione di questo volumetto Rito Martignetti sceglie la formula delle spigolature erudite da lui felicemente utilizzata con il testo dato alle stampe nel 2006, "Arie da Baule". La denominazione potrebbe, in verità, disorientare. Lascerebbe pensare a malinconiche atmosfere gozzaniane, alle storie minime e intimistiche che le foto scolorite dell'album di famiglia riportano alla memoria, ai sentori di naftalina e di carta imbrunita dal tempo, ma è un'impressione che si rivela subito del tutto sbagliata. La narrazione procede con tutt'altro tono e problematicità di inquadramento, dimostrandosi di indubbia attualità, essendo diretta a ricordare ciò che non avremmo dovuto dimenticare o trascurare del passato delle nostre comunità. Pur richiamando il genere di saggistica per frammenti introdotta in Benevento da Alfredo Zazo e da Giovanni Giordano, il libro se ne distacca perché mantiene nello sviluppo degli argomenti una sua specificità analitica, una precisa strategia comunicativa, oltre ad un filo conduttore critico-interpretativo che gli conferisce unitarietà e che, in alcuni dei temi affrontati, assume quasi la forma delle glosse di origine alessandrina con cui si commentavano i classici della letteratura e le raccolte di leggi. Un esempio di questo tipo di notazioni è dato dai paragrafi particolarmente interessanti dedicati al "Cavaliere Trace di Pago Veiano (VIII), allo "Zodiaco del portale di S. Maria Rotonda" (XX) e alle "Incisioni di Teresa del Po" (XXXII), denso di riferimenti bibliografici, come spiega il professore Francesco Bove.
Pietrastornina (Av) nata col papa di Avignone: la mensa detta San Martino dei 29 paesi di benevento da Clemente VI a Benedetto XIII rifondati dai migranti fuggiti dopo il sisma del 1348 che distrusse il Sannio antico
Arturo Bascetta
Libro: Libro in brossura
editore: ABE
anno edizione: 2024
pagine: 124
Secondo una teoria tutta nostra, la prima chiesetta nella zona del monte Vergine, intitolata a Santa Maria Vergine e Genitrice di Dio, nacque con un preposto insediatosi ora a Campora di Rotondi, ora in una non meglio identificata Submonte che palleggia l'antichità lombarda della Valle di Avellino con il luogo detto Trasmonte. Prima di ogni altra ipotesi che accomuna i paesi della Valle Caudina con quelli della Valle di Campobasso sarà preferibile analizzare meglio i toponimi. Non a caso il Catalogo dei Baroni, retrodatato finalmente al 1096, parla di una Valle Gauda e di una Valle Gaudina in un altro luogo del medesimo territorio. Moltre sciocchezze infatti potrebbero cadere studiando meglio la rivoluzione migratoria avvenuta dopo il sisma, la peste e l'invasione ungherese del 1348, quando molti paesi vennero ricostruiti e ben 29 dei circa 36 furono proprio quelli del Partenio, come risulta da una bolla del 1348, quando l'inviato del papa di Avignore, Bernardo Deucio, rifondò l'arcidiocesi di Benevento e questi 29 paesi che non estevano più nei luoghi originari e furono riedificati dove li vediamo, da Montesarchio a Sant'Angelo a Scala. Il 28 e 30 aprile 1348 Papa Clemente VI scrisse subito all'arcivescovo Balduino Treverense dell'Oppido Aquensi, Aquensis o Aquense, che rappresentava la Leodiensis Diocesis, dopo la vacazio dell'Imperio Romano per la morte di Enrico Imperatore e la seguente discordia con Ludovico di Baviera, eretico e manifesto scismatico. Lo fece poi sapere anche agli elettori imperiali: l'Arcivescovo Gerlaco di Civitate Maguntina, nelle vicinanze della Parte Incolis al vescovo Diaconense, al vescovo Coloniense che sono i quattro grandi elettori dell'Imperio Romano. Poi avvisa Re Carlo nella sua sede di Civitate Argentinensis il 4 agosto 1346 dell'invasione del Regno Romano super Alveo Reni, facendo Carlo, primogenito di Giovanni Re di Boemia divenuto cieco, da marchione della Moravia a Re dei Romani. Facendo pace il 23 agosto con il Re di Francia ed Inghilterra. Dilectis filiis nostri, si-abiiiis, consilio ot communi ojiidi -iuensis Leodiensis diocosis- 25 novembre Clemente VI scrive a Betrando. «Clemens Papa VI, legatum misit Bertrandum Cardinalem Deucium, a quo habitâ omnium diligenti informatione et antiquorum limitum, terminos Territorii Beneventani sic definivit diplomate Pontificiôm quod servatur in Archivo civitatis; estque huius tenoris: Urget nos Apostolicae servitutis etc. ex certa scientia limitamus per modum et terminos infrascriptes, In primis Castrum Pontis inhabitatum, et inde ascendere Castrum Casaldoni, Castrum Campi lattari, Castrum montis Leonis, Castrum Sancti Severi, Castrum Fragneti Monfortis, Castrum Fragneti Abbatis, Castrum Sancti Georgii Molendinaria, Castrum Sancti Andreae de Molinaria, Castrum petrae maioris, Castrum Paduli cum suo suburbio, sive Casali Sancti Archangeli, Castrum montis mali, Casale Templani, Castrum Apicii cum casalibus, Castrum Moroni, Castrum Venticani, Castrum montis Militum, Castrum montis aperti, Castrum montis Fuscoli cum casalibus, Castrum Tufii, Castrum Altavillae, Castrum Cepalloni, Castrum Petrae Strumierae, Castrum S. Martini, Castrum Cervinariae, Castrum montis Sarveli, Castrum Tocci cum casalibus, Castrum Torregusii, cum casali Popisii et aliis casalibus. Volumus itaque etc. Datum Avenione septimô Kalendes Iunilannô nonô, salutis autem 1350. «Sicque territorium Beneventanum erat amplum; nunc autem ab Hispanis valde suit imminutum: complectiturque tantum in praesentia Castra S.Angli de Cupola, Mottam, Panellam, Montem Orsi, Maccolum, Sciarram, Pastenam, Balnearam, S.marci a montibus, S. Lucii, S. Angeli, et Francavillam; quae omnia vix 3. aut 4. milliaribus distat a Benevento».
Grand Tour sulla Traiana: i viaggi di Berkeley e Swinburne sulla scia di Boccaccio
Virgilio Iandiorio, Teresa Zeppa
Libro: Libro rilegato
editore: ABE
anno edizione: 2024
pagine: 160
Come si presentava la città di Benevento nei secoli XVIII-XIX agli occhi dei viaggiatori inglesi venuti a visitarla, lo lasciamo raccontare a tre di loro: Kettel Craven (1779-1851), che vi era giunto alla fine del secondo decennio del l'Ottocento, Henry Swinburne (1743-1803) nel 1785, scrittore e vedutista, che ha lasciato una quantità di diari e disegni dei suoi viaggi in Italia, e, ancor prima, il vescovo anglicano di origine irlandese George Berkeley (1685-1753), che, nella sua seconda visita in Italia, 1716-1720, vi si trattenne per qualche giorno. Questo volume, il terzo della collana, come i prossimi altri due, sono dedicati ai viaggiatori nelle Terre Beneventane. Abbiamo pensato di far precede i brani dei tre viaggiatori inglesi a Benevento, da pagine della guida dell'Italia del Sud di John Murray (1808-1892) discendente di antica famiglia di editori. Il Murray iniziò la pubblicazione di Handbooks (letteralmente "manuale di istruzioni") dell'Italia meridionale nel 1836. Questa sua attività editoriale riguardava diversi paesi europei. Dai suoi Handbook per viaggiatori nei paesi europei, sono poi derivate le moderne guide turistiche, che nel 1915 assunsero la forma grafica delle Guide Blu, come sono chiamate. Dal 1836 le Guide dell'Italia del Sud sono state aggiornate dal Murray, per questo abbiamo preso come riferimento sia quelle pubblicate prima dell'Unità d'Italia sia quella edita appena qualche anno dopo di essa. In sostanza l'impianto degli handbooks del 1865 rimane quello delle precedenti edizioni, ma i pochi aggiornamenti, che possono passare anche inosservati, ci fanno capire meglio quello che stava cambiando nell'Italia unita. Sebbene decentrata rispetto a Napoli, la città di Benevento rientrava nel programma di visite più di tutte le altre città del Regno, per la sua storia in età romana e longobarda. Chi in Europa non conosceva le Forche Caudine e la lotta accanita dei Sanniti contro i Romani, e la Langobardia meridionale fondata da un popolo venuto dal Nord dell'Europa! Per questo valeva la pena una visita, anche se poteva costare il fastidio di un viaggio su non comode strade. E poi Benevento rappresentava un caso non comune di un'enclave territoriale dello Stato della Chiesa nel Regno di Napoli. Insomma c'erano una serie di validi motivi per suscitare l'interesse del visitatore forestiero, e inglese in particolare. Impressioni, resoconti di viaggio che ci fanno "vedere" come gli stranieri percepivano le realtà, sociali e culturali, delle province interne del Regno di Napoli e ritrovare nelle loro annotazioni le cose buone da essi riscontrate. Perché, forse, troppo a lungo abbiamo trascurato, se non sottovalutato, quanto di positivo la nostra tradizione culturale ci ha tramandato. Uno sguardo attento sul nostro passato certamente ci induce a considerazioni, se non ottimistiche, sulla condizione odierna del Meridione, quanto meno a non abbandonarci a lamentazioni retoriche sulle passate arretratezze rispetto alle nazioni allora più avanzate nel campo economico e sociale. Cosa che diventa indispensabile in questa nostra epoca, che riscopre le culture locali come antidoto alla globalizzazione, che non conosce confini e condiziona la vita di tutti i giorni. L'autore francese, M.Valery, descrive così il viaggiatore tipo che veniva dall'Inghilterra, e anche gli inconvenienti a cui andava incontro. "Appena siete in Italia, con il vostro aspetto di forestiere (straniero), troverete un atteggiamento presso gli abitanti molto diversificato: nelle classi alte, molta cortesia, ospitalità e giovialità; nel popolo, al contrario, lo straniero, malgrado le formule cerimoniose, non è che una preda, una sorta di bottino su cui buttarsi per trarre la propria parte secondo i mezzi: il ragazzino, mezzo nudo, corre appresso alla vettura gridando carità, ma quando sarà diventato uomo, potrebbe prendere la sua carabina e mendicare in maniera più nobile; il perfidus caupo non è meno furbacchione dei...
Montefusco. Passeggiate emozionali alla scoperta di atmosfere e storie nell'ex Capoluogo della provincia di Principato Ultra Benevento in Regno di Napoli
Lucia Gangale
Libro: Libro rilegato
editore: ABE
anno edizione: 2024
pagine: 180
Dalle prime curve che, in salita, conducono a San Giorgio del Sannio, è possibile vedere Montefusco, alto e fiero sulla sua maestosa montagna. Bello e fascinoso, se ne sta a guardia di una vallata senza fine, e già capisci che, con quella posizione, con quella linea che forma uno skyline inconfondibile, deve avere avuto una storia bella e importante. Il mio viaggio era cominciato l'anno precedente la stesura di questo volume con l'apertura di Palazzo Giordano, ma stavolta, per raccontarvi di Montefusco e della sua storia, parte dalla parte a valle del paese, e cioè da Contrada Potenza, in quel mistico luogo dove un tempo sorgeva la casa natale della Beata Teresa Manganiello, e prosegue verso il centro storico, distante da qui circa due chilometri. C'è un freddo che entra nelle ossa. La temperatura è scesa a -1.0 gradi. Rari sono i passanti in strada.
Islam a Telesia, le incursioni arabe e saracene nel Sannio longobardo. Viaggio nel tempo sulle invasioni che portarono devastazioni, epurazioni e saccheggi fra Volturno e Calore, raggiungendo il cuore della Valle Telesina di Telese
Emilio Bove
Libro: Libro rilegato
editore: ABE
anno edizione: 2024
pagine: 144
Una trasmissione radiofonica, parodia dei Tre Moschettieri di Dumas, fu sponsorizzata dalle due più importanti aziende italiane della catena alimentare: la Buitoni, nata nel 1827 a Sansepolcro in provincia di Arezzo e la Perugina, famoso marchio alimentare di rilievo nazionale, creato nel 1907 da Francesco Buitoni, Luisa Spagnoli e da suo marito Annibale. Tra tutte le figurine, quella maggiormente ricercata fu il "feroce Saladino", una vera e propria rarità. Per volere delle ditte, quella figurina venne distribuita così poco da farla diventare merce di scambio in una sorta di mercato nero. ll movimento creatosi intorno a questo personaggio, lo fece diventare celebre. L'immagine del saraceno raggiunse quotazioni notevoli e contribuì in maniera determinante al successo dell'iniziativa pubblicitaria scatenando una morbosa curiosità intorno a questa figura. Chi era il feroce Saladino? L'immagine proposta nel disegno delle figurine era frutto della fertile matita di un disegnatore torinese Angelo Bioletto e rappresentava l'icona stessa della ferocia musulmana. Un vero e proprio terrorista ante litteram. L'espressione arcigna, il naso prominente, la fronte corrugata sotto l'elmo con la mezzaluna rappresentavano i tratti salienti del guerriero che veniva raffigurato mentre imbracciava uno scudo ed una scimitarra. Ancor oggi la sua figura si presta a parecchie similitudini con i più moderni combattenti palestinesi o ai guerriglieri dell'Isis. Il mito del feroce Saladino, figura favolosa dall'alone quasi mitologico, altro non è che il prodotto di una cultura di derivazione medievale che riteneva gli Arabi esseri inferiori, rozzi e primitivi, infedeli in quanto non aderenti alla chiesa cristiana e pertanto indegni di appartenere alla civiltà latina. Nei libri di storia, Saladino viene riconosciuto come il sultano d'Egitto e di Siria, fondatore della dinastia degli Ayyubiti. Di ortodossia sunnita, combatté incessantemente i crociati estendendo il suo dominio dall'Egitto alla Palestina, dalla Siria allo Yemen. Le sue gesta impavide ispirarono poeti e scrittori e diedero vita ad una fiorente letteratura, oltre che a film e a spettacoli musicali. La sua figura di condottiero audace e spietato fu raccontata da numerosi cantori, che posero in risalto l'abilità guerriera e la crudeltà ma anche le virtù cavalleresche, la prudenza e la razionalità nell'assumere decisioni politiche. Lo stesso Dante lo citò nel Convivio e nella Divina Commedia ponendolo nel limbo, tra gli spiriti "magni". Da questa premessa è partita la penna del dottore Emilio Bove per ricordarci delle invasioni musulmane nel Mezzogiorno. Con un excursus dai Longobardi all'Età moderna, allorquando le fazioni in lotta chiamarono a combattere sotto le loro insegne truppe mercenarie islamiche che trasformarono il Sannio in terra di incursioni e di saccheggi e si trasformarono da semplici mercenari in veri e propri conquistatori. Vasti territori del Sannio furono investiti dalle loro scorribande. Gli aggressori proruppero dovunque senza eccessivi problemi: giunsero al mare, risalirono lungo il corso dei fiumi, avanzarono a cavallo attraversando terre incolte e abbandonate. I loro condottieri divennero tristemente famosi: l'esercito di Halfūn al-Barbarī volse le proprie scimitarre in Puglia creando a Bari il primo emirato arabo; le bande saracene di Sāwdan al-Māzari assaltarono a più riprese la città di Telesia, devastando la cinta muraria e interrompendo le condutture dell'acquedotto, per costringere la città a capitolare. Ovunque la feroce jihād islamica contro gli infedeli fu causa di desolazione e morte.
Il Vesuvio a tavola (la casa di Apicio: garum, hallec, flos, liquamen e altre colature), storie secolari di pesce pescato, lavorato e mangiato sulle coste di Sorrento e Amalfi, da Pompei a Salerno
Arturo Bascetta, Annamaria Barbato
Libro: Libro rilegato
editore: ABE
anno edizione: 2024
pagine: 148
E' vero che le alici non sono un piatto ricco, ma è vero anche che non sono quello povero. In questo libro si percorrono sapori e saperi antichi, quelli della casa di Apicio, dove la colatura di Alici, ma non solo, la faceva da padrone. Bascetta e Barbato riscoprono come gli antichi abitanti della costa di Amalfi e Sorrento lavorassero l'Hallec, il liquamen, flos e soprattutto Garum. Poi ci sono le novelle, le storie in questo prezioso volumetto tutto a colori. Le salse erano e sono sulla tavola di ogni ceto sociale in tutti i tempi. Il Duca di Buonvicino fa da mentore e apre le pagine del volume con una sorta di calendario culinario, le piazzò per il pranzo di mercoledì 24 luglio 1839, quale giorno migliore per consumare una pietanza a base di acciughe: le alici mollicate in cartoccio. Così il Duca: 22, Lunedi. Maccheroni alla Siciliana; Entramée d'interiori di polli con fonghi e crostini; Arrosto di pollastri; Crema di fragole. 23, Martedi. Minestra verde; Lesso di vaccina con salsa di pomidoro; Braciolette arrostite con crostini; Calzoncini fritti d'amarene. 24, Mercoledi. Minestra di frutti semplici, con salsa di pomidoro. Alici mollicate in cartoccio; Fritto di calamari Crema di cannella. 25, Giovedi. Zuppa di pane composto; Granata al bagno-mario; Canestrine di pane farsite; Sfoglio di sciroppata. 26, Venerdi. Zuppa alla santè di magro; Ordura di braciolette di pesce; Palaje mollicate; Pizza rustica. 27, Sabato. Vermicelli con pomidoro; Pesce in umido; Arrosto di mozzarelle con crostini; Biscotti di gelsomino. 28, Domenica. Zuppa di pane di Spagna; Fregandò di vitella; Ordura di tagliolini; Gelo di mellone d'acqua. Sulle tecniche di conservazione gli fa invece eco il Corrado, col suo Credenziere del buon gusto, secondo il quale il credenziere deve saper anche preparare l'erbe, e le frutta in composta in aceto; poiché son cose del suo uffizio, e son a servirle nei tondini, nelle insalatine, e nelle caponate, per così, non solo per ornamento delle tavole, ma per stuzzicar anche ai commensali l'appetito. A suo dire, sulla tavola imbandita, la posizione delle alici salate è nella salsetta dei sottoli, cioè nella schiera accanto ai sottaceti: nasceva l'antipasto. Così il Credenziere: L'operazione delle composte in aceto è facile e comune, e pur si sa, che debba mettersi in aceto, cioé ortolizie come peparoni, petronciane, cetriuoli, cocozuoli, sparaci, pastinache, e baccelli di faggioli; ed in aceto si posson mettere anche le frutta, ma che non sieno però alla perfetta maturità. Son esse le pera, le mela, le percoche, le crisommole, le nocipersiche, l'uva, ed i meloni. E poiché le composte fatte a credenzieri debon servire per le mense dei grandi, per incontrare la piena soddisfazione di essi oltre il servirsi di buon gustoso aceto bianco mescolato con la quarta parte d'acqua salata, son da condirsi anche con erbe aromatiche come amenta, basilico, targone, maggiorana, timo, e qualche foglia di alloro, e cedro. Così possono esser di gusto. Se si voglion servire con salsa, dopo ridotti a fettoline, la salza sarà la seguente. Semi di finocchio, poc'aglio, amenta, capparini, e alici salati, tutto ben fino pesto, si scioglierà con olio, e poco aceto. E se a qualcuno piace il dolce vi si aggiungerà, nelle cose da pestarsi, un pezzo di cedro candito.
Abecedario di Santa Maria Maggiore, l'urbe vetere in terra della Uria. Ricerche di genealogia e toponomastica su S. Maria Capua Vetere (CE)
Arturo Bascetta
Libro: Libro rilegato
editore: ABE
anno edizione: 2024
pagine: 291
La Terra di Lavoro è una delle quattro parti in cui si divideva il Regno di Napoli, così chiamato dalla sua capitale, ch'è Napoli, oppure Sicilia di quà dal Faro: Terra di Lavoro, Abruzzo, Puglia e Calabria, a loro volta, si frazionavano in dodici Province. Poichè la parte di Terra di Lavoro coincideva con la Provincia di Campania era anche chiamata Campagna Felice, volgarmente detta Terra di Lavoro, ma non con capoluogo Caserta, come spesso si sente erroneamente ripetere, essendo solo la metropoli sede del Tribunale provinciale. Quindi la provincia di Terra di Lavoro, altrimenti detta Campania o Campagna, aveva per capoluogo la stessa capitale del Regno. Infatti la Terra di Lavoro ha Napoli per sua Capitale, città antichissima, residenza del Sovrano, e Metropoli del Regno dal tempo degli Angioini. Per quel che riguarda il Tribunale o Regia Udienza Provinciale si può aggiungere che è formato da un Preside Militare o Governatore dell'armi, un Caporuota e due Uditori, unitamente agli Avvocati del Regio Fisco, e de' Poveri e vi lavorano un Segretario ed un Mastrodatti con i Subalterni per le informazioni, un Maestro di Camera o Esattore de' Proventi Fiscali. Oltre il Tribunale, in ogni Provincia vi è il Percettore, o Tesoriere per gl'interessi del Regal Patrimonio. La Provincia di Terra di Lavoro tiene il solo Commessario togato detto della Campania, il quale giudica in tutta la provincia e ne regge il Tribunale militare in subordinazione all'Udienza Generale di Guerra, e Casa Reale. In Campania vi è altresì un Sovrintendente, il quale, da Caporuota del Sacro Regio Consiglio, rivede le cause qualora vengono richieste. Lasciata Roma, infatti, immettendosi sull'Appia, imperatore-re e vescovo, fecero ritorno a Capua Noba, cioè puntando dritto a Beroli, come si conferma nella Vita di Athan, in quanto, per dirla con Cilento, mossero per Veroli verso la Campania. Santa Maria quindi nasce come episcopio di Capua che, resosi comune indipendente, inglobò il territorio della Chiesa di S.Erasmo, di San Pietro ad Corpo e il luogo dei ruderi dell'anfiteatro definito Parlascio e volgarizzato in Parolascio, Barolascio, Varolasio, Barolesi o Baroli. Altro grande segnale viene dal canonico capuano Monaco, il quale, nel 1630, pubblicò il Sanctuarium Capuanum, uno studio in cui si attestava l'esistenza di un mosaico che ornava l'abside confermando che S.Maria era la Cattedrale di Capua chiamata Santa Maria Suricorum o Santa Maria Gratiarum oppure S.Maria Maior. Nel 1600, cioè, nell'abside della Chiesa di Santa Maria Maggiore di Capua si potevano ancora vedere la iscrizione del vescovo Simmaco, Sanctae Mariae Symmachvs Episcopvs, con cui dedicava alla Madonna il sottostante mosaico di vari motivi ornamentali di volatili fra le piante, e, guardando con attenzione, si scorgevano anche due topi vicino ad un vaso di fiori, sebbene potessero rappresentare dei conigli. Quelli che Alexii Symmachi Mazochii, nel suo Commentarii del 1744, chiama chiaramente sorices prope vas florum nell'abside della Chiesa dove campeggiava l'immagine della Madonna con Bambino nel mosaico distrutto l'anno prima, nel 1743, durante i lavori di ristrutturazione. Secondo la ricostruzione del Monaco, il mosaico era dell'anno 950, ai tempi del vescovo Simmaco (presente nei documenti dopo il 900), sebbene il Mazzocchi lo retrodatasse all'anno 431, indentificando l'alto prelato con uno dei due vescovi che assistettero alla morte di San Paolino da Nola, come si apprende da un passo di una epistola di Uranio, perchè non v'è nessun Simmaco nella cronologia dei vescovi capuani e perchè l'affresco aveva delle affinità con quello voluto da Sisto V nella chiesa romana di Santa Maria Maggiore in cui compaiono anche dei sorci.
Lettere impudiche di uno scomunicato: il noce delle streghe, il falsario di Montecalvo, il puttanone di piazza dell'Olmo e altre storie napoletane e beneventane di Nicolò Franco
Virgilio Iandiorio
Libro: Libro rilegato
editore: ABE
anno edizione: 2024
pagine: 128
In questi ultimi anni, l'interesse per Nicolò Franco, poeta e scrittore beneventano del XVI secolo, è andato crescendo per una serie di motivazioni. La sua vicenda umana, la condanna per oltraggio e la conseguente esecuzione capitale sono state oggetto di studio e di ricerche. Come si sa, Nicolò Franco, nato a Benevento nel 1515, dopo aver frequentato gli ambienti culturali di diverse città tra cui Napoli, Venezia, Mantova, Monferrato, Roma, finì i suoi giorni sul patibolo l'11 marzo 1570 in seguito a sentenza del Sant'Uffizio, per aver scritto pamphlet contro famiglie allora in auge nella Chiesa. I suoi libri,1 che per essere stati pubblicati quando fiorivano in Italia grandi poeti e scrittori, sono stati letti badando più agli accostamenti e ai confronti con essi, oggi ricevono la giusta attenzione di studiosi e lettori, dando il dovuto rilievo ad uno dei protagonisti della letteratura italiana della prima metà del Cinquecento. Per Eleonora Impieri è "Nicolò Franco un uomo di pensiero aperto alle novità intellettuali del suo tempo, degno esponente di una cultura alternativa in grado di ipotizzare e presagire l'immagine di una società felice. Non si tratta di una pura e semplice utopia, bensì di un sogno continuamente riproposto da un moralista non certo privo di contraddizioni e alieno ai compromessi, ma pur sempre vero e autentico in ogni sua dissacrante invettiva sorta dalla sua travagliata esistenza". Delle opere di Nicolò Franco l'Epistolario ha catturato il mio interesse, in particolare, per le sue annotazioni su personaggi e paesi della sua città, Benevento e Provincia di origine, il Principato Ulteriore. Benevento ha una peculiarità: appartenere allo Stato Pontificio e trovarsi, in un'enclave, nel territorio del Regno di Napoli. La città sannita fu l'unico centro urbano del Mezzogiorno che non cadde in potere dei Normanni, essendosi posta sotto la protezione della Chiesa.
Mavanarie beneventane. La tradizione orale nella valle del Noce delle streghe: Grotta Candida e altri racconti di Pannarano
Enzo Pacca
Libro: Libro rilegato
editore: ABE
anno edizione: 2024
pagine: 128
Anche le streghe beneventane vanno in vacanza. Per chi non lo sapesse viaggiano nella vicaria vescovile fra Pannarano, Pietrastornina e la vecchia Terranova di Arpaise alla ricerca del noce antico per i loro riti, lungo il fiume San Martino che sfocia nel Sabato ai Maccabei. Questo fantastico libro di Enzo Pacca, fra malefici e magia bianca, ripercorre la via della stregoneria beneventana partendo dal luogo magico dell'alto Partenio: Pentema Bianca di Pannarano.

