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Il marchesato di Atripalda, lo stato di Costantino Castriota Scanderbg: traduzioni edite e inedite da Eliseo Danza da Montefusco e Nicolò Franco Beneventano

Il marchesato di Atripalda, lo stato di Costantino Castriota Scanderbg: traduzioni edite e inedite da Eliseo Danza da Montefusco e Nicolò Franco Beneventano

Virgilio Iandiorio

Libro: Libro in brossura

editore: ABE

anno edizione: 2024

pagine: 132

Ho suddiviso questo lavoro in due parti: 1) la lode della città di Atripalda, fatta dall'avvocato Eliseo Danza nella prima metà del XVII secolo; 2) le lettere di Nicolò Franco indirizzate, nella prima metà del XVI sec., a Costantino Castriota, marchese di Atripalda, a testimonianza degli interessi culturali che coinvolgono non solo quella nobile famiglia, ma anche la città. Nell'una e nell'altra parte, l'attenzione è rivolta alla città sul fiume Sabato. La sorte non fu benevola con i Castriota di Atripalda, perché nello spazio di mezzo secolo finirono tutti i discendenti. Le lettere di Nicolò Franco, ci restituiscono un personaggio che fece parlare di sé nella difesa di Malta dai Turchi; non solo, ma anche per i suoi interessi letterari testimoniati dalle sue pubblicazioni. Cinque secoli fa, il poeta e scrittore beneventano Nicolò Franco, per intingere la sua penna nella satira contro famiglie potenti del suo tempo, finì non in tribunale ma sulla forca a Roma per oltraggiose offese. Nel suo Epistolario, raccolta di lettere su vari argomenti indirizzate a personaggi noti e meno noti, un genere letterario molto in voga nel secolo XVI, l'autore beneventano ne scrive una indirizzata alla Lucerna, la lampada ad olio, con la preghiera di illuminare la sua esistenza con la luce della sapienza e della verità:" Deh cara lucerna mia, se iniquo vento non spiri mai contrario a la tua luce, e se con la vista ci sia concesso da i fati sormontare al cielo, al pari del più rilucente occhio, che tiene il giorno". Ma dove leggeva Scipione Bella Bona la perorazione di Eliseo Danza pro Atripalda città? Andavo ripetendo tra me e me, mentre sfogliavo i tomi del Tractatus (1) del Danza. Perché nei Ragguagli della città di Avellino (2), il Bella Bona ribatte punto per punto le tesi pro-Atripalda dell'avvocato di Montefusco, come se le avesse lì sotto gli occhi. Si tratta di una confutazione, ma molto garbata, che il Bella Bona scrive sull'attribuzione, per lui non dovuta, ad Atripalda del titolo di città. Questo titolo, come si sa, non l'hanno tutti i paesi, anche se oggi, quando lo usi in maniera impropria, nessuno ti viene a rimproverare. Ai giorni nostri siamo tutti caballeros. Eppure in un passato non molto lontano, c'era una gerarchia di titoli per classificare i nuclei abitati; e il titolo di città nel Regno di Napoli potevano vantarlo pochi di essi. E gli altri erano Terre, Castra, Oppida, Casali, Ville. Secondo il frate avellinese, Atripalda non poteva essere considerata città perché non ne aveva i titoli. E chiama in causa il suo comprovinciale e contemporaneo Eliseo Danza, stimato studioso del diritto e validissimo avvocato, che aveva espresso in una sua opera parere diverso. Ma non riuscivo a trovare in quale dei tre tomi del Tractatus il Danza aveva esposto queste sue valutazioni.
25,00 €

Eresie a Napoli post inquisizione: il figlio del re per giudice nelle Camere della Rota (1547-571)

Eresie a Napoli post inquisizione: il figlio del re per giudice nelle Camere della Rota (1547-571)

Arturo Bascetta

Libro

editore: ABE

anno edizione: 2024

pagine: 132

Il terzo manoscritto: aggiunte e pasquini nell'istoria La vera chicca della III parte della cronaca della Historia del Castaldo con le aggiunge dell'Anonimo copista è sicuramente una figura sconosciuta agli storici che d'improvviso si intrufola nel Tribunale della Vicaria e gestisce alcuni casi penali in maniera autonoma sotto gli occhi increduli di cancellieri, giudici e reggente. È Ugedo, figlio «insano» di Filippo II, prossimo erede di Carlo V Imperatore, che la storiografia scorge lontano da Napoli, ma che in realtà le cronache di questo fantastico diario lo pongono fra i protagonisti della vita giudiziaria della capitale del Regno. Segue un'altra figura eccezionale, che già conosciamo, del fluido Principe di Salerno, il quale, con la sua modernità alla francese sfida tutto e tutti, raggirando anche i più scettici col «falso» parto della Principessa Isabella, per evitare la confisca dei beni ereditari. Sanseverino arriva a farsi beffa del Viceré, ma la coppia più amata del Regno pagherà con la vita l'essere stata ricca, felice e ammirata dal popolo, proprio per invidia di Toledo, non solo aggrappato al potere, ma sempre più spietato e vendicativo. L'attentato, la fuga, l'esilio, i dispetti: sono descrizioni che solo chi aveva vissuto da protagonista poteva fare all'abile scrittore che ce le tramanda, arrivando a descrivere il suo padrone alla corte dei nemici. E' un Sanseverino leggiadro, quasi di facili costumi ma anche dalla brillante intelligenza, pronto a sfidare Viceré e Imperatore, a stringersi alla corte del Re di Francia, a seguire il Solimano fino a Costantinopoli, e a dormire a lungo nell'harem del Gran Turco. Don Pedro sarà spietato nei suoi riguardi, volgendogli contro l'esercito per catturarlo, i giudici per la confisca dei beni e lo stesso popolo, facendolo dichiarare disertore e fuggitivo, traditore, lascivo e bisessuale. Ma anche il Viceré deve fare i conti con il fine vita, dopo una esistenza nel lusso e nel comando, perdendo senno e dignità al solo pensiero di essere stato mandato, dal suo Imperatore, a combattere Siena, benché malaticcio e innamorato. Torna Firenze nella storia di Napoli, con altre pagine di cronaca sulla Duchessa e su Pietro Strozzi, mentre «l'inconsapevole» Principe di Salerno, sulla via del tramonto anch'egli, ha aperto ormai le porte dei suoi ex stati all'invasore Turco. Lo sbarco del Pascià avviene a Massa e Sorrento, e lo stazionamento a Procida, mentre Carlo V saluta questo mondo e il figlio Filippo II che succede a Re di Napoli. Una sequela di Viceré e luogotenenti si fa strada sul trono, dove Ugeda, figlio storpio del nuovo sovrano, legalizza una «banale» tangente per favorire un vecchio procidano che lo intenerisce. È l'ultimo atto di questa terza parte dell'Historia che si conclude con un profilo sui governatori della Città, pronti a far applicare le prammatiche della giustizia. Non parlano più di «inquisizione», ma la parola d'ordine resta l'«eresia», quella che vede cadere molte teste, una dopo l'altra, mentre la Vicaria si fa bella con la stanza della Tortura e la stanza della Rota. Sabato Cuttrera
39,00 €

29. San Martino valle Caudina, e i 29 oppidi papalini rifondati nel 1348

29. San Martino valle Caudina, e i 29 oppidi papalini rifondati nel 1348

Arturo Bascetta, Claudio Rovito

Libro

editore: ABE

anno edizione: 2024

pagine: 134

Prima di ogni altra ipotesi che accomuna i paesi della Valle Caudina con quelli della Valle di Campobasso sarà preferibile analizzare meglio i toponimi. Non a caso il Catalogo dei Baroni, retrodatato al 1096, parla di una Valle Gauda e di una Valle Gaudina in un altro luogo del medesimo territorio. Moltre sciocchezze infatti potrebbero cadere studiando meglio la rivoluzione migratoria avvenuta dopo il sisma, la peste e l'invasione ungherese del 1348, quando molti paesi vennero ricostruiti e ben 29 furono proprio quelli del Partenio, come risulta da una bolla del 1348, quando l'inviato del papa di Avignore, Bernardo Deucio, rifondò l'arcidiocesi di Benevento e questi 29 paesi che non estevano più nei luoghi originari e furono riedificati dove li vediamo, da Montesarchio a Sant'Angelo a Scala. In primis Castrum Pontis inhabitatum, et inde ascendere Castrum Casaldoni, Castrum Campi lattari, Castrum montis Leonis, Castrum Sancti Severi, Castrum Fragneti Monfortis, Castrum Fragneti Abbatis, Castrum Sancti Georgii Molendinaria, Castrum Sancti Andreae de Molinaria, Castrum petrae maioris, Castrum Paduli cum suo suburbio, sive Casali Sancti Archangeli, Castrum montis mali, Casale Templani, Castrum Apicii cum casalibus, Castrum Moroni, Castrum Venticani, Castrum montis Militum, Castrum montis aperti, Castrum montis Fuscoli cum casalibus, Castrum Tufii, Castrum Altavillae, Castrum Cepalloni, Castrum Petrae Strumierae, Castrum S. Martini, Castrum Cervinariae, Castrum montis Sarveli, Castrum Tocci cum casalibus, Castrum Torregusii, cum casali Popisii et aliis casalibus. Volumus itaque etc. Datum Avenione septimô Kalendes Iunilannô nonô, salutis autem 1350. Sicque territorium Beneventanum erat amplum; nunc autem ab Hispanis valde suit imminutum: complectiturque tantum in praesentia Castra S. Angli de Cupola, Mottam, Panellam, Montem Orsi, Maccolum, Sciarram, Pastenam, Balnearam, S.marci a montibus, S. Lucii, S. Angeli, et Francavillam; quae omnia vix 3. aut 4. milliaribus distat a Benevento. 1. In primis Castrum Pontis inhabitatum, 2. et inde ascendere Castrum Casaldoni, 3. Castrum Campi lattari, 4. Castrum montis Leonis, 5. Castrum Sancti Severi, 6. Castrum Fragneti Monfortis, 7. Castrum Fragneti Abbatis, 8. Castrum Sancti Georgii Molendinaria, 9. Castrum Sancti Andreae de Molinaria, 10. Castrum petrae maioris, 11. Castrum Paduli cum suo suburbio, sive Casali Sancti Archangeli, 12. Castrum montis mali, Casale Templani, 13. Castrum Apicii cum casalibus, 14. Castrum Moroni, 15. Castrum Venticani, 16. Castrum montis Militum, 17. Castrum montis aperti, 18. Castrum montis Fuscoli cum casalibus, 19. Castrum Tufii, 20. Castrum Altavillae, 21. Castrum Cepalloni, 22. Castrum Petrae Strumierae, 23. Castrum S. Martini, 24. Castrum Cervinariae, 25. Castrum montis Sarveli, 26. Castrum Tocci cum casalibus, 27. Castrum Torregusii, cum casali Popisii et aliis casalibus.
21,00 €

Eresie a Napoli pre Inquisizione: cronache su giudei, luterani, forusciti e nobili squartati. Gli editti contro l'eresia sono realtà

Eresie a Napoli pre Inquisizione: cronache su giudei, luterani, forusciti e nobili squartati. Gli editti contro l'eresia sono realtà

Arturo Bascetta

Libro: Libro rilegato

editore: ABE

anno edizione: 2024

pagine: 106

Questa prima parte del volume, come la seconda che seguirà, tratta delle cronache nude e crude sui malumori del popolo che portarono alla rivolta del 1547. Una carrellata iniziale sul secolo dell'opposizione religiosa immerge il lettore nelle cronache del Cinquecento, i giornali dei cronisti dell'epoca, che ci raccontano di una capitale oppressa dalla religione e dallo strapotere del Viceré spagnolo Pietro da Toledo, imposto dall'Imperatore Carlo V, che pure si era mostrato liberale a Napoli 'città fedelissima'. Le ragioni sono da ricercarsi nella crescente povertà dovuta alle guerre di religione e di stato che ancora richiedono la necessaria sedimentazione, specie tra Francia e Spagna, come in Tunisia. In fondo è un bel periodo solo per i dominatori, che si sollazzano fra i bagni di Pozzuoli e le corti locali, ma debiti, corsari e prestiti a strozzo sono il vero problema che faranno esplodere il popolo. La lunga premessa immerge il lettore anche in episodi 'leggeri' fra la parentela dei Toledo con il Duca di Firenze, l'amante a viceregina, il segretario dalla mano lesta, e lo stesso Viceré giocatore d'azzardo e sadico vendicatore. E così, il falso illuminismo delle nuove strade, delle statue nelle piazze, delle fontane zampillanti, contrasta con le centinaia di napoletani mandati alla forca o a ingrossare le sale della nuova Vicaria fatta costruire apposta per giustiziare i Napoletani, da accusare e torturare. Gli ordini nuovi vengono affissi nel duomo e parlano chiaro: ai laici è vietato parlare di religione. Ora il rischio di finire sotto i ferri della luccicante sala delle torture è reale. E saranno centinaia i Napoletani costretti a confessare peccati mortali inesistenti, per il macabro gusto degli ufficiali spagnoli di vedere squartati in pezzi i nobili di Napoli, fuoriusciti e filofrancesi. Le lettere, le poesie, la musica della Corte del Principe di Salerno, portata da Siena a Napoli, invidia del Re di Francia o del Gran Turco, vengono offuscate dalla sete di vendetta del Viceré che perseguita Ferrante Sanseverino fino a vederne morta la bella principessa, seppur amati dall'Imperatore. L'autore fa parlare copisti e cronisti, Miccio, Castaldo, Spiniello e gli anonimi: tutti a raccontare di un popolo sempre ribelle, a causa delle vendette subite, pronto alla guerra civile alla sola notizia dell'Inquisizione, già accusato del delitto di eresia, per essere sempre più lontano dalle imposizioni papaline. L'idea di non volere l'Inquisizione, covata sotto Papa Paolo III e agognata da Paolo IV, il più terribile della storia, porta il popolo, sentitosi tradito, a ribellarsi a tutti, perfino a scagliarsi contro i nobili che lo hanno utilizzato, accusato e tradito. Ma il Viceré colpisce tutti, editto dopo editto, mendicanti e gentiluomini, fino alla persecuzione del Principe di Salerno, colui che sognava un mondo di arte, di scienze e di natura. È la bellezza pura di corpi che si intrecciano e amoreggiano leggiadri alla falsa accusa di sodomìa, che è vera eresia.
39,00 €

Eresie a Napoli. L'Inquisizione 1547. Volume Vol. 2

Eresie a Napoli. L'Inquisizione 1547. Volume Vol. 2

Arturo Bascetta

Libro: Libro rilegato

editore: ABE

anno edizione: 2024

pagine: 136

È la vendetta del Vicere' Toledo, spagnolo spietato e vendicativo. La Cronaca ruota intorno alla rivolta del 1547, o meglio, ai danni causati dalla ribellione, scattata alla sola notizia di voler instituire il Tribunale della Santa Inquisizione. Non è ovviamente la rivoluzione di Masaniello del 1648, ma quella capeggiata da un suo omonimo, giusto un secolo prima. Il capo della Rivolta fu infatti tal Tommaso Aniello Sorrentino di Napoli che, in groppa a un amico, girò per i seggi della Città a radunare gente per la protesta nel nome del popolo e dei nobili. Fatto è che si dissociarono subito gli ufficiali della Vicaria, sebbene furono poi costretti a chiudere quelle carceri perché il Popolo, inneggiando al giovane e brillante Principe di Salerno intese spostare la protesta dal sordo Viceré all'amato Carlo V. Ma Don Petro approfitta della partenza di Don Ferrante Sanseverino e lancia le sue truppe a bombardare le povere case del quartiere più vicino al castello, uccidendo donne e bambini. Il popolo, invitato dal Priore di San Lorenzo, sede del Parlamento della Città, è costretto alle scuse per evitare la distruzione a tappeto. I nobili si discolpano e si tirano indietro, ma la vendetta cade subito su tre giovani rampolli fatti «squartare» in pubblica piazza. Sono in molti a ritirarsi, a cominciare dai deputati cittadini, capeggiati da Mormile che, in groppa a un ronzino prima solleva il popolo e poi dice a tutti di tornare a casa. La Città è costretta alla pace, ma l'odiato Viceré, preso di mira, scampa per un pelo a un attentato. Toledo alza il tiro e gli Spagnoli sparano sulla folla, in attesa di aiuti perfino da Firenze, pronti a colpire il popolo. Poi torna la ragione e si evita l'assalto della Vicaria da parte dei cacciatori Calabresi e dei fuoriusciti, di cui la città ormai è piena, pronti a farsi uccidere a decine. Finalmente Napoli s'arrende e giura fedeltà: il popolo consegna le armi e il Re invia l'indulto, trattenendo a corte il Principe di Salerno. Resta al suo posto con maggiori poteri il Viceré, pronto alla vendetta finale. Comincia infatti, scalzata l'Inquisizione, l'epoca delle eresie a suon di bandi, manifesti e trombette che per le vie della capitale preannunciano condanne per i laici che parlano di religione, per i luterani, e per i seguaci di Sodoma e Gomorra. Gli editti contro gli eretici si sprecano e le torture a danno dei poveri Napoletani anche. Chi viene messo alla corda, chi confessa, chi viene liberato e chi ucciso ugualmente, «squartato» o decapitato con la scure è solo un particolare. I nobili credevano di averla scampata, ma la spada del prorex spagnolo si abbatte su tutti. È sempre quella di Don Pedro, l'uomo che si è fatto raffigurare anche sulle medaglie che i supplicanti mostrano afflitti a Carlo V che le sfiora, sorride, e se ne va. Sabato Cuttrera
39,00 €

Il Sannio in gioco: figurine beneventane sul Sannio di Benevento

Il Sannio in gioco: figurine beneventane sul Sannio di Benevento

Rito Martignetti

Libro

editore: ABE

anno edizione: 2024

pagine: 72

Le figurine, in particolare quelle dei calciatori, hanno segnato la nostra infanzia, profumata anche da quelle che si nascondevano nelle scatole dei detersivi. Le figurine che "leggerete" nel presente volume si ispirano, però, a quelle inventate nel 1872 dal chimico tedesco Justus von Liebig e che si occupavano dei vari aspetti della vita umana, della natura, della storia, dei monumenti, delle scienze, delle arti. Con originali figurine tematiche, stampate con la tecnica litografica, il barone von Liebig riuscì a promuovere il suo estratto di carne. Con questa prima serie di figurine, abbinate ad estratti di storia locale, noi cercheremo di attirare la meritata attenzione sul nostro incantevole territorio. Insomma, Martignetti, ha messo in gioco il Sannio. 1. Diomede incontra Enea 2. La gioconda del Sannio 3. L'Egitto a Benevento 4. Toro Apis 5. I Sanniti 6. La tavola dei Liguri bebiani 7. La fibula longobarda 8. Il principe Arechi 9. Canto beneventano 10. Santa Sofia doppia Chiesa 11. Il burro si san Bartolomeo 12. Il vino affumicato 13. Il torrone di Benevento 14. Ebrei da ricordare 15. Unisannio a Roffredo Epifanio 16. Benevento a cavallo 17. I ruderi del teatro 18. La coilonna di San Lorenzo 19. Roghi di streghe ed eretici 20. Galateo Della Casa 21. Troppo franco 22. L'asino di pino 23. La fenice dei matematici 24. Le governatrici 25. Giannelli e il processo agli ateisti 26. Antonio Cocchi 27. Lady Holland a Benevento 28. Nicola Vessicchelli 29. Elisa e il Paglietta 30. La provincia stregata.
25,00 €

Grand Tour Benevento 1854: La storia del Sannio studiata da Inglesi e Francesi con traduzioni dagli originali in latino

Grand Tour Benevento 1854: La storia del Sannio studiata da Inglesi e Francesi con traduzioni dagli originali in latino

Teresa Zeppa, Virgilio Iandiorio

Libro: Libro in brossura

editore: ABE

anno edizione: 2024

pagine: 136

Lo studio delle lingue straniere è obbligatorio in tutti gli ordini di scuole italiane. A cominciare dalla scuola materna. Naturalmente, la fa da primo attore la lingua inglese. E allora? Se studiassimo anche la storia antica, unendo allo studio dell'antichità anche quello della lingua straniera? Se volessimo studiare il Sannio antico, come avrebbero fatto gli alunni inglesi di qualche secolo fa, non c'è di meglio che prendere come riferimento il Dictionary of Greek and Roman Geography (1854) William Smith. Otterremo un duplice risultato. Studiare la storia della regione Sannio, non dal punto di vista di chi è parte in causa, perché appartenente allo stesso confine geografico, ma con lo sguardo di chi si pone con il distacco , sempre richiesto, a chi si accinge a studiare la storia. Secondo risultato, leggere e studiare la lingua straniera in cui il testo è scritto. Le innovazioni introdotte nella scuola qualche decennio fa, avevano stabilito che nell'ultimo anno delle scuole secondarie di secondo grado si studiasse una materia in lingua straniera. Nulla di eccezionale se anche dal primo anno si cominci a mettere insieme la storia con la lingua straniera. Per coloro che non sono più alunni, ma lo sono stati, è un modo per rileggere la storia della regione, o meglio come ci vedevano gli inglesi di due secoli fa. Ed è una bella cosa, non vedersi allo specchio ma sentirsi raccontato dagli altri, come gli altri raccontano la nostra storia. Come capitolo introduttivo, una descrizione dell'Italia antica tratta da SKETCH OF ANTIENT GEOGRAPHY, FOR THE USE OF SCHOOLS. BY SAMUEL BUTLER, del 1885. Si prosegue poi con i saggi riferiti a singole voci del Sannio riportate nel Dictionary of Greek and Roman Geography.2 Ai lettori è affidato il compito di proseguire e di approfondire la ricerca. Da parte nostra si è inteso soltanto indicare come utilizzare i testi che il web mette a nostra disposizione. La si consideri, la nostra, un'ipotesi di lavoro in classe e a casa.
29,00 €

Federico II re di Gerusalemme e principe a «Berola» Di Andria: il Regno dei Templari e il Principato Neapula da «Baruletto» di Trani a Castel del Monte. (La corona scippata ai Brielle del Lussemburgo nel 1222)

Federico II re di Gerusalemme e principe a «Berola» Di Andria: il Regno dei Templari e il Principato Neapula da «Baruletto» di Trani a Castel del Monte. (La corona scippata ai Brielle del Lussemburgo nel 1222)

Arturo Bascetta

Libro: Libro in brossura

editore: ABE

anno edizione: 2024

pagine: 158

Federico II spese una intera vita per la conquista di decine di regni. E quando si rese conto di essere ormai vecchio non ebbe riconosciuto neppure un trono. Ecco perché decise di rifondarne uno nel luogo primaziale dei pagani, quello appartenuto ai popoli italici dell'Atense. Il pontefice gli strappò dal capo la prima corona del Regno di Sicilia, ma bastò l'ultima, la più antica per antonomasia, a vederlo riconosciuto imperatore d'Oriente e d'Occidente. Spostò così la sua reggia da Civitate Fiorentino at Yriano, sita fra Lucera e Torremajor, e fece nascere Nova Civitatense fra i ruderi dell'antico consolato romano di Teate apula, aggregando Montesacro (Pulsano) di Barola a Lamis, nel futuro territorio di Manfredonia. Fu così che tutti i laici si ritrovarono nelle terre che furono dei Longobardi Beneventani di Arechi II e degli antichi Salernitani Amalfitani, fra Trani e Canosa, per fondare Casteldelmonte. Ma per giustificare il possesso degli ex territori templari, fu necessario assorbire il trono gerosolomitano appartenuto ai Brienne. Da qui lo sposalizio del 1222 con la bella erede, alla quale scippò la corona di Gerusalemme al suocero. Fu allora che il papa gli riconobbe il luogo interno di dentro Yria, cioè ind'A'Uria, volgarizzatasi in Andria, a danno di Beneventum Terra di Lavoro, rasa al suolo. In verità all'inizio furono buttate giù solo le mura di Beneventana Civitate sul Sabato, quella vicina a Civitate Abellino in Atripalda, per poi procedere a fare tabula rasa nel 1250, quando, per inganno, e con la forza, fece disfare da quelli di Andria ogni muraglia che la circondava. Federico II, però, colpito dalle scomuniche e dall'ordine di deposizione dei territori vescovili, rinchiuse la moribonda consorte papalina e il piccolo Corradino, erede della Chiesa, in quel di Andria, e si risposò con Isabella, sorella di Re Enrico III d'Inghilterra. Questa bellissima fanciulla era una donna pratica e dalle mille risorse, ma dovette fare i conti con l'ex suocero che rivolle la corona gerosolomitana, facendone ricadere l'eredità solo su Corradino, nipote comune, ormai orfano di madre ma già indicato alla successione di Sicilia. Lo Svevo stravolge così continuamente i piani di questo e quel sovrano, ma alla fine ha il solo titolo che desiderava, quello laico di Re in Lamis, avendo scippato tutti i territori pugliesi ai templari, e dichiarato la vicaria armena di S. Matteo in demanio perenne, gettando le fondamenta di Nova, in territorio della futura Manfredonia. L'imperatore non aveva mai creduto nel precedente matrimonio con Isabella dei Brienne, essendo interessato all'annullamento della corona di Gerusalemme, fin dallo sbarco a Brindisi, nel giorno stesso sposalizio, dove profanò il talamo con la cugina della sposa, rimasta poi segregata fin da subito in quel di Andria. Il sequestro dei feudi ai templari di Baruletto in Trani rappresenta una svolta storica nei rapporti fra papa e imperatore e il ritorno effettivo a un solo regno heapolitano, cioè degli Ecani d'Apulia. Anzi, proprio quando tutto e tutti furono con Andria, abbandonò la reggia della domus di rito cattolico, per riconoscere solo quella laica, ecana e apostolica, ma imperiale, che andò rifondando a Siponto, mentre il papa riconosceva solo Corradino, a erede dei due regni apostolici. Da qui il ritiro nell'ex Baruletto di Vetere (Trani), dove nacque Castel del Monte, a seguito della scomunica del papa. Gli fu fatale ma necessaria l'alleanza con i Saraceni, l'apertura alle donne e agli uomini liberi, l'idea moderna di un «regno arcobaleno», un trono che si pose in antitesi a quelli dittatoriali di Sicilia e Gerusalemme.
35,00 €

Nella penombra che congeda il giorno

Nella penombra che congeda il giorno

Maria Rosaria Del Guercio

Libro: Libro rilegato

editore: ABE

anno edizione: 2024

pagine: 90

La silloge di Maria Rosaria Del Guercio si presenta simpaticamente genuina. L'uso del trisillabo o ternario, quasi costante nei suoi versi, non è frequente nella poesia italiana. Per questo la scelta della Del Guercio non è solamente metrica, ma è un riandare alla riscoperta di un patrimonio culturale, trasmesso dalle nonne e dai nonni con la semplicità del narrare. La poesia Nella penombra che congeda il giorno, che dà il titolo a tutta la raccolta, non ci fa percepire il senso della fine imminente, ma ci fa recuperare, con sincerità e accettazione, la vita che è stata. Perché la bellezza è nel saper guardare con l'animo dell'innocente fanciullo tutto quello che è accaduto. E saperlo custodire nel ricordo, che non muore.
15,00 €

Amicizie e potere sul fine Medioevo: i Castriota di Atripalda e altri casi di Eliseo Danza da Montefusco e Nicolò Franco beneventano e diplomatico a Roma ma perseguitato dal papa per eresia

Amicizie e potere sul fine Medioevo: i Castriota di Atripalda e altri casi di Eliseo Danza da Montefusco e Nicolò Franco beneventano e diplomatico a Roma ma perseguitato dal papa per eresia

Virgilio Iandiorio

Libro: Libro in brossura

editore: ABE

anno edizione: 2024

pagine: 128

"Il rapporto che si stabilisce con la città, o il paese, d'origine non è sempre scontato. Si va via da esso e poi si ha voglia di ritornarvi. Il rimanere stabilmente in un posto, a volte assume il sapore di un domicilio forzato; per cui si ha voglia di andare via. Il luogo di nascita, di residenza o di domicilio è parte di noi, ne siamo formati e ne riceviamo le impronte. Quando un luogo è magnificato da quelli che non vi sono nati o che non ci vivono stabilmente, la lode acquista un valore doppio. Perché, si presume, fatta senza motivi affettivi (un figlio che ami i genitori è la regola), senza altri interessi velati o palesi, la lode di un estraneo, di un forestiero, è più significativa e importante di quella di un abitante. Ho suddiviso questo lavoro in due parti: 1) la lode della città di Atripalda, fatta dall'avvocato Eliseo Danza nella prima metà del XVII secolo; 2) le lettere di Nicolò Franco indirizzate, nella prima metà del XVI sec., a Costantino Castriota, marchese di Atripalda, a testimonianza degli interessi culturali che coinvolgono non solo quella nobile famiglia, ma anche la città. Nell'una e nell'altra parte, l'attenzione è rivolta alla città sul fiume Sabato. La sorte non fu benevola con i Castriota di Atripalda, perché nello spazio di mezzo secolo finirono tutti i discendenti. Le lettere di Nicolò Franco, ci restituiscono un personaggio che fece parlare di sé nella difesa di Malta dai Turchi; non solo, ma anche per i suoi interessi letterari testimoniati dalle sue pubblicazioni. Cinque secoli fa, il poeta e scrittore beneventano Nicolò Franco, per intingere la sua penna nella satira contro famiglie potenti del suo tempo, finì non in tribunale ma sulla forca a Roma per oltraggiose offese. Nel suo epistolario, raccolta di lettere su vari argomenti indirizzate a personaggi noti e meno noti, un genere letterario molto in voga nel secolo XVI, l'autore beneventano ne scrive una indirizzata alla Lucerna, la lampada ad olio, con la preghiera di illuminare la sua esistenza con la luce della sapienza e della verità: "Deh cara lucerna mia, se iniquo vento non spiri mai contrario a la tua luce, e se con la vista ci sia concesso da i fati sormontare al cielo, al pari del più rilucente occhio, che tiene il giorno". E dalla Lucerna il poeta riceve una lunga risposta. La Lucerna, cioè Nicolò Franco, narra il suo viaggio non nei regni dell'oltretomba, alla maniera di Dante, ma sulla terra, dove l'Inferno, il Purgatorio e il Paradiso si ritrovano nelle forme quotidiane della vita. In questo viaggio nel mondo notturno, la Lucerna incontra per prima le donne, muse ispiratrici dei poeti, ma di bellezza solo esteriore. Che dire degli osti, dei sarti, dei mercanti. Ma la lista è lunga. Ci sono tutte le categorie sociali a combinare nottetempo imbrogli nelle loro attività. Il potere politico con in testa Carlo V e una schiera di nobili, uomini e donne, amici stimatissimi del poeta. Ma è all'altra schiera, quella guidata dall'eternità e dalla fama, che il poeta si indirizza. "La leggenda lavora, anche in maniera inconsapevole, sul dato storico o sociale per innalzarlo a valore rappresentativo del gruppo in cui prende forma. Non avere "lègende" è come non avere più una identità, non avere un'anima, non avere aspirazioni. Patrice De La Tour Du Pin, volutamente mette la "leggenda" accanto alla gioia. Come la gioia che provava Eliseo Danza nel tessere le lodi di Atripalda, ricercandole nella storia della città; e Nicolò Franco nel coltivare l'amicizia con il marchese Castriota. V. I." (l'autore). Con brani e lettere tradotti dal latino.
49,00 €

Atti di notai della valle di Avellino. il principe Marino Caracciolo gran maestro dei cavalieri costantiniani e di san Giorgio, S. Paolina e Torrioni, il Marchese Capobianco, Oliviero di Tufo, Francesi e grano nascosto

Atti di notai della valle di Avellino. il principe Marino Caracciolo gran maestro dei cavalieri costantiniani e di san Giorgio, S. Paolina e Torrioni, il Marchese Capobianco, Oliviero di Tufo, Francesi e grano nascosto

A. Barbato, Sabato Cuttrera

Libro: Libro in brossura

editore: ABE

anno edizione: 2024

pagine: 108

"I cavalieri del principe Caracciolo". Angelo Comneno: i maestri supremi dei Cavalieri. Il Viceré conferma a Cumneno la toga senza imperio. Il Protonotaio fa la cronistoria e il Papa si concede. Cibrario: i Cumneni faranno Marino Gran Maestro. Copia dell'istrumento del 10 maggio 1624. Il mensile di Avellino al Principe di Macedonia. Il notaio Brosca di Summonte Procuratore provinciale. Il notaio di Monteforte trascrive l'atto dei veneti. Il notaio di Avellino conferma il mensile al Macedonia. Cumneno crea Marino Caracciolo a Gran Maestro. Marino è il Gran Maestro: lo dice il libro degli Statuti.Caracciolo vara le regole: obbligo di Croce turchina 2. notai minori dell'avellinese. Le contese feudali di S.Paolina contro Torrioni e Tufo. Il regno borbonico: militari e magazzini per il grano. Ordinamenti amministrativi per piccoli paesi. Il testamento di Centrella per il nipote sacerdote. Scuola pubblica obbligatoria per maschi e femmine. Il potere torna ai comuni: i primi stemmi. La fu Vittoria Frezzaroli-Jannotti di Ceppaloni. Il legionario vendicativo al posto del sindaco morto. D'Agostino fabbricatori torrionesi di Sagliocca. L'arciprete Oliviero succede al fratello in Tufo. La congrega di Montefusco affitta casa al barone. Piccole curiosità notarili sulle frazioni della valle. L'ultimo feudatario: il marchesino Capobianco 1840. Sospensione del sindaco Iomazzo per taglio di querce. Scuola obbligatoria, Medico e Guardia Nazionale. Lumi, rotabile e ponte sul torrente Campitiello. L'orologio pubblico e i debiti di Torrioni. Capobianco si trasferisce da Montemiletto ad Apice. La dote del saio imperiale scarlatto di Apice. Il matrimonio di Catarina Mazzucco fu Francesco. Lettera del notaio al priore del Collegio di Apice 3. Gli statuti dei cavalieri di S. Giorgio. Estratto Annotazioni, e dichiarazioni sugli Statuti d'Isacio. Protesto di Marino fatto intimare a Macedonio.
39,00 €

Innocenzo XII: Spinazzola e il suo papa, quattro passi nel paese di Antonio Pignatelli e altre storie

Innocenzo XII: Spinazzola e il suo papa, quattro passi nel paese di Antonio Pignatelli e altre storie

Virgilio Iandiorio

Libro: Libro in brossura

editore: ABE

anno edizione: 2024

pagine: 112

La ABE è ben felice di dare seguito alla collana con quest'opera del preside Virgilio Iandiorio che ci riporta nella provincia di Barletta e Trani ai primi del 1600. Lo fa attraverso le notizie tratte da Spinazzola, patria di papa Innocenzo XII, e alle vicissitudini di questo pontefice, che divenne il papa più chiacchierato del suo tempo. Questa premessa al volume su «Spinazzola e il suo papa Innocenzo XII» vuole essere una nota introduttiva al lavoro di Iandiorio, sebbene egli stesso ne faccia considerazioni preliminari a soddisfazione, come di prassi, nei sui «quattro passi nel tempo», nei paesi del fu Regno di Napoli. Non per questo egli tralascia le giuste notizie storico-geografiche sulla Spinazzola che fu, patria del pontefice, gettando un occhio alla famiglia Pignatelli, partendo dalla Francia. E' una dettagliata biografia che parte dalla formazione culturale e religiosa del prelato, la cui canonizzazione avviene in S. Margherita di Scozia. Pignatelli si identifica subito nei primi provvedimenti contro il nepotismo dei pontefici, al motto che «i poveri vengono prima di tutti». Da qui l'abolizione di franchigie, le opere di bonifica e una sfilza di approvazioni per i nuovi beati, secondo i Tribunali ordinari, e di nuove canonizzazioni che fanno di questo papa un pontefice di politica internazionale. Lo si vede anche dai rapporti intrapresi con i principi, fornendo aiuti per la guerra ai Turchi, nel redarguire gli ambasciatori, e dalle stesse relazioni internazionali, che tratta alla stregua delle controversie interne al cattolicesimo. Il libro spazia sui rapporti durante il viaggio in Polonia e l'ospitalità data al Papa per l'udienza della Regina, con un ricevimento veramente da Re. Gli ultimi capitoli sul Giubileo, la morte del pontefice, la virtù della generosità e dell'umiltà fanno di questi «quattro passi» annunciati dall'Autore, un vero viaggio interiore e esteriore, nella politica nazionale e internazionale del tempo, nelle lettere come nella filosofia, che Iandiorio amabilmente mette insieme. Il volume si conclude con una dedica e una lode al Papa e alla famiglia Pignatelli.
21,00 €

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