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ABE

Almanacco della canzone napoletana. Volume Vol. 13

Almanacco della canzone napoletana. Volume Vol. 13

Antonio Sciotti

Libro: Libro rilegato

editore: ABE

anno edizione: 2024

pagine: 166

Capri: cent'anni di canzoni e festival dedicati all'Isola delle Sirene è un libro diviso in due parti, ognuna delle quali raggruppa tutte le melodie dedicate all'isola delle sirene nell'arco di un secolo (1890-1990). La prima parte è dedicata alla Capri festivaliera, o meglio al Festival di Capri che dal 1949 al 1956 ha rallegrato e movimentato il turismo caprese con tante belle melodie. Questa gara canora nasce addirittura prima del Festival della Canzone Napoletana e, come quest'ultimo, lancia moltissime canzoni napoletane al successo nazionale e internazionale. La caratteristica del Festival di Capri è che, eccetto le due ultime edizioni, assume tutte le caratteristiche di un'audizione di Piedigrotta perché organizzato da un'unica casa editrice, la Leonardi di Milano. Prende, però, i caratteri festivalieri perché le canzoni presentate gareggiano tra loro per aggiudicarsi la vittoria. Quasi tutte le edizioni lanciano al successo una canzone che, qualche volta, assume anche carattere internazionale. Così, se nella prima edizione, vince Me so' mbriacato 'e sole di Manlio e D'Esposito, in quella successiva trionfa Anema e core, una delle canzoni partenopee più tradotta nel mondo, sempre firmata da Manlio e D'Esposito. In scia, i brani 'Nu quarto 'e luna, 'O ciucciariello, Quanno staje cu mme, 'O cavalluccio, Suspiranno mon amour e altri. Fino al 1952 sono soltanto Scarola e Roberto Murolo, i cantanti-chitarristi più quotati del periodo (capisaldi del nuovo genere moderno sussurrato e confidenziale), che presentano al pubblico le nuove canzoni festivaliere, mentre dal 1953 si alternano Nilla Pizzi, Joe Sentieri, Luciano Glori, Marisa Del Frate, Laura Barbieri, Gino Latilla, Gloria Christian e altri. La casa editrice Leonardi propone nelle prime cinque edizioni molti brani che diventeranno di successo. Infatti, diverse di queste canzoni, successivamente al Festival di Capri, parteciperanno ad altre gare canore, spesso più prestigiose, come il Festival de la Chansonn Italienne di Parigi, altre a diverse colonne sonore di film (poi campioni d'incasso) e altre che, tradotte in tutto il mondo (in primis Anema e core, Luna caprese e 'Nu quarto 'e luna), assumeranno carattere europeo e internazionale. Sia nell'edizione del 1955 che in quella del 1956, la casa editrice Leonardi lascia l'organizzazione del festival all'Azienda Autonoma di Cura, Soggiorno e Turismo e il suo ruolo si riduce a quello di semplice concorrente, alla pari con altre case editrici. La prima di queste due edizioni è chiamata Primo Premio Capri della Canzone Napoletana, e si tiene nell'ambito della Canzone del Mare, nome assegnato al trofeo consegnato alla canzone vincitrice. La seconda edizione è chiamata Secondo Premio Capri della Canzone Napoletana & Primo Premio Capri della Canzone Internazionale e assume carattere internazionale perché il marchese Ettore Patrizi (commissario prefettizio dell'Azienda Autonoma di Cura, Soggiorno e Turismo) organizza tre gare distinte: quella delle canzoni in napoletano, quella delle canzoni in italiano e quella dei brani in francese, inglese e tedesco.
44,00 €

Pannarano e il Partenio: spigolature. Profilo storico sul paese caudino del poeta Niccolò Amenta

Pannarano e il Partenio: spigolature. Profilo storico sul paese caudino del poeta Niccolò Amenta

Virgilio Iandiorio

Libro: Libro in brossura

editore: ABE

anno edizione: 2024

pagine: 102

«Per riprendere l'introduzione suggerita dal Preside Virgilio Iandiorio, autore di questo testo sulla storia della nostra Pannarano, il titolo del libro, dice già, gentile Lettrice e gentile Lettore, che esso è una raccolta di argomenti attinenti alla storia del nostro paese, senza iniziare dalle origini remote, vere o fantastiche che siano, per finire ai nostri giorni. «La sequenza di eventi cronologicamente esposti cede il posto a singoli aspetti della storia di Pannarano», come scrive l'autore, «quali tra di essi siano più o meno interessanti è una valutazione affidata alla vostra discrezione di lettrici e lettori curiosi e attenti». Vale la regola, per chi ha voglia di leggere solamente almeno solo un capitolo che dal titolo gli potrà sembrare più interessante, valga il suggerimento che Alessandro Manzoni dà ai lettori de i Promessi Sposi, prima di parlare del Cardinale Federigo Borromeo: «Intorno a questo personaggio bisogna assolutamente che noi spendiamo quattro parole: chi non si curasse di sentirle, e avesse però voglia d'andare avanti nella storia [di Renzo e Lucia], salti addirittura al capitolo seguente». Ecco perché noi, seguendo il monito dell'autore, diciamo che «un romanzo va letto in sequenza, per non parlare di quelli gialli dove tutto si dipana come un gomitolo di lana; ma queste pagine di storia di Pannarano, sono dei riquadri, come in un polittico, dove cogliere l'unità dell'insieme è un compito affidato a ogni singolo spettatore/lettore, che sa collegare le parti più interessanti e quelle meno, le più piacevoli e quelle ininfluenti, naturalmente a seconda della sua sensibilità, dei suoi interessi e delle sue conoscenze». La divisione in capitoli, come dice il Preside, è funzionale alla creazione di momenti di pausa all'interno di un'unica narrazione; il titolo, poi, di ciascuno di essi fa quasi da introduzione a quello successivo, lasciando scorrere sotto i nostri occhi cosa si nasconde sotto il nome del paese e quando si è formato l'abitato. Ma tante sono le curiosità su Pannarano quando chiese lo status di camera riservata ai Re di Napoli e tante le curiosità, dal commercio dei pioppi alla tutela dell'ambiente, alle liti per l'acqua. Il testo si conclude con notizie sulla famiglia Caracciolo e una bella pagina di quando i napoletani sceglievano Pannarano per la villeggiatura» (Enzo Pacca Sindaco di Pannarano). Edizione aggiornata col patrocinio del comune
20,00 €

FU la peste: maghi, ciarlatani, taumaturghi, guaritori. Epidemie in Italia e nel Sannio dal Medioevo in poi

FU la peste: maghi, ciarlatani, taumaturghi, guaritori. Epidemie in Italia e nel Sannio dal Medioevo in poi

Emilio Bove

Libro: Libro rilegato

editore: ABE

anno edizione: 2024

pagine: 184

Sono trascorsi oltre due secoli dalla definitiva scomparsa della peste, eppure questa malattia rappresenta ancora oggi il simbolo assoluto del morbo mortale. Il più spaventoso, il più drammatico, il più terrificante di tutti. Nell'evo antico la peste era sinonimo di flagello mortale, di una grave calamità, di una catastrofe inesorabile, portatrice di morte e di sventure. Era la punizione che gli dei imponevano agli uomini responsabili di aver trasgredito ai loro voleri. Anche nel Sannio questa piaga era temuta come il peggiore dei mali che potesse capitare in una comunità. E di questo il nostro territorio conserva ancora intatte e le sue tracce. «Fu la peste 1656» è un'iscrizione che si trova incisa alla base di un portale in pietra all'ingresso della chiesa parrocchiale di Pietraroja: un paesino montano della provincia di Benevento, poco più di 500 anime residenti sulle pendici del massiccio del Matese nell'Appennino meridionale. Questa epigrafe è un vero e proprio frammento di storia e conserva il ricordo di un periodo vissuto dalla popolazione sannita e di un evento, minaccioso e forte, che sconvolse l'intera società sannita. Saxa loquuntur, dicevano i latini: le pietre parlano. Nei secoli passati, infatti, gli eventi più importanti venivano spesso affidati alle lapidi, impressi nella pietra per sottrarli all'oblio e per consegnare il messaggio alla memoria storica. Era questo, d'altronde, uno dei pochi strumenti di informazione che i popoli avevano con il futuro. Forse tra i più efficaci. Ma, da cosa scaturisce la necessità di comunicare un evento così drammatico, come quello della peste, con una modalità così importante, come quella di scolpirlo nella pietra? Indubbiamente tra tutti i flagelli, quello della peste era vissuto dalla società di allora con un misto di angoscia, terrore e rabbia. La paura non riguardava solo la possibilità di una morte atroce, evento molto frequente, ma anche le sue conseguenze sociali e finanziarie. Il tormento più grande era quello di non potersi difendere; non c'erano rimedi in grado di combattere il terribile morbo; rimaneva solo l'angoscia costante di perdere la vita, i propri averi, gli affetti più cari. Contrarre la peste significava sostanzialmente morire. E morire da disperati, senza alcun conforto, senza la vicinanza dei familiari e il più delle volte senza la possibilità di una degna sepoltura. Per fortuna, col tempo, molte cose sono cambiate. Proprio nel campo dell'infettivologia, la scienza medica ha fatto progressi da gigante e molte malattie non fanno più paura come una volta. Tuttavia, la peste esiste ancora. Così come esistono la tubercolosi, il colera, la lebbra, l'Aids e tante altre malattie infettive. Il pericolo, inoltre, è sempre in agguato, come dimostra la recente pandemia da Sars-CoV2 (Severe acute respiratory syndrome-Coronavirus2), meglio conosciuta come Covid-19. La storia dell'uomo, infatti, è storia delle malattie. E tra tutte, la peste si è sempre dimostrata la più terribile emergenza sanitaria: una calamità che si abbatteva ciclicamente sulla popolazione. Nel corso dei secoli si sono succedute innumerevoli pestilenze, molte delle quali in grado di provocare un collasso sociale, come la "morte nera" nell'Europa del XIV secolo, responsabile del decesso di quasi un terzo della popolazione dell'intero continente e che fu alla base di importanti cambiamenti sociali e culturali. Nell'Italia meridionale e nel Sannio l'epidemia più devastante fu quella del 1656, responsabile di una vera e propria catastrofe demografica. Il terribile morbo soggiornò a lungo nel Mezzogiorno, anche perché la scienza medica si dimostrò completamente disarmata nei confronti della malattia. Con l'avvento degli antibiotici ed il miglioramento delle condizioni di vita, oggi la peste non rappresenta più lo spauracchio di una volta. Ma quali sono le attuali conoscenze scientifiche su questa malattia?
28,00 €

Rinascenza rurale, le zone interne dal medioevo all'età moderna: rinascita nella evoluzione del mondo contadino nel Sannio Agreste

Rinascenza rurale, le zone interne dal medioevo all'età moderna: rinascita nella evoluzione del mondo contadino nel Sannio Agreste

Enzo Pacca

Libro: Libro rilegato

editore: ABE

anno edizione: 2024

pagine: 128

Un tempo molto, molto lontano, quando il mondo era dominato dalla magia e di notte intorno al fuoco sfavillante danzavano le janare, i boschi erano abitati dagli spiriti e nel silenzio delle tenebre si udivano gli ululati dei lupi mannari, al centro di tutto questo meraviglioso regno della fantasia e dell'incanto vi era il contadino. Il contadino era un uomo dedito al lavoro della terra, un vero custode della natura. Viveva in una piccola casetta rustica, circondata da campi rigogliosi e prati ammantati di fiori colorati. Il suo era amore per la terra e tutto ciò che essa offre era senza limiti, così come la sua saggezza e il suo spirito di osservazione. Ogni giorno, si alzava all'alba e si incamminava verso i campi, pronti ad accogliere i raggi del sole e a donare alla terra tutto il suo amore e i suoi sforzi. Piantava semi, curava le piante, raccoglieva frutti e verdure, sempre rispettando il ritmo della natura e ascoltando i suoi segreti. Ma la sua saggezza andava oltre il semplice lavoro del campo. Era un uomo di grande generosità e gentilezza, che spesso veniva consultato dagli abitanti del villaggio per i suoi consigli preziosi. La sua connessione con la natura gli permetteva di interpretarne i segni, di leggere nei venti e di comprendere i bisogni degli animali che lo circondavano. Il contadino rimane sempre umile e fedele ai suoi principi. Lavora la terra con passione e amore, considera ogni pianta e animale come un dono prezioso da preservare. Nonostante i tempi fossero cambiati e la magia iniziasse a sfumare nel mondo, il contadino rimase un faro di speranza, un ricordo vivente dell'antica connessione tra l'uomo e la natura. E così, anche quando il vento smise di portare il canto delle janare e i lupi mannari si ritirarono nel buio, il contadino continuò a diffondere la sua magia attraverso il suo lavoro e la sua gentilezza.
22,00 €

Ugo Pagano da Forenza magistro dei Templari: Vita del I° Gran maestro degli 8 Cavalieri del 1119 e dell'ordine del Santo Sepolcro

Ugo Pagano da Forenza magistro dei Templari: Vita del I° Gran maestro degli 8 Cavalieri del 1119 e dell'ordine del Santo Sepolcro

Arturo Bascetta

Libro: Libro in brossura

editore: ABE

anno edizione: 2024

pagine: 144

In una complessa guerra di religione si innesta la storia di Fra' Ugone, ovvero Ugo, figlio di Pagano del feudo di Forenza di Potenza, partito nel 1119 per Gerusalemme insieme a un altro cavaliere e creato difensore della via che conduceva al Santo Sepolcro. Dopo che gionsimo qua in Hierusalem io et Alessandro vostro figlio e mio cordialissimo fratello con altri Genthilomini nostri compagni, tra dieci ch'erarno io et Alessandro fummo eletti che andassimo a baciar la mano et far riverenza alla Maestà del Re Balduino con condolerci della morte del Sig. Duca Goffredo suo fratello et avendoli ragionato della nostra ferma deliberazione di havere a guardare et far sicuri tutti quelli passi per dove li fedeli Cristiani veneno a visitare lo Santo Sepolchro, et che sempre da assassini infedeli molestati et che da noi gentiluomini d'honore per l'amore di Nostro Signore Gesù promettemo d'osservare con voto di voler morire in ogni modo che mancare di farlo e tanto più che molti altri dei nostri concorrono a detta difesa. Da Sua Maestà fummo assai lodati et con abbracciamenti come veri figliuoli licenziati. Onde essendo noi quasi ogni dì a crudel battaglia con nemici della Santa Fede, Alessandro, essendo andato ad un aguaito con due suoi servitori e venticinque soldati se trovò di tal maniera intrigato che con havere usato lo suo valore de animoso gentiluomo contro cento infedeli assassini di passo, ottenne la vittoria di tutti fandoli passare per fil di spada. Però dei nostri morsero li due suoi servitori et cinque soldati, et Alessandro fu ferito in testa malamente che hoggi è passato da questa vita con infinito mio scontento. Però considerato che se ne è andato in Paradiso, resto assai consolato; è stato pianto da tutti per il suo valore, in specie dalla Maestà di Re Balduino; è stato sepolto in un tumulo di marmo con honore grande accompagnato dal re et infiniti Gentiluomini et soldati; mi comandò all'ultimo di sua vita che scrivesse a Vostra Signoria che restasse consolato per il volere di Dio Benedecto; però, signor zio, la prego ad havere pazienza et stia sicurissimo che l'havemo in Cielo, dove prega per tutti noi; ho scritto a mio padre in Nocera che mi faccia gratia venire a Rossano per consolare V.S. et a Madama Zia Hippolita, e a tutti nostri parenti et che tutti stiamo allegramente che Alessandro è vivo in Paradiso, e che trattando che mio padre non venerà le mando questa lettera acciocchè V.S. Madama Zia Hippolita vostra moglie et il signor fratello mio carissimo Anzoise, et tutti li parenti preghino Iddio per me, che se haverò vita venerò a starmi in Rossano per l'amore che porto a tutti. Ugo de' Pagani.
35,00 €

Il poeta amico dei cani, guide al Medioevo: Canes e altre traduzioni dal latino di Giovanni Darcio da Venosa

Il poeta amico dei cani, guide al Medioevo: Canes e altre traduzioni dal latino di Giovanni Darcio da Venosa

Virgilio Iandiorio

Libro: Libro rilegato

editore: ABE

anno edizione: 2024

pagine: 112

Mi accingo a scrivere la biografia di Giovanni Darcio, poeta venosino vissuto nel XVI secolo. Di lui sappiamo quello che ha scritto nella sua opera Canes, pubblicata a Parigi nel 1543. Era nato a Venosa, difficile stabilire l'anno; nella sua città si dedicò all'insegnamento, poi si trasferì in Francia al seguito del vescovo Andreas Richer. Di lui non sappiamo altro. Può sembrare un'impresa folle, come quella di cui parla Michel Onfray a proposito della biografia di Lucrezio: «Bernard Combeaud [amico del filosofo che aveva tradotto il De Rerum Natura] nutriva il progetto egualmente folle di scrivere una biografia di Lucrezio. Noi sappiamo che della vita di questo poeta non sappiamo nulla. Bernard però sosteneva che la frequentazione intima del testo gli aveva permesso di intravedere l'uomo e si proponeva quindi di raccontarne a suo modo la vita» (M.Onfray, Vivere secondo Lucrezio, Parigi 2021, tr. It. Milano 2023 p.12). Giovanni Darcio manifesta nella sua opera una conoscenza profonda dei cani, dell'arte di allevarli e di addestrarli, acquisita con l'esperienza diretta, come afferma in due punti nel testo (comperta loquor, cioè, io parlo con cognizione di causa). Dai suoi versi, perciò, traspaiono, come in controluce, i tratti della sua personalità. Non saprei dire quanta fede possa avere questa biografia di Giovanni Darcio, scritta alla maniera degli autori delle novelle storiche nei secoli XVII-XIX. Sul fondo di qualche verità ho tessuto una tela di parecchi avvenimenti, contemporanei e di certo patrimonio della sua cultura letteraria e della sua esperienza. Ad ogni modo potrà risultare di gradimento a chi legge vedere che le cose, che mi fingo narrate in prima persona dal poeta, poniamo che non siano realmente accadute, possono, però, risultare almeno probabili, perché i riferimenti ad esse sono avvenimenti dell'epoca del nostro poeta. Una full immersion nel passato, come ci hanno abituato a vedere con i ritrovati della più sofisticata tecnologia, e le diavolerie informatiche dei nostri giorni. Ma navigare nel tempo passato o futuro che sia e anche nello spazio vicino o lontano da noi, ha sempre attratto la fantasia dell'uomo. E penso alla Storia vera di Luciano di Samosata, vissuto nel secondo secolo d.C., un racconto fantascientifico di viaggi al di là delle terre conosciute ai suoi tempi, in cui i protagonisti arrivano addirittura a viaggiare nello spazio e ad incontrare i Seleniti, gli abitanti della Luna. Senza scomodare altri famosissimi poeti e scrittori che hanno scritto di viaggi al di là del tempo e dello spazio, ho immaginato di ascoltare dalla viva voce del poeta Giovanni Darcio momenti della sua vita, ricostruiti attraverso le poche parole che di sé ha scritto nelle sue opere, poche anch'esse. Ho immaginato di incontrare Darcio a Sens, nella cattedrale di Saint-Etienne, una delle più antiche cattedrali gotiche di Francia, di cui fu vescovo Richer, il suo patrono: ma per non disturbare eventuali funzioni religiose nel tempio, ci siamo portati nei dintorni di questo sontuoso edificio. All'esterno del capo-croce, infatti, si trova il giardino dell'Orangerie con le sue aiuole. Sono rimasto per molto tempo ad ascoltare la sua narrazione, storie della sua vita, e a registrare fedelmente le parole, come qui appresso si riportano. V. I.
55,00 €

Il femminicidio di Maria d'Avalos: la principessa di Venosa che non vide Montesarchio

Il femminicidio di Maria d'Avalos: la principessa di Venosa che non vide Montesarchio

Arturo Bascetta

Libro: Libro in brossura

editore: ABE

anno edizione: 2024

pagine: 136

Il pluriomocidio «maschilista» nelle cronache del Rinascimento. La collana sulle «Donne Reali» del Rinascimento si arricchisce con la ricostruzione del femminicidio di Maria D'Avalos, la più bella donna di Napoli. È l'epilogo del giallo che turbò l'Italia, nell'epoca dei delitti d'onore, dove s'allungano le liste delle amanti uccise ora con l'acqua di rosa, ora dritto al petto. L'arma utilizzata, sia essa un fioretto, un pugnale o un archibugio poco conta, perché quel che è necessario è lavare l'onta delle corna, come nel caso di Carlo Gesualdo, assassino conclamato, reo confesso al pari dei suoi servi, ma da tutti assolto. Eppure questo principino di Venosa, di soli 24 enne, premeditò il femminicidio della giovane moglie in ogni particolare, dalle porte chiuse a chiave per intrappolare gli amanti, ai corpi dilaniati da mostrare in pubblico. Certo è che la via sulla «misera morte» degli amanti D'Avalos-Carafa viene spianata da una miriade di indizi sulla bellissima Principessina di Venosa, corteggiata perfino da Giulio Gesualdo, zio acquisito e padrone di una miriade di feudi, da Gesualdo a Calitri, poi ereditati dal musico-assassino alla sua morte. Carlo infatti non possedeva che poco, essendo il genitore ancora padrone del Principato di Venosa. E fu proprio lo zio spione, amante solitario della bella moglie del nipotino, a spianargli la via della vendetta, confidando al consanguineo il posto di Chiaia dove gli amanti copulavano. Carlo appare smarrito, benché spesso a riposo nel suo stesso palazzo, dove il corpo della moglie veniva di nascosto posseduto dal Duca d'Andria. Almeno fino a quando ebbe predisposta l'imboscata, in accordo con altri cavalieri e parenti, pronto a profanare la reputazione della nobile famiglia legata al Vaticano, e non solo per la figura dello zio del Cardinale Alfonso, finito anch'egli additato per istigazione alla tragedia. La casata, l'amore focoso, le feste a Palazzo d'Andria e le serenate di Fabrizio sotto casa mentre Carlo dorme, fanno delle cronache e degli atti ufficiali dell'istruttoria, riportati in questo testo, una ricerca degna di tal nome che annulla l'amicizia fra le famiglie e punta sulla crudeltà della vendetta di un giovane che trascorreva le sue serate col prete musicista e la sua corte di armigeri, erari e servitori, pronti ora a battergli le mani per un madrigale, ora a uccidere al suo fianco. Le serrature bloccate, la scusa di andare a caccia, l'amante a letto in camicia da donna, e le grida del padrone di casa sulle corna in Casa Gesualdo prima di compiere il vile atto: gli elementi di un femminicidio efferato che si trasforma in giallo napoletano ci sono tutti e offrono al lettore l'ora della fine: le pugnalate di propria mano di quello che non solo fu il vile mandante del duplice assassinio, ma ne divenne l'esecutore materiale, per la necessità di accanirsi sui corpi senza vita. Gli atti della «Informazione» tratti dalla Vicaria, il processo scritto sulla scena del crimine, i testimoni, i tre esecutori materiali, e l'assoluzione finale di tutti, col placet del Viceré, riassumono questa storia nel dolore di una madre, costretta a spegnere la sua gioia davanti alle atrocità commesse dal nipote assassino della fanciulla più bella di Napoli. Quello di Maria D'Avalos fu un femminicidio in piena regola che Carlo Gesualdo avrebbe dovuto pagare con la massima pena di pluriassassino.
29,00 €

La cristianizzazione templare dei Pagano. Il milite di Florentia fondatore dell'ordine del Santo Sepolcro nella Gerusalemme del 1118: Hugo dei Pagani

La cristianizzazione templare dei Pagano. Il milite di Florentia fondatore dell'ordine del Santo Sepolcro nella Gerusalemme del 1118: Hugo dei Pagani

Arturo Bascetta

Libro: Libro in brossura

editore: ABE

anno edizione: 2024

pagine: 108

C'è confusione fra due omonimi: Ugo dei Pagani e Ugo di Champagne. In questo libro Bascetta comincia a rimettere ordine alle inesattezze sui Pagano, dimostrando che il primo Ugo dei templari era figlio del feudatario di Forenza in Valle Basilicata, la cui casata, benché francese, era in Lucania già da un secolo, ai tempi dei Lombardi di Re Corrado di Pavia, sceso alla conquista del Sud al fianco del Papa e contro il padre Imperatore, e quindi non c'entra con casi omonimi, specie quelli della champagne francese, tantomeno con quelli successivi di Nocera dei Pagani, da essi rifondata dopo la distruzione angioina di Lucera in Capitanata detta Nocera. Bascetta ripercorre la storia di Ugo fino alla morte, distinguendo i diversi ordini gerosolimitani, senza incorrere nell'errore di alcuni storici, specificando i diversi periodi di nascita di Templari, Gerosolomitani, Giovanniti, etc.
35,00 €

Attuari beneventani. Documenti sui paesi della Montagna di San Giorgio aggregata a Montefusco nella provincia di Principato Ultra Benevento

Attuari beneventani. Documenti sui paesi della Montagna di San Giorgio aggregata a Montefusco nella provincia di Principato Ultra Benevento

Arturo Bascetta

Libro: Libro in brossura

editore: ABE

anno edizione: 2024

pagine: 200

Documenti inediti anche su territori presso Torrioni, Tufo, Chianche, Chianchetella, Petruro, Pratola, San Giorgio, San Nicola. I comuni, partiti dal fortilizio di S. Angelo a Torrajoni, già prima del 1700, hanno dato autonomia politica a Castel Torrioni, Toccanise e Tufo, feudo che i Caracciolo di Avellino mantennero per secoli, onde evitare lo smembramento dello Stato feudale che aveva termine alle porte di Benevento. Cognomi di uomini che rivivono ad opera di una personale e sottile matita rossa e blu che ridisegna lunghe giornate fra vicoli e portoni, alla riscoperta delle nostre origini. Ma ciò che sono stati gli avi e ciò che avremmo voluto si confronta in una elaborazione di dati schiacciati dalla polvere caduta sui rogiti, per il non venir scrutati, pronti ad essere liberati e fluttuare nell'aria. E i risultati, sebbene di prima facie, premiano chi vuole scavare nel passato, scoprire il valore insostituibile della conoscenza e delle radici, spinto da un sapere vitale, all'affannosa ricerca di una identità che leghi l'avulso curioso al territorio, che lo intrighi al punto di immergersi nella stessa complessa articolazione del testo, diventandone protagonista, ora rinvenendo il suo nome, ora il suo cognome. Nulla di tutto ciò si avrebbe senza l'indagine investigativa condotta su cittadini, congiunti e conviventi, attraverso una breve, chiara e distinta sintesi sui beni immobili, e sull'attività esercitata, sulle tasse. Caratteristiche che non escludono la vivezza della enunciazione formale e la passionalità del piglio giornalistico, ogni volta che occorra, per annodare e poi snodare un sistema complesso, articolato, che appare ripetitivo e impossibile a studiarsi, che fornisce dati quasi mai letti e trascritti prima, secondo angolazioni asimmetriche che non si esauriscono certo in modo cronologico o con la mera elencazione, ma risultano godibili, per la ghiotta disponibilità di fatti, di evocazioni gustose e acute, annotazioni riferite alla nostra Montagna. Cosicché dalla trattazione non spunta il ventaglio delle considerazioni, non la cattiva abitudine degli storici locali dell'eccessivo consultare di libri consunti, che pure necessitano, ma la vivacità e il colore scavato nei tomi originali, fin oggi tenuti sotto chiave, ed ora tirati a lucido per l'occasione. Un merito che va tutto ad onore del nostro gruppo di lavoro, che si è sobbarcato con perizia e volentieri l'immane fatica, basato, ricordiamolo, sulla topicità e il costante scrupolo della trascrizione al fine di fornire conclusioni assolutamente di prima mano. Sono interventi, studi e note di chi ha capacità e amore per la verità, sulla scorta della primaria volontà di leggere una cosa mai scritta, senza entrare nel merito di punti problematici e magmatici. È lo spirito che ci accompagna su questi binari temporali, forse senza pathos da romanziere e con la volontà di sempre possibili e ammissibili approfondimenti, ma con la consapevolezza di aver restituito un sogno all'uomo che va alla continua ricerca delle proprie radici. È questo l'inedito pregio che siamo riusciti a cogliere e che ci ha distratto ed appagati, ma mai allontanati, solo rapiti dalla voglia di poter lanciare un fiore all'umano consorzio. È bello, anche se di rado, lasciarsi cullare da un alito di vento senza rincorrere i feticci di Papuasia e di Guinea ricordati altrove da Iannaco, a merito di coloro che non sono fuggiti, un po' per orgoglio, un po' per ideali, un po' perché prestati al servizio di valori rari. Sono quelli che insegnava senza mai stancarsi l'Antonelli, quando, qualche anno addietro, facendo un plauso a Bascetta, gli ricordò che è la rarità a ingenerare la preziosità in chi sceglie di stare dalla miglior parte.
55,00 €

Atti di notai su Ariano di Puglia: il massacro del 1861 sul Tricolle di Ariano Irpino

Atti di notai su Ariano di Puglia: il massacro del 1861 sul Tricolle di Ariano Irpino

Arturo Bascetta

Libro: Libro rilegato

editore: ABE

anno edizione: 2024

pagine: 114

Prefazione I moti del 1848 sono stati definiti "l'inizio delle rivoluzioni", perché misero in questione le strutture monarchiche in tutta l'Europa. Per quanto riguarda l'Italia il fenomeno più rilevante è dato dall'inizio concreto del Risorgimento. In particolare delle idee repubblicane di Giuseppe Mazzini, delle imprese dell'eroe dei due Mondi, Giuseppe Garibaldi e dalla concretezza di Camillo Benso Conte di Cavour. In questo splendido saggio storico, non si trova nessuna maledizione nei confronti di Garibaldi come farebbe pensare il titolo, Mannaggia a Garibaldi!, ma vi è al contrario una visione critica, severa, senza sconti sulle origini del Risorgimento. Lacuna che sarà certamente eliminata da questo lavoro che rappresenta un nuovo rapporto tra fatti, eventi, istituzioni, in cui però la nostalgia del passato non comporta il disperdersi della realtà, delle tradizioni molteplici nel tempo; non si fa promotrice di una nuova azione e di nuovi ideali possibili. A questo si associa la disciplina storica, che di quegli ideali e di quei principi si rende garante, senza cedimenti di sorta alle metamorfosi di revisionismo che accompagnano le forme deviate e devianti, spurie, del pensiero storico che a me piace chiamare pensiero critico. E tale è anche per Bascetta che con Omodeo è del parere che "la vera grandezza umana si afferma in discrimine rerum, nella possibilità di perdere e di trionfare, di fallire e di riuscire". E' il motivo alla base di queste pagine. Al centro dell'attenzione del Nostro, come detto innanzi, resta Avellino, a cui Bascetta è molto legato e di cui a me sembra addirittura innamorato per il suo scovare documenti, diari, racconti autobiografici e nomi che riguardano questa blasonata e antica città dei Due Principati, della quale molti cittadini sono stati autori di cose nobili e non, di fatti eroici e di intraprese in una con intrighi, false testimonianze, tutte cose che, nel complesso, le fanno onore. L'Autore in questa sua opera, come in tante altre ricostruzioni storiche, sa bene che il "processo compiuto", tetelèsmonon, sfugge per principio alla diretta conoscenza del soggetto umano per il quale è possibile solo una "conoscenza congetturale", dòkos. Del resto il primo frammento di Ecateo, il famoso storico di Mileto, recita: "Scrivo quanto segue conformamente alla mia ricostruzione congetturale della verità". E Bascetta, come il primo celebre storico antico, può dire che non pretende di aver conosciuto direttamente la "verità", ma semplicemente di averla ricostruita, a partire dai dati da lui pazientemente e sagacemente raccolti. E', questo, un ulteriore merito dell'Autore di un succoso libro, il quale, con la sua fecondità e creatività, rifiuta la storia semplicistica che si ferma alla superficie degli avvenimenti, una storia che fa dipendere tutto da un solo fattore, che si basa su analisi troppo eclettiche e che si smarrisce nella molteplicità delle circostanze: la narrazione sistematica che non distingue tra motivi e cause. Il Nostro ha una concezione profonda e diversa della storia, che spezza la crosta dell'interpretazione critica povera e sclerotica, quella che è stata giustamente definita pseudo-storia. Bascetta, seguendo Marc Bloch, "di fronte all'immensa e confusa realtà", fa la propria scelta basandosi non sull'arbitrio, bensì nell'analisi scientifica del documento che gli consente la ricostruzione e la spiegazione del passato. Esamina, analizza, scruta fatti ed eventi, ciascun individuo, noto o ignoto, che svolge la sua parte nella vicenda storica, anche con ipotesi e congetture, ma soprattutto con un lavoro delicato e appassionato, che, in sintesi, è il suo pregio maggiore.
29,00 €

Atti di notai della valle beneventana: i notai dell'archivio, Scannaggio a M. Miletto, Viri a S. Angelo a Scala, Laverde di Pietra e i 4 asini, Cutillo di Oppido Pago, il disangro di Foggia, primae noctis del principe di Venosa a M. Fredane

Atti di notai della valle beneventana: i notai dell'archivio, Scannaggio a M. Miletto, Viri a S. Angelo a Scala, Laverde di Pietra e i 4 asini, Cutillo di Oppido Pago, il disangro di Foggia, primae noctis del principe di Venosa a M. Fredane

A. Barbato

Libro: Libro in brossura

editore: ABE

anno edizione: 2024

pagine: 120

Sono ricerche su San Giorgio del Sannio e Montefusco con i luoghi medievali di S.Angelo, Civitate S.Pietro a Sala e dell'abbazia beneventana di Venticano, che si dice Denticano quando insieme a Campanariello non erano che luoghi di pertinenza di Montefusco, il cui territorio comunale aveva termine a Calore compreso, luogo sull'attuale fiume Calore, all'epoca detto Calore Vallone. Montefusco aveva quindi inizio a Torrioni e termine a Castel del Lago, col palazzo di Federico II sul confine di Apice, fino al tratto dell'appiana Strada Regia per Casalbore, lungo il fiume Calore, cioè a Ponte Appiano, dove l'antica Via romana riprendeva il cammino per collegare Paduli a Lucera ancora nel 1500. C'è da dire che i primi atti notarili conservati all'Archivio di stato di Avellino, provengono da rogiti di notai ignoti che appaiono di stanza a Sanseverino e a Montefusco. Il notaio è Ambrogium de Vivo di Santo Severino. Nell'anno 1506, è per esempio col giudice Pastorano fuori le mura di Sanctj Severini, busta, l'anno dopo apud fora casali Pandula sempre a Sanseverino.1 A Natale del 1510 è poi lo stesso notaio a far notare un cambiamento. Nel fascio attesta il nuovo rogito scritto sub anno a nativitatis dominj 1510 (l'anno comincia il 25 dicembre), regnante ….catolici... Ferdinando de Aragonia dei grazia rege haragonum et utriusque Sicilia, citra et ultra farum. Regno vero ej hujus regni sicilia citra farum anno octavo feliciter amen. Dominici quoque in dicta terra Sancti Severini. In questi anni il Geronimo de Vivo, scrive apud Terra Prata, Terra Prato alias Prata…. Poi Terre Serini e poi Santi Severini. Altro fascicolo stessa busta 5846, anno 1516, leggibilissimo, è apud forum Serini. Nos Ambrosino de Vivo di santo severino judex ad contractus et litteram Jeronimus di Vivo de eadem Terra Sancti Severini publicis in regno sicilie.2 Nel secondo faldone della busta 5845 è sempre il notaio Ambrogio de Vivo che scrive. Mentre nel fascio racchiuso nella Busta 5847, riferito all'anno 1530, sarà il figlio notaio Geronimo de Vivo de Santo Severino, quando ormai siamo sotto il Regno di Carlo V da 15 anni, cioè a far data dal 1515. In realtà questi notai De Vivo sembrano circoscritti a Serino, ma a far data dal 1538 non mancano certo i documenti su Montefusco dove scrive un notaio anonimo 'itinerante' in quanto i suoi atti vengono redatti anche a Sanseverino. Ciò che penso è sempre frutto di un ragionamento a posteriori, mentre a me è sempre piaciuto l'esito delle carte. Perciò, stando agli atti notarili, nel 1538, alla 12esima indizione vescovile, ai tempi di Carlo V e della madre Giovanna La Pazza, cominciamo col dire che se Denticano e Calore erano frazioni di Montefusco, lo era anche Pietradefusi, perché risulta come luogo abitato del tenimento di Montefusco, cioè un Casale.3 Varrebbe la pena fare un distinguo fra Montefusco città e Montefusco Terra propriamente detta, cioè fra la Montagna della Civitate dei Casali (che è una cosa) e il feudo di Montefusco (che è altra cosa).
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Enrico Caruso da Napoli a New York. Figlio di operai del cotone emigrati da Piedimonte d'Alife, Anna Baldini e Marcellino Caruso con atti inediti sui familiari

Enrico Caruso da Napoli a New York. Figlio di operai del cotone emigrati da Piedimonte d'Alife, Anna Baldini e Marcellino Caruso con atti inediti sui familiari

Giuseppe Castrillo

Libro: Libro rilegato

editore: ABE

anno edizione: 2024

pagine: 120

Questo libro è nato dalla collaborazione di due studiosi: Enzo Altieri e Giuseppe Castrillo. Il primo ha rivisto e rimaneggiato la sua tesi di laurea in "Canto" Canzone Classica Napoletana e ha voluto riproporla in un volumetto di agile lettura, che avvicinasse il grande tenore Enrico Caruso ad un pubblico più vasto. Il secondo riprende due racconti "fantasiosi" che rinnovano il mito del "re del canto lirico". In realtà le due parti del libro sono contigue. Si passa dalla vicenda storica di Caruso, alla ricostruzione del rapporto affettivo tra il tenore e la sua terra d'origine. I fatti narrati nei racconti sono di pura invenzione. L'autore ha semplicemente voluto riproporre un ambiente culturale, la dimensione di un paese nel passaggio tra Ottocento e Novecento, e ha cercato di immaginarsi la nostalgia del tenore per la terra d'origine dei genitori. Si diceva "parti contigue", e giustamente perché anche la ricostruzione storica, curata da Enzo Altieri, non si chiude senza lanciare uno sguardo sui racconti popolari che provvidero ad arricchire il mito di un tenore che Piedimonte ha sentito sempre come un suo figlio.
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