ABE
Enzo I Re di Sardegna prigioniero a Bologna. Il figlio di Federico II nato a Cremona
Anna Barbato, Sabato Cuttrera
Libro: Libro in brossura
editore: ABE
anno edizione: 2024
pagine: 150
Bologna era in festa per la sconfitta del Re svevo e il carroccio metteva allegria per il bottino reale: Enzio, il figlio di Federico II, era finito bottino dei Bolognesi. Tutti esultavano lungo il percorso fatto fare al prezioso prigioniero e già sfoggiavano il vestito a festa. «Terminava la sì decorosa entrata il pretore lieto e giulivo, un bel palafreno bianco cavalcando, rivestito di porpora, onorato da' suoni, e canti. La moltitudine del popolo fuor di città uscito per esser a parte di tanta festa, la non si può ridire, prendendo tutti oggetto, e di stupore, e di allegrezza. Fissavano gli occhi in ispezie sopra il Re Enzo, il quale d'anni intorno a' venticinque, bello della persona, tutti attirava a sè i riguardanti». I suoi capelli biondi lunghi quasi fin a cintola, e il complesso tutto della di lui corporatura alta e gioconda, muovevano ancora a tenerezza, e pietà. La cosa «compassionò alcuni, come nelle disgrazie intervenir suole, in ispezie i bolognesi dolcissimi e gentilissimi, tanta sua disgrazia. Tanto è vero, che anche ne' nimici la sfortuna di persone di merito muove a compassione». Bologna era diventata il simbolo della libertà per i Guelfi di tutte le nazioni. «Può ognuno immaginarli quanto andò per le lingue tutte di Europa la sorte felicissima di Bologna, non potendo che recare stupore, come una sola città giunta fosse a tal altezza di fortuna e gloria. Egli è questo il tanto strepitoso avvenimento alquanto diversamente narrato da Matteo Paris, volendo che Enzo unito a cremonesi e reggiani scorresse i confini de bolognesi a loro danno, onde questi posti in agguato, mentr'egli incautamente n'andava, al Ponte di S.Ambrogio l'attaccassero, che fatto prigione con incirca ducento soldati e molti reggiani, e cremonesi fosse con essi condotto a Bologna, dove all'arbitrio de loro nimici crudelmente assai essendo trattati per ottenere qualche alleviamento, diedero diciottomila lire imperiali. Sia quei ch'egli vuole, certo è non potersi ciò accordare per quello Enzo riguarda, note essendo le tante spese, con principesca liberalità, fatte dal Comune per trattarlo da suo pari».43 Al Re, insomma, non sarebbe mancato il necessario e fu vera neppure la storiella allegorica che era stato tradotto in una vera e propria gabbia. Bologna e Modena, città confinanti, «quando l'Italia tutta era in fazioni divisa, di contrario partito, ebbero insieme in varj tempi pertinacissime guerre».44 Certo è che stupiscono il fatto che sia toccato ai Bolognesi far prigioniero Re Enzo, quando la guerra era fatta da collegati, e principalmente voluta dai Bresciani. Biancardi riporta Manfredi per figlio naturale avuto da Bianca, madre di cinque spuri, tra i quali anche Enzo, perché pare che il nascituro abbia visto la luce nell'anno in cui Federico fu sposo di Jolanta o Beatrice, e quindi non già di Bianca. Fatto è che al piccolo fu mutato il nome di Arrigo in Enzio, alla tedesca, dovendolo distinguere dall'altro suo fratello già chiamato Enrico. Raffaello Morghen, nel corfermare essere stato un figlio naturale, dice che «non sappiamo l'anno della sua nascita, né il nome della madre, che solo in fonti tarde è identificata con Bianca Lancia dei conti di Monferrato». In effetti, incalza Don Celestino, «nulla sappiamo della di lui fanciullezza, né con qual maniera allevato». È il giovane erede degli Hohenstaufen, confuso con l'omonimo fratello Enrico, quello che morì a Bologna nel 1272, seguito dalla disfatta del Regno di Gallura. Per tutti, sebbene prigioniero, fu sempre il biondo Re di Sardegna, l'unico sovrano di quelle regioni che aveva abbandonato nelle mani della moglie.
L'abbazia di san Silvestro in oppido S. Angelo a Scala: i 12 abati mitrati di Sannio e Molise rifondati dall'obituario del S. Spirito in Benevento. Volume Vol. 2
Arturo Bascetta
Libro: Libro rilegato
editore: ABE
anno edizione: 2024
pagine: 120
Il Chronicon S.Sophie, a dire di Berteaux, porta «in testa un obituario che va fino all'anno 1137, in cui gli ultimi anni, dopo il 1119, son dovuti ad una mano diversa da quella che scrisse le altre note. Non si tratta punto di un obituario, ma di tabelle di anni nelle quali son registrate alcune note cronologiche e alcuni avvenimenti storici importanti».1 Le carte giunte fino a noi, purtroppo, si riferiscono solo al periodo della nuova Urbe, quello seguito alla rifondazione della città e dei paesi, da una parte all'altra della diocesi, dopo il catastrofico sisma del 1348. Assistiamo cioè al solo riassetto post nascita di più arcidiocesi, compresa quella napoletana, che diede vita al nuovo Regno di Napoli, quando finalmente anche la Signoria della Regina di Sicilia Ultra e Citra, Giovanna I d'Angiò, divenne sede metropolitica. Berteaux diceva infatti che l'archivio del monastero di S.Spirito si conserva «in gran parte» nell'Archivio Comunale di Benevento, ma che «le carte cominciano dal 1356», essendo andate perdute quelle precedenti.2 In buona sostanza, l'Obituario Beneventano, pur rifacendosi a notizie che nel concreto partono dal 1160, osservando la frammentaria documentazione pervenuta, sembra apparecchiato in una forma più vicina a noi, che ci riporta alla solita data della rifondazione post sisma, cioè dal 1349 in poi. Esso «consta in tutto di centundici carte (le ultime due non numerate), le quali sono riquadrate e rigate e misurano mm 185 di larghezza per 260 d'altezza».3 Sebbene siano state spostate di posizione e ricucite ora alla rifusa, ora secondo un nuovo schema che ruotasse intorno alla nuova Benevento e non più all'ex urbe Vetere, lo studioso affermò che anche la numerazione «fu fatta con molta probabilità nel sec.XVII, quando fu nuovamente rilegato il volume, come può desumersi dalla scrittura». Così Garufi: - Nessuno indizio ho potuto rinvenire che faccia pensare ad una numerazione più antica.4 «Oltre i fogli di risguardo, si notano otto quaternioni, un ternione e tre quinternioni, la c. 3 è rilegata per mezzo d'una striscetta di pergamena. E' da ritenere però che originariamente ques a c. 3 abbia avuto la sua rispondente nella c. 28 che manca, in modo da riunire i primi tre quaternioni. Questa congettura, a mio avviso, non ammette alcun dubbio. La datazione dei mesi, che comincia colla c 411, procede regolarmente». 1. S.Agata [Gothorum, cui unitus episcopatus Sessule]. 2. Avellino [suffraganea cui nunitus episcopatus Fricenti aeque principaliter, cum episcopatibus Aqua putrida, e Quintodecimo]. 3. Larino [suffraganea]. 4. Monte Corvino. 5. Volturara [unita a M.Corvino, suffraganea]. 6. Monte Marano [suffraganea]. 7. Lesina. 8. Limosani. 9. Bovino o Bivini [suffraganea]. 10. Auscoli [suffraganea, cui unitus episcopatus Ordona]. 11. Ariano [suffrganea, qui regie presentationis est]. 12. Frigento. 13. Trivento. 14. Bojano [suffraganea cui unito episcopo Sepini]. 15. Alife [suffraganea]. 16. Telese [suffraganea]. 17. Trivico [o Vico, suffraganea]. 18. Tortivoli [o Tortibuli]. 19. Ferentino [o Florentino]. 20. Lucera [suffraganea, cui unitus episcopatus Florentinus, ac Turtibulensis]. 21. Termoli [suffraganea]. 22. Civitate [unita a S.Severi, suffraganea]. 23. Dragonara [unita a S.Severi, suffraganea]. 24. Guardia [Alferia, suffraganea]. [25. Exemputs est Triventinus episcopus, qui concilium proovinciale Lancianense elegit. 26. Troiano vero episcopus, etiam exemptus, Beneventano provinciali concilio dumtaxat, utpoté eligens, interferre tenetur. 27. Tenetur abbas abbatia S.Lupi Metropolitano Capitulo unite 28. Abbas generalis Montis Virginis e 29. Commendatarius Oppidi Alberone sacra jerosolomitana religione. Dice De Nicastro che «reliqui, qui trigesimum ac secundum explebant numerum, episcopi, sunt»: 30. ex Tocci 31. ex Sessule 32. ex Ordona 33. ex Quintodecimi Aqua Putrida 34. ex Sepini. 35. ex Troja ac Biccari.
Storia della Piedigrottissima: la Napoli festivaliera degli anni Cinquanta (1957-1973)
Antonio Sciotti
Libro
editore: ABE
anno edizione: 2024
pagine: 126
Lo spettacolo di Piedigrottissima nasce per iniziativa di Renato Barendson, presidente dell'Ente Provinciale del Turismo (E.P.T.) che, rivalutando la festa di Piedigrotta dal punto di vista turistico, si sofferma sull'importanza della valorizzazione e diffusione delle nuove canzoni napoletane su scala nazionale. Per questo motivo, in collaborazione con la Rai, patrocina la Piedigrottissima, ossia la presentazione a un pubblico nazionale delle più belle canzoni di Piedigrotta. L'Ente, per raggiungere lo scopo prefissato, chiede il supporto delle sette più importanti case editrici del momento (Acampora, Argoss, Bideri, La Canzonetta, Cioffi, Giba, Di Gianni) che, durante il corso della festa di Piedigrotta, hanno presentato le loro nuove produzioni. L'idea dello spettacolo nasce dopo le movimentate vicende dell'ultimo Festival della Canzone Napoletana tenutosi nel mese di maggio. Infatti, in seguito alle accese controversie nate con la Rai si è tentato di risolvere il problema della radiodiffusione della canzone napoletana proprio con l'istituzione della Piedigrottissima. In altre parole, le polemiche nascono dal fatto che la canzone napoletana scritta da autori partenopei è ghettizzata a favore della canzone dialettale scritta da autori settentrionali. Alle forti accuse, la Rai si è sentita obbligata a rivedere il suo programma di radiodiffusione ed ha effettivamente accertato che su 600 canzoni napoletane trasmesse nel 1956, soltanto 64 sono quelle scritte e musicate da autori partenopei. Da questa polemica, Renato Barendson in collaborazione con Pino Bianchi, presidente dell'Associazione Canzoni di Napoli, lancia l'idea alla Rai di pareggiare i conti istituendo la Piedigrottissima, ovvero uno spettacolo che permetta la radiodiffusione di canzoni napoletane piedigrottesche scritte, con schietto spirito partenopeo, da autori nati nella città canora. Così, per la realizzazione di questo spettacolo, l'E.P.T. si rivolge agli editori partenopei che, grazie alle audizioni di Piedigrotta, tengono sotto contratto i più rinomati autori napoletani. Inizialmente aderiscono al progetto ben nove case editrici, poi ridotte a sette per due forfait. Da questa richiesta, la Direzione Generale della Rai organizza innanzitutto il programma radiofonico Piedigrotta Napoletana 1957 da trasmettere sul secondo canale, per il lancio di 27 canzoni, 3 per ogni casa editrice organizzatrice di spettacoli di Piedigrotta, a scelta della casa stessa. Il programma viene replicato ben 15 volte, in modo da assicurare un lancio sufficiente all'affermazione delle canzoni. Parallelamente a tutto ciò, Renato Barendson, oltre alla rubrica radiofonica, chiede alla Rai pure lo spettacolo televisivo Piedigrottissima che raccoglierebbe il meglio della nuova produzione piedigrottesca e che, grazie alla tv, si creerebbe un nuovo efficace strumento per la valorizzazione e la diffusione della canzone napoletana. Il presidente comunica alla Direzione Generale che di questo spettacolo provvederebbero per la produzione e l'organizzazione le stesse case editrici, eventualmente attraverso il contributo dell'E.P.T. La direzione della Rai in un primo momento esclude che la Piedigrottissima televisiva potesse rientrare nel piano economico ed artistico della produzione prevista fino a settembre. Poi, considerando che avrebbe dovuto soltanto mettere a disposizione le telecamere e il proprio personale per la ripresa, mette al vaglio anche la possibilità di una ripresa televisiva. Alla fine, cedendo alle pressioni, viene programmata la prima rassegna televisiva dedicata a Piedigrotta.
Carlo V tra Napoli e Firenze: l'arco trionfale, il viceré e l'amicizia col duca di Firenze e il Merliano Da Nola
Sabato Cuttrera
Libro: Libro in brossura
editore: ABE
anno edizione: 2024
pagine: 172
Per arrivare a Napoli Carlo V percorse la via Antica Major che da Salerno, risalendo Cava, e passando per Nocera e Sarno, giungeva a Pompei, che, non essendo stata rifondata, era territorio di Scafati e Castellammare, chiamata antica Stabia, per alloggiare nella futura Portici, presso l'antica Laucopetra. L'Anonimo: - Camminò poi innanti, et vidde Nocera delli Pagani, vidde il fiume Sarno, et scoverse il gran Monte Vesuvio, famosissimo per il suo incendio anticho. Et per la generosià delli vini grechi et latini, che producono le sue nobilissime vite, et venne alla pianura della Torre della Nunciata, et da man destra vidde le rovine dell'antica Stabia coverta dall'incendio, et dalla cenere del Vesuvio, ne ni mancorno persuni che del tutto non li dessero raguagli con gran piacere di sua Maestà et dalla Sinistra vidde il mare della Città de Castiello à Mare de Vico, et di Sorrento, et Massa, et scoverse l'isola di Capri. Et passato che hebbe le Pietre Arse, scoverse, e vidde l'Isola d'Iyscha, Procida, Miseno, Nisita, et il bel Capo de Posilipo, et poi scoverse la bile, et gran Città de Napole con li suoi felici colli, le castella, et il Porto; ma perche li Teatri, gl'Archi, li colossi, e gl'altri apparati p er l'intrata di Sua Maestà non erano compiti, Sua Maestà per dar sodisfatione à quella Città per favorire Berardino Martirano Secretario del Regno gentilhuomo cosentino di candide, et scelte lettere, et di costumi nobilissimi ornato, et di tal favore benemerito, restò servita d'alloggiare nella sua picciola villa di Leucopietra, vuolgarmente detta Pietra bianca, et nella corte di questa dormire. Quel delizioso luogo è presso il mare lungi da tre miglia da Napoli, di dovve se posseno vedere, et scoprire tutte le bellezze del bel sito dell'anticha Partenope, et tutto il mare craterico, anticho albergo delle favolose Sirene, ivi è vicino il Monte Vesevo dalla cui radice insino al mare e dalla destra alla sinistra have una larga e lunga pianura, che insino al fiume Sebeto se stenne, dove sono superbi edificij amenissime volle, deliziosi giardini, fruttiferose possessioni et campi fertilissimi, ove se fanno generosi vini latini, et grechi eccellenti....
Forentum restituita. Ricerca archeologica nel territorio di Forenza
Pasquale Di Carlo
Libro: Libro in brossura
editore: ABE
anno edizione: 2024
pagine: 103
Impostare una ricerca archeologica sul territorio di Forenza (Pz) è risultato da sempre un'operazione urgente e prioritaria per comprendere e delineare i tratti essenziali delle società storiche che si sono evolute in rapporto ad un ambiente che, da tempi remotissimi, disponeva di tutte le premesse per favorire uno sviluppo socio-economico competitivo delle società protostoriche dell'Italia. Basterebbe questa semplice premessa per comprendere quanto sia gravosa l'assenza della ricerca archeologica in un ambito territoriale che ha in sé grandi possibilità di restituire quei dati qualitativamente utili alla ricostruzione storica. Sembra subire un torto più grande la storia di Forenza, quando, nella metà degli anni Ottanta, venne " battezzata" la Forentum-Lavello, in un celebre convegno, tenutosi a Lavello e presieduto dall'allora Soprintendente alla Archeologia della Basilicata Angelo Bottini. In effetti questo avvenimento ha smosso alcune coscienze di certi studiosi locali e ha contribuito a riaccendere l'interesse per l'indagine storica nel territorio forenzese; di fronte due mondi e due saperi a contendersi la palma assoluta dell'attendibilità scientifica, quello storico-archeologica e quello storicoletteraria. Questa dicotomia sembra essere il riflesso di un'epoca: l'indagine storica soffriva ancora la distanza esistente tra i differenti campi del sapere, mancava la collaborazione e il lavoro d'équipe. Nelle acquisizioni storiche, se le fonti letterarie vanno riconfermate dai dati archeologici, bisogna aggiungere che miserrima appare quell'archeologia, che da una parte si proclama banditrice di scientificità, mentre, dall'altra, antepone il dato interpretativo all'epistemologia; e la Soprintendenza 9 Archeologica della Basilicata di questa colpa si è macchiata: aver tentato in modo estenuante, attraverso decenni di pubblicazioni, di utilizzare un dato erroneo, derivato da un'imprecisa lettura dell'ormai noto testo epigrafico pubblicato da M. Torelli nel 1969 1 , per ricavarne un dato della geografia storica, ancor oggi per niente chiarito: l'individuazione di Forentum nel territorio di Lavello. Il peso del confronto che questo dato epigrafico deve reggere nei confronti di una ricca letteratura, orientata ad ubicare Forentum nel territorio di Forenza, è insostenibile. Questo lavoro pertanto non è tanto finalizzato specificatamente a localizzare la Forentum antica nell'area in cui ricade l'attuale comune di Forenza, quanto dare un primo passo per realizzare strategie d'indagine che questo territorio attende. Per impostare la ricerca seguente nel comune di Forenza, mi è apparso d'obbligo introdurre una breve trattazione della storia antica del comprensorio del Vulture-Alto Bradano, allo scopo di delineare i caratteri comuni e peculiari delle società storiche che hanno condiviso il medesimo territorio e che hanno riprodotto il medesimo apparato ideologico attraverso i sistemi di auto-rappresentazione in loro possesso. L'immagine di queste società sono desumibili attraverso i corredi funerari. Troppo scarse sono ancora le conoscenze in nostro possesso sugli abitati. Fare interagire le diverse discipline che possano contribuire alla ricostruzione storica, ci metterebbero di fronte a nuove discussioni e a nuove problematiche, svelandoci molte volte nuove strade che conducono spesso a risultati inaspettati; si pensi ai dati dell'antropologia fisica che la Cipolloni Sampò 2 ha spesso messo in relazione con i dati archeologici della cultura materiale, raggiungendo risultati ammirevoli per la ricostruzione delle società passate.
Il pupo incoronato console imperiale: Federico II re d'Italia e principe di «Teate» nella Lecce del 1194. Dalle Università delle città imperiali, ai figli dell'Imperatore di Svevia
Arturo Bascetta, Sabato Cuttrera
Libro: Libro in brossura
editore: ABE
anno edizione: 2024
pagine: 116
Quando stette per nascere Federico II il papa aveva già quasi posto fine al disegno criminoso dei predecessori di spogliare l'antico Principato dei greci e di far nascere una Civitate Dei per sovrintendere sulle diocesi in costruzione, quelle nate proprio dall'annessione dei distrutti e dilaniati territori delle diaconie greche. L'urbe vaticana di Viano, in Laureto, ancora stette per scippare ai greci l'urbe pagana detta Civitatense per far nascere la diocesi di Larino. Anche S.Angelo di Canosa divenne vicaria templare, quando fu costruita la nuova sede di Barletta che ne assorbì beni, territori e primaziato. S.Marco in Lamis si ritrovò così staccato dall'ex S.Angelo, che a sua volta venne detto dai nuovi proprietari papalini S.Giovanni in Lamis, ma non era altro che l'ex Civitate delle Terre Beneventane, relegando i greci nell'ex urbe S.Maria in Lama, l'unica rimasta ai greci, e non ai latini, perché simbolo del paganesimo. Furono quindi i Templari a richiamare l'Imperatore per sconvolgere la geografia storica, più che per mettere ordine in Puglia, spostando la sede del Principato Apulia di rito misto da «Berola» di Canosa a «Baruletta», dove si praticò il solo rito latino, cambiando la geografia storica della città-stato dell'Apulia, Urbe Principato a Vetere, fondata da Ruggero Borsa presso i ruderi della Reggia paterna del Guiscardo (e rasa al suolo dal sima del 1088), prima di essere ricacciato a Salerno dal fratellastro Boemondo, rimasto fedele solo al Vaticano nella guerra del 1101, che ripudiò anche la matrigna Sichelgaita. Le 30 Terre di mezzo di Puglia e Lucania furono quindi lasciate ai templari di Canosa, mentre nasceva Barletta, mettendo le mani dall'Adriatico al Golfo di Policastro, prima di partire per la liberazione di Gerusalemme. All'Imperatore, intanto, fu promessa la corona longobarda di Re d'Italia in Pavia, quella dismessa dell'originario Principato Regio barolitano e canosino, e forse quella di Duca pontificio, essendo stato rifondato il seggio nella provincia ducale di Nova Barletta, quindi Re d'Italia, Principe e Duca di Puglia. Fatto è che Enrico VI appare contrariato e impone ai suoi Balbani e Svevi di prendere sia la Neapolis e l'isola di Sicilia, perché vuole tutto, a cominciare dalla corona appartenuta al padre della moglie. L'Imperatore non solo pretende Pavia e la Puglia, ma il Regno di Sicilia Ultra e Citra, contro Tancredi e i parenti della moglie Costanza. Da qui lo stop imposto dai papalini di Sanseverino, conte di Tricarico, che occuparono il Bradaro, alla morte di Re Tancredi, per dichiarare Lecce giustizierato vaticano soggetto a Capua e congelare con le armi quel Principato, senza il possesso del quale sarebbe stato nulla il titolo di Re di Sicilia Ultra. Intanto l'Imperatore si prese la Sicilia Citra e l'ex Regina Sibilla e Guglielmo III sono costretti a cedere il trono di Palermo, invasa e spodestata dai parenti che si autoincoronarono Re di Sicilia Citra, costringendo l'ex Regina Sibilla a sposare il fratello del sovrano svevo: ora era Costanza la reggente dell'Imperatore, pronto a ripartire per sedare le rivolte in Lombardia, contraria alla corona. Ma la sovrana aspetta un figlio e riparte anch'ella per Jesi, col tesoro trasportato da 30 muli, dove nascerà il frutto del suo grembo, Federico II, affatturato da Mago Merlino, tale che il cronista Salimbene, lo dirà «figlio al beccaio». La morte dell'Imperatore rasserena gli animi appena aizzati in Sicilia, ma Costanza, per restare tranquilla, decide di lasciare i regni al figlio e la di lui tutela al papa.
Enrico Caruso da Napoli a New York. Figlio di operai del cotone emigrati da Piedimonte d'Alife
Giuseppe Castrillo
Libro
editore: ABE
anno edizione: 2024
pagine: 120
"Il legame tra Caruso e la canzone napoletana è una componente essenziale della cultura di Napoli da più di un secolo, tanto è vero che il tenore continua ad essere ascoltato e celebrato ancora, specie quando la sua voce si lega alle canzoni in lingua napoletana. Preferisco parlare, come ormai fanno tutti gli studiosi seri, del "napoletano" come di una lingua, non solo perché è stata parlata ed è ancora parlata da un intero popolo, quello che molti storici fino all'Unità d'Italia indicavano con le parole «nazione napolitana», non solo perché è stata lingua di una corte e di un regno, perché fu adoperata da scrittori, ma perché essa ha i connotati di una vera lingua, con una sua grammatica ed una sua sintassi, con una varietà lessicale sterminata; e, infine, perché è capace di assimilare e riproporre termini di ogni settore del sapere. Scrivere di questo legame, significa approfondire il profilo umano e professionale del grande tenore e cogliere, nel suo canto e nella sua ispirazione, visto che fu anche compositore nella lingua napoletana, la presenza dell'essenza, dell'anima e della vita napoletana. Ma significa anche cercare di scoprire le interconnessioni segrete tra l'artista e il mondo in cui è nato e si è formato, fare il bilancio di quei lasciti che, a volte, non si possono documentare ma che fanno parte del patrimonio spirituale e culturale di ciascuna persona. Vi è anche una curiosità affettiva in questa scelta. Mia madre è una lontana parente del maestro, di cui porta il cognome. Di Caruso si è sempre parlato nella mia famiglia e se ne parla in tutta la città di Piedimonte."
Delitto a Via del Traditore, sgozzato alla befana: una lama per Alessandro I Duca di Firenze
Sabato Cuttrera, Arturo Bascetta
Libro: Libro rilegato
editore: ABE
anno edizione: 2024
pagine: 164
Solo chi ama non bada alle minacce dell'amico del cuore o dell'amato. E Alessandro De' Medici e i suoi cugini, figliocci dello zio Papa, a sentire i cronisti, pare amassero tutto e tutti: gli amici e le donne, il danaro e il potere, Firenze e la famiglia. A reggere le redini era il Papa. A chi aveva dato la bacchetta ducale, a chi l'onore dell'ambasceria a chi del segretariato, ma a tutti quello di essere inconsapevoli spie nelle sue mani. Lui decise la pace fasulla con i Francesi: al futuro cristianissimo Re diede in sposa Caterina e al di lei fratello affidò la fede di Margherita d'Austria, figlia di Carlo V ancora in fasce. La bambola imperiale non crebbe all'improvviso, ma nel mentre visitò il futuro sposo a Firenze, lo Zio acquisito in Vaticano, e la bella Napoli, capitale di quel Regno, dove restò a studiare e a fare propri i modi gentili della corte dove si 'allevavano' tutti i principini d'Italia. Alessandro, già cresciuto, fra amicizie particolari e avventure amorose, impiegò il suo tempo a fortificare la città, allontanando da essa fuorusciti, condannati e avversari politici che si rifacevano al partito di Strozzi. Il Duca si fidava solo di Cosimo, e di Lorenzaccio, con i quali andava a spassarsela, passando da un letto all'altro, fra un consiglio dell'uno e il filosofare dell'altro. Poi Carlo V tornò vincitore dall'Africa e accelerò i tempi per incontrare tutti a Napoli, dove diede decine di feste durate decine di giorni in quei lunghi mesi di vacanza-lavoro a cavallo fra il 1535 e il 1536. Sembrò talmente motivato alla pace che, fra donativi e donazioni, condannò i dissapori e facilitò le unioni a ogni costo. Gli risultò però difficile dirimere la causa fra fuoriusciti fiorentini e il loro Signore, beffeggiato finanche a Partenope, tagliando corto con i suoi avversari e annunciando le nozze napoletane, seduta stante, fra la figlia e il Duca. E come da contratto, la cerimonia continuò a Firenze, dove il ritorno restò proibito agli esclusi i nemici, e dove gli sposi dispensarono baci e abbracci ai cardinali e agli artisti che ne dipinsero le lodi e forse le necessarie dosi di veleno almeno per il Cardinale Ippolito. Da quest'altro caso irrisolto nacque forse il risentimento del congiunto Lorenzaccio che iniziò a pensare, e a volte dire, di voler uccidere il cugino, padre e padrone di Firenze. L'odio divenne di dominio pubblico, ma il Duca diede poco retta a quelle dicerie di Cosimo e del Vettori, continuando a dare e a ricevere amore, più che fraterno, da Lorenzo, nel suo stesso letto di casa. Ma il cugino davvero premeditava il peggio, con la complicità di Scoronconcolo e di Freccia, che aveva tirato fuori dai guai, disposti perciò a tutto, perfino ad ammazzare il Duca. La qual cosa presto gli fu richiesta, dopo il consueto ballo in maschera della Befana, quando il Duca, un po' stanco e un po' invaghito di un amore inesistente, attese la morte nel letto del palazzo vuoto, di poi abbattuto dal successore, facendo nascere giustappunto la famosa via del traditore. Ma dalla spada alle chiacchiere passarono troppi giorni, quelli utilizzati da Cardinale Cybo per far credere ai Fiorentini che il Duca fosse vivo, in attesa che i militari prendessero tutte le fortezze. E mentre l'abile prelato nascondeva il cadavere, il senato ratificava la successione sul petto di Cosimo e la giovane moglie versava le sue prime lacrime. Si era consumato a Firenze un omicidio di stato, commesso da un congiunto, che era anche l'amico più caro e amato dalla vittima. La cabala del « 6 » sbizzarrì i Fiorentini più dei Napoletani, ma ormai Alessandro era morto, e del suo assassino non restò che una lettera di giustifica al parentato. Troppo tardi: gli ottimati e il senato avevano già scelto Cosimo.
Orbassano e i Savoia. Ovvero Orbazan degli Orsini sulla via dei mulini di Torino
Sabato Cuttrera
Libro: Libro in brossura
editore: ABE
anno edizione: 2024
pagine: 120
La casa di Savoia è una delle antichissime del Mondo, per esser venuta senza alcuna interruttione da quel gran Re di Sassonia Siguardo quale descende dall'altri Re suoi predecessori, sin dall'anno del diluvio 300... comincia così la copia inedita del manoscritto intercettato da Cuttrera e pubblicato per la prima volta nella storia di Orbassano. Il lettore vede così scorrere sotto i propri occhi tutti i Savoia, da conti a duca, una dopo l'altro, in perfetto volgare del cinquecento e del seicento, anno della sua redazione. E poi le notizie sui Savoia che si interfacciano con quelle del feudo di Orbassano, da essi più volte preferito a Rivalta e ad altri castelli. Cuttera fa una ricostruzione senza fronzoli, come nello stile da cronisti medievali, riportando nudi e crudi brani di storici pescati, ritrovati e trascritti senza manomissioni e senza commenti, dando vita a questo interessante e unico viaggio nella città delle acque. Ed ecco che il Manoscritto ritrovato, l'inedito sulla Casa Savoia, appare come parte integrante di un territorio da sempre appartenuto ai Savoia, come risulta dalle sue origini, almeno dopo le notizie sul periodo romano e normanno. Ma Orbancianum o Loco Orbaciano ha una storia intensa, quella che parte di sicuro dal 1035, quando 1/2 feudo era di S.Giovanni di Torino e 1/2 del suo Vescovo. Il periodo dei marchionati italici, si innesta così nel breve regno d'Italia di Re Corrado che dal 1096 al 1111 fece guerra al padre imperatore per volere del papa, facendo arrivare i suoi Marchesi fino a Gravina (Ba), dove si intreccia la storia dei feudatari di Orbassano con quelli pugliesi della Casata degli Orsini. Ma questo libro è soprattutto fatti, quelli degli Abati a Gonzole, come dei Conti Orsini a Rivalta, veri padroni di questi paesi autonomi con diverse leggi fra loro, proprio come accadeva nelle Terre dei Lombardi riconquistate a Sud dall'Imperatore e poi liberate ora dai Normanni ora dai Greci. Con Carlo III di Savoia a Orbassano, invece, di Orsini non se ne partò più, anzi, l'investitura fu tutta di Risbaldo nel Trecento, nei due borghi riacquisiti dal Conte di Savoia, fra il Castello e Trana, concessi ai Risbaldo, ormai che il Duca Carlo è divenuto cognato di Carlo V Imperatore e ha approvato le prime leggi, gli statuti nella città delle acque, poi rinnovati nel 1700. Il libro è un susseguirsi di fatti, da Carlo Orsini, il Conte di Orbassano ai canali costruiti dai Pallavicino, i Marchesi Palavicini di Stupiniggi, quando Orbaciano è capo delle acque per secoli e si ha il distacco finale dai francesi, con la Battaglia di Marsaglia sulla via del paese, e rinasce il borgo incendiato dal nemico. Siamo ormai all'età moderna, fra auto e aerei, quando l'autore termina il suo libro, affidandosi alle figure storiche del paese de Novecento, fra l'aeronautica e l'indotto Fiat, lasciando parlare Padre Pietro e Moris, gli uomini illustri di Orbassano, quella orginata da uno dei tre marchesati storici della Valle dei Mulini di Torino.
Margherita d'Austria, la duchessa pupilla: nozze a Napoli per Alessandro «il moro» duca di Firenze
Sabato Cuttrera
Libro: Libro in brossura
editore: ABE
anno edizione: 2024
pagine: 144
Nata il 5 luglio 1522 e riconosciuta una rendita a Jenne, ragazza madre, la piccola Margherita passò nelle mani dei genitori adottivi di Bruxelles. Svezzata e cresciuta dalla zia Maria d'Ungheria, imparò a leggere e a scrivere, e presto a parlare fluente almeno quattro lingue. Persa l'occasione per Ercole d'Este, Margherita, fu maritata al Duca di Firenze, tanto per ricucire i rapporti fra Papa e Imperatore, dopo il sacco di Roma. Vennero così sanciti i capitoli matrimoniali in cui si stabiliva l'educazione della pupilla alla corte di Napoli fino all'età giusta per il matrimonio, quando sarebbe stata tradotta a Firenze, a spese del marito, dopo la cerimonia dell'anello al dito da tenersi nel Regno. E così la piccola, conobbe per la prima volta il padre e lo sposo nel 1531, prima di partire per Napoli con uno stuolo di dame, musici e prelati al seguito. Sfidando pioggia e neve sostò quindi a Cafaggiola, dove Caterina de' Medici le mostrò il Firenze e incontrò il marito. Il fuoco delle bombarde all'Annunziata aprì i dieci giorni di festeggiamenti, con spettacoli e recite, dalle corride alle partite di calcio, ai balli e alle cene conviviali. Giunta a Roma, ripartì finalmente per Napoli, dove restò tre lunghi anni per imparare il galateo di corte, studiare e crescere con altri piccoli nobili a palazzo reale. Qui fu seguita dalla Viceregina, che ne divenne balia e tutrice, ricevendo a corte amici, parenti e lo stesso sposo, con i suoi sfarzosi regali. Alessandro giunse nel Regno più di una volta, fra un riassetto e l'altro della città, sempre scossa dagli avversari politici, puntualmente puniti e banditi come nemici. Alessandro era un tipo libertino, di quei principi che si ripromettono di cambiare vita, ma nel mentre corteggiano di continuo le belle donne e non mancano di avere amicizie strette, proprio come le sue. I cugini Lorenzo e Cosimo sono per lui come il diavolo e l'acqua santa, ma rappresentano un legame stretto col sangue, come egli stesso l'ebbe col Papa quando era ragazzo, crescendo alla corte di Roma. Filtri d'amore e veri avvelenamenti dei nemici, quando non sfuggono ai suoi disegni criminali, conducono così il Signore dell'ex Repubblica Fiorentina a una vita di sfarzo e di ostentazione. Né manca di maritare la sorella Caterina al futuro Re di Francia, onorando sempre le pretese dello zio Papa, e accrescendo la lista dei nemici politici, come il generale Strozzi. L'obiettivo del Duca restò però quello di sistemarsi con la pupilla e in virtù del contratto sottoscritto seguì l'Imperatore-suocero a Napoli, appena di ritorno dalla spedizione di Tunisi. Ma l'uno fu accolto con l'arco trionfale, e l'altro con cartelloni e sberleffi dei concittadini avversari giunti in trasferta. A Napoli furono invitati anche i fuorusciti, nella speranza di raggiungere un accordo che non venne, a cui Carlo V rispose ufficializzando la cerimonia di nozze di Alessandro e Margherita, e liberandosi definitivamente delle infinite lagne degli esuli che chiedevano l'impossibile ripristino della Repubblica e, a tratti, la testa del loro Signore. Il 29 febbraio del 1536, finalmente, lo sposo donò l'anello nuziale alla giovane moglie. I Cardinali e lo stuolo di Fiorentini al seguito di Alessandro avevano avuto la meglio sui fuorusciti, scambiando l'agognata amnistia per le nozze di Margherita, e la meglio sugli stessi napoletani, costretti a sottostare alle angherie del Viceré Toledo. Al Duca non restava che andare a Roma, ringraziare il Papa, e ripartire per Firenze. E così, fra un bacio dato dal Duca al Vasari, e uno ricevuto dal suo Cosimo, l'investitura della città agli sposi si completò con una inaspettata eclissi, presagio della vita libertina di Alessandro che lo porterà lontano dalla moglie e dagli amici, come il Vettori, inseguendo le storie da letto e la cattiva compagnia del cugino Lorenzaccio.
Fiorenza e il Giglio della Cittade di Cosimo I de' Medici: Eleonora di Toledo, il padre Viceré, la Matrigna e l'Efebo. Trascrizioni da tomi a stampa e da manoscritti inediti coevi
Arturo Bascetta
Libro: Libro rilegato
editore: ABE
anno edizione: 2024
pagine: 164
Il Duca Alessandro de' Medici fece una brutta morte e Firenze stette sull'orlo del collasso. Ci pensò il Cardinale a richiamare il Consiglio dei 48 e a condurlo su un solo nome: Cosimo I, da paggio a pupillo del defunto. E quando questo sbarbatello salì le scale trovò già pronta la sedia per firmare l'accordo e calmierare il Ducato, benché appartenesse a un ramo cadetto dell'antica famiglia della prima cinta muraria. Le relazioni degli ambasciatori si moltiplicarono come veline, e le notizie, trascritte e sovrapposte, fecero il giro delle corti e dei principi d'Italia: Papa, Re e Senato veneziano ebbero di che ragionare. Non trascorsero due anni che il novello Duca fece proposta di nozze alla figlia del Viceré di Napoli. Eleonora di Toledo, col suo ricco corredo, e l'aiuto militare del padre contro Siena, sarebbe stata la scelta più sensata per una Duchessa e un Ducato. Le nozze furono belle, e i doni anche. Cosimo divenne un tiranno, ma non tradì Eleonora finché visse, neppure quando gli morì il padre sotto gli occhi mentre traslava le fontane dei giardini di Firenze e Napoli nelle nuove piazze di Palermo per ridare vita alle regge napoletane e fiorentine, a cominciare da Palazzo Pitti, che la Duchessa fece abbellire da pittori, ceramisti e cortigiani, come Tansillo, al seguito del fratello. Firenze faceva invidia ai Principi vicini che spiavano i fatti dell'intera provincia di Toscana e della capitale. Sapevano tutte le strade di accesso, il numero dei militi nelle fortezze, il tesoro ripartito in beni e in soldi. Dalla milizia di terra all'arsenale, le ricchezze dei Medici e dei Toledo, ormai stretti parenti anche dell'Imperatore, si moltiplicavano da un'ambasciata all'altra, lasciando che l'amore fiorisse a corte, per il bello, per le donne e per l'arte. Perfino la giovane amata dal defunto Viceré, divenuta matrigna di Donna Eleonora, moltiplicò gli amori, lasciando sbizzarrire notai editi come Castaldo e inediti come Corona e Scipione Guerra. Ma Donna Vincenza, questo il nome della vedova allegra e fedifraga, arrivò a plasmare l'efebo del Cardinale Cibo, a sua volta rimasto a bocca asciutta, per scappare con Occhetto a Galatina. La guerra di Siena, pur rallentando il Rinascimento in Toscana, non frenò gli impulsi dell'amore, né la folla nelle aule e il via vai delle corti. La Firenze di Boccaccio e Guicciardini ritrovava l'unità in Europa, al pari del Regno di Napoli e più degli altri principi italiani abbarbicati sui confini come cespugli.
Angela luce: la dea dello spettacolo. Almanacco della canzone e dello spettacolo
Antonio Sciotti, Giovanna Castellano
Libro: Libro rilegato
editore: ABE
anno edizione: 2024
pagine: 162
Nel corso degli anni ho pensato spesso di scrivere la mia biografia. Dal momento che non l'ho fatto, ho accettato con entusiasmo che se ne occupassero Antonio Sciotti e Giovanna Castellano. Di Antonio conosco la grande competenza e la meticolosità delle sue ricerche; di Giovanna conosco le capacità narrative e mi sono affidata al suo racconto. Grazie a tutti e due. Così Angela Luce ha dato il «Sì stampi» al 16° volume della collana degli Almanacchi di Arturo Bascetta Editore, curati da Antonio Sciotti. A suo dire, la dea dello spettacolo, vede la sua genesi in uno scherzo del destino che ha giocato la sua parte toccando le corde dell'anima. Una chiacchierata imprevista si è configurata come bozzetto ideale di un disegno che ho poi seguito senza indugio alcuno. Un giorno al Teatro Cortese incontrai Giovanna Castellano, amica, confidente, addetto stampa e agente di Angela Luce, che già avevo conosciuto in precedenza. Chiacchierammo sulle scalette del teatro e, tra il dire e il fare, con Giovanna convenimmo che sarebbe stata necessaria la pubblicazione di una biografia che restituisse alla memoria storica del teatro e della canzone napoletana la pregevole, gloriosa e lunga carriera di Angela Luce. Nello stesso tempo, Giovanna mi sottolineò come tale lavoro sarebbe stato decisamente faticoso, difficile e anche estremamente arduo da realizzare, poiché avrebbe richiesto una mole di lavoro in ben cinque settori artistici: cinema, teatro, musica, radio e televisione. Tra l'altro, avrebbe dovuto abbracciare un gigantesco arco di tempo di circa settant'anni a partire dal 1955, anno del debutto di Angela Luce. Mi raccontò pure che già in passato ci furono alcuni tentativi che non ebbero seguito per le grosse difficoltà incontrate durante la ricerca. La conversazione lasciò lo spazio ad un silenzio nel quale il suo sguardo mi attraversò letteralmente, come se mi valutasse, e che di lì a poco lei tradurrà in una riflessione ad alta voce: Antò, sulo tu 'a può ffà! Fui travolto da emozioni contrastanti che si aggrovigliarono ad un ricordo forte e chiaro, a me tanto caro. In un battibaleno ritornai piccolo quando a casa mia, mio padre Alberto raccontava di Angela Luce, questa bravissima artista, orgoglio di qualsiasi direttore artistico, che si calava completamente nel personaggio teatrale o canoro che doveva interpretare con una stupefacente bravura: un raro esempio di eclettismo. Ed ogni volta che si raccontava di lei, puntualmente rammentava, come chiusura, l'episodio sulla canzone L'ultima tarantella. Nel 1972, durante il lavoro di ricerca per l'incisione di un 33 giri, papà scelse le canzoni da proporre alla Luce, che, dopo la selezione, parlando de L'ultima tarantella sottolineò la forza e la bellezza del testo. Fermo nella convinzione che la Luce ne avrebbe fatto un capolavoro d'interpretazione, papà le disse: Signurì, sulo vuje 'a putite ffà! Inutile soffermarmi sul fatto la Luce, poi, vinse la Maschera d'Argento per l'interpretazione. Per anni, come un disco a ripetizione, sentivo questo racconto fino a quando nel 1986 accompagnai papà al concerto di Angela Luce al teatro Mediterraneo. Durante i saluti nel camerino fui testimone di quell'episodio che loro due riprodussero, quasi fosse un copione, riavvolgendo il nastro del ricordo. Quella scena della decisione di incidere L'ultima tarantella la conoscevo a memoria perché a casa aveva fatto storia. E riflettei su come una breve frase potesse acquistare una forza artistica senza precedenti. Questo fu tutto quello che mi venne in mente quando Giovanna mi disse: Antò, sulo tu 'a può ffà!

